Interventi

La foto: Sesc 24 de Maio

San Paolo del Brasile. Sul tetto del SESC 24 de Maiodi Alessandra Criconia

Di solito non commentiamo le foto di apertura del sito (il cui discorso si inserisce nella nostra tematica sul “diritto alla città”), ma questa volta facciamo un’eccezione. Abbiamo deciso di riprendere il tema dei centri SESC di cui ci siamo già occupati con l’articolo Sesc Pompeia di San Paolo. L’individualismo sociale in Brasile.

Sesc è l’acronimo di Serviço Social do Comércio, l’organizzazione dei commercianti che promuove la realizzazione di centri sociali multifunzionali in cui ci si reca per fare sport, mangiare, prendere un caffè, giocare, danzare, vedere una mostra, andare in biblioteca o all’emeroteca, assistere a uno spettacolo teatrale, incontrare degli amici o semplicemente trascorrere il tempo guardando dal terrazzo le cime dei grattacieli.

Da non confondersi con degli shopping center, questi centri pieni di attività, dove si trova anche un servizio odontoiatrico, sono dei luoghi di socialità solidale e, soprattutto, di riqualificazione urbana. San Paolo è una città che negli ultimi anni abbiamo visto progredire anche grazie all’azione del suo ex sindaco Fernando Haddad. In un Brasile ancora fortemente segnato dalle diseguaglianze sociali, e percorso da nostalgie autoritarie come la recente cronaca politica ci ha mostrato, i centri Sesc sono delle oasi di qualità della vita da preservare. Nello Stato di San Paolo se ne contano ben 39. Quello che si vede nella foto è l’ultimo in ordine di tempo, costruito dall’architetto Paulo Mendes da Rocha.

La rivoluzione silenziosa delle imprese recuperate dai lavoratori

Imprese recuperatedi Leonard Mazzone

A volte il meglio che la critica sociale possa fare è deporre le cornici teoriche a cui si aggrappa per inquadrare e mettere a fuoco il suo oggetto, aprire gli occhi, guardarsi intorno. Concedere al mondo che ci circonda il beneficio del dubbio, se non la possibilità di tornare a sorprenderci per le sue promesse mantenute di riscatto. Prendere sul serio ciò che sta sotto i nostri occhi, anziché assoggettare i nostri sensi e la portata di ciò che percepiscono alle rosee speranze dell’immaginazione utopica, alle rassicuranti astrazioni delle teorie normative o alla rassegnazione autocompiaciuta di diagnosi epocali troppo cupe per risultare credibili. Questo gesto potrebbe somigliare a qualcosa di diverso da una resa, se solo il punto di fuga del nostro sguardo coincidesse con quelle silenziose pratiche di ordinaria resistenza che rappresentano delle confutazioni concrete al motto ideologico che ha scandito l’immaginario sociale e politico occidentale nel corso degli ultimi dieci anni: quello secondo cui non esisterebbe alternativa alla tirannia dei mercati (e dei loro sedicenti interpreti).

Ne sono una testimonianza concreta le decine di imprese recuperate dai lavoratori dalla crisi economico-finanziaria a oggi. Designate anche con l’acronimo inglese “W.B.O.” (Workers Buyout), le imprese recuperate sono aziende (o singoli rami di produzione) rilevate dai loro ex dipendenti sotto forma cooperativistica per evitare il fallimento o risolvere problematiche connesse al passaggio intergenerazionale della precedente proprietà.

Continua a leggere “La rivoluzione silenziosa delle imprese recuperate dai lavoratori”

Lezione svedese (2)

Viktor Orbán

di Rino Genovese

Mi ha fatto notare Antonio Tricomi, in una conversazione privata, che la “lezione svedese” è per lo meno ambigua: se infatti perfino dove c’è stata un’integrazione riuscita degli immigrati, grazie a uno Stato sociale di alto livello, l’estrema destra arriva al 17%, questo è un dato per nulla confortante, che fa pessimisticamente prevedere un ulteriore incremento delle posizioni xenofobe alle prossime elezioni. Inoltre, spingendo più avanti il ragionamento del mio amico, la “lezione svedese” si avvita in un circolo vizioso, è un gatto che si morde la coda: se per difendersi dalla destra estrema, sul piano europeo, si è spinti a dare ancora vita ad alleanze tra centristi conservatori (leggi Ppe) e socialisti e socialdemocratici, ciò potrà forse servire a salvare la situazione qui e ora, ma sul medio periodo – visto che l’immobilismo liberal-liberista ha favorito fin qui la crescita dell’estrema destra – questa riscuoterà maggiori consensi, presentandosi come unica alternativa “sociale” oltre che sovranista.

Il ragionamento non fa una piega. In maniera logica è la rappresentazione di un’impasse. La mia risposta, tuttavia, vorrebbe distinguere due problemi. Il primo, di fondo, è di tipo sociologico, per non dire antropologico-culturale, e ha a che fare con la domanda: di che cosa è segno il ritorno, in chiave nazional-populistica, di un’estrema destra in Europa? Anzitutto – mi sento di rispondere – del fatto che la nozione di globalizzazione, in voga soprattutto un ventina di anni fa, era sbagliata in quanto troppo sbilanciata in senso economicistico e più o meno ottimisticamente progressista. Il nostro non è tanto il tempo della globalizzazione economico-finanziaria, tecnologica e così via, quanto piuttosto quello in cui emerge con forza l’elemento d’ibridazione culturale e storico-temporale del moderno. È una questione che è stata spesso fraintesa con il termine di “postmoderno”. Non si tratta di un “post”, ma del venire in primo piano dell’intera modernità occidentale come un miscuglio di passato e presente e di culture differenti, che soltanto per un periodo tutto sommato breve, in Europa, anche in forza di uno sviluppo economico che sembrava inarrestabile, aveva trovato un suo equilibrio.

Continua a leggere “Lezione svedese (2)”

Lezione svedese

lezione svedesedi Rino Genovese

Tra le due o tre cose che so della Svezia, c’è che questo paese, celebre per la qualità del suo Stato sociale, negli ultimi anni ha accolto ben 450.000 rifugiati su una popolazione di dieci-undici milioni di abitanti. Un mese fa a Stoccolma, in una centralissima stazione della metro, ho visto nel botteghino delle informazioni un’immigrata velata e con l’abito scuro lungo fino ai piedi tipico degli sciiti (che, per chi ancora non lo sapesse, sono una corrente dell’islam diffusa soprattutto tra Iran e Iraq). Ecco la prova di un’integrazione riuscita. La politica dell’accoglienza ha certo ricevuto un colpo dalle recenti elezioni, in cui il partito di estrema destra anti-immigrati, dal nome fasullo di “Svedesi democratici”, ha raggiunto il 17%, ma nell’insieme ha tenuto e il partito socialdemocratico, con il suo 28% (che tuttavia costituisce un record negativo), è rimasto il primo partito. La prospettiva politica che si apre adesso è quella di una probabile grande coalizione alla tedesca, con i moderati conservatori, rimasti il secondo partito al 19%, e i loro alleati minori.
Continua a leggere “Lezione svedese”

Lettera aperta al presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

di Luca Baiada

Mi rivolgo, anche a nome della Fondazione per la critica sociale, a Paolo Pezzino, nuovo presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, già Insmli.

Sono fra Rigoli e Corliano, vicino a Pisa; qui nel 1944 fu commesso uno dei tanti eccidi nazifascisti. Oggi è un anniversario: tre quarti di secolo fa, nel 1943, gli italiani vissero il duro giorno delle scelte. Niente ordini dall’alto, e quando c’erano magari erano sbagliati, furbi, contraddittori. Una classe dirigente violenta e presuntuosa mostrò la corda, permettendo ai tedeschi l’occupazione del paese.

La Germania non paga i risarcimenti alle famiglie delle vittime dei crimini commessi in Italia, proprio dal 1943 al 1945. Però da qualche anno, con una spesa molto inferiore, finanzia iniziative culturali. La più importante è l’Atlante delle stragi, di cui Lei è il direttore scientifico.

Ho chiamato questa operazione riparazionismo perché sin dall’inizio, eclissati i risarcimenti, si è parlato di riparazione; ma si è detto anche lenimento, memoria attiva, riconciliazione, memoria comune, poi simbolo pesante. Mai giustizia, mai denaro ai veri creditori.

Sono stato sostenuto da familiari dei caduti e da giuristi. Anche alcuni storici mi hanno espresso solidarietà, per lo più in privato. Ho scritto, ho partecipato a convegni, ho sentito il calore di chi non conta niente, e altrove un gelo direttamente proporzionale al potere. Adesso, se c’è il mio nome in un incontro, personaggi influenti scrivono o telefonano di soppiatto all’ente organizzatore, preoccupatissimi.

Continua a leggere “Lettera aperta al presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri”

Lettera a Saviano sulla regressione culturale

Roberto Savianodi Rino Genovese

Caro Saviano,

è chiaro che siamo con te contro il ministro dell’interno: non possono esserci dubbi o esitazioni su questo, non foss’altro perché tu sei liberale e illuminato e lui un demagogo oscurantista deciso a lucrare elettoralmente sulla paura e l’ignoranza. Ma la ragione per cui oggi c’è così tanta difficoltà a reagire, a mettere su un vasto movimento d’opinione contro la xenofobia e il razzismo, a favore delle Ong che nel Mediterraneo salvano vite umane, è data dal fatto che da tempo siamo in presenza di una regressione culturale a sinistra, che prima ha lasciato spazio al puro e semplice qualunquismo grillino (le balle sulla democrazia diretta in rete, la polemica antipolitica intorno alla “casta”, e così via), e poi non si è ritratta neppure di fronte alla prospettiva di un governo grilloleghista (ne so qualcosa io che ho dovuto rompere con la vecchia rivista “Il Ponte”, in cui questa regressione appare adesso particolarmente evidente).

Si sta ripetendo, mutatis mutandis, in quell’area che definiamo di “sinistra radicale”, ciò che avvenne all’inizio del Novecento con i nazionalismi e i prodromi del fascismo, quando ex compagni divennero camerati quasi da un giorno all’altro, passando dall’estrema sinistra all’estrema destra. Ieri era l’insoddisfazione verso una politica riformista, quella di Filippo Turati – e poi il mito della violenza, della guerra, della conquista coloniale –, a sostenere ideologicamente il mutamento. Oggi c’è una molto difettosa costruzione europea a provocare una delusione e un’insoddisfazione che si riflettono, nelle menti più deboli, in un (ri)sentimento del “si stava meglio prima”, quando non c’era la moneta unica e si poteva svalutare a piacere, o quando non era arrivata l’ondata migratoria, soprattutto dal Sud del mondo, perché la drammatica questione postcoloniale non era ancora esplosa e la divisione del pianeta in blocchi contrapposti permetteva di tenere sotto controllo zone geografiche in seguito finite nel caos.

Continua a leggere “Lettera a Saviano sulla regressione culturale”

Come se non bastasse

Beppe Grillodi Luca Lenzini

A parte Boris Godunov e Macbeth, tutti, in generale, hanno buona coscienza.
Vladimir Jankélévitch

E insomma non è bastato. Che nel 1994 alla carica di presidente del Consiglio sia assurto il cav. Silvio Berlusconi, padrone di Mediaset. Che un lustro più tardi (luglio 2009) il comico Beppe Grillo, raggiunta ampia notorietà grazie alla televisione e ai media, abbia fondato (non avendogli consentito il Partito democratico di partecipare alle “primarie”) il “Movimento Nazionale Cinque Stelle”, e che oggi (2018) sia giunto al potere alleandosi con la Lega di Matteo Salvini. Che quest’ultimo, ex-comunista padano la cui arte retorica si temprò ai microfoni di Radio Padania Libera, sia attualmente ministro degli Interni e vero dominus del governo. E per inciso, che nel frattempo, ovvero nel corso degli ultimi due anni, abbiamo assistito prima alla “Brexit” (giugno 2016) e poi alla vittoria di Trump (20 gennaio 2017) alle elezioni negli Stati Uniti… no, non è bastato (e neanche che all’origine della meteora-Renzi, per chi avesse così lunga memoria, vi fosse una serie di performance televisive).

Figuriamoci. Tutte coincidenze o meglio, anzi, fenomeni naturali: come la Globalizzazione. Così va il mondo, e in fondo sono cambiati i mezzi (prima radio e giornali, ora televisione e internet) ma siamo sempre nel contesto del democratico formarsi del consenso e della pubblica opinione. Tutto democratico, solo un po’ moderno. A volte ci sono incidenti, chissà come di quando in quando nascono delle “anomalie”; ma bene o male il tutto funziona e i mercati alla fine si calmano. Così a spiegare come stavano andando realmente le cose ci volle nientemeno che Fedele Confalonieri, il quale nel marzo 2017 in un’intervista al Foglio, così si espresse: “Stiamo esagerando”. Si riferiva ad alcuni programmi televisivi della propria azienda, i quali a parer suo avevano contribuito al clima populista dilagante. Lamento non senza conseguenze: l’anno seguente, dopo le elezioni del marzo 2018, non una ma ben tre figure apicali della pregiata ditta (Belpietro, Del Debbio e Giordano) furono d’emblée rimosse e sostituite; né lo stesso Cavaliere mancò di confermare la diagnosi del fedele e chiaroveggente manager, amaramente constatando: “abbiamo nutrito i populisti.” Finalmente qualcuno con le idee chiare, dunque, almeno per quanto riguarda le proprie aziende.

Continua a leggere “Come se non bastasse”

Messaggio sulla letteratura che ci circonda

gruppi letturadi Filippo La Porta

Intervento stimolante, caro Rino, anche se chi volesse intervenire sulla narrativa italiana non dovrebbe affidarsi interamente e ciecamente alla mappa, pur pregevole e accurata, di Simonetti. Dovrebbe invece prendersi la briga di leggersi lui i testi (e questo è un appunto per te, caro Rino, che pure hai scritto cose penetranti per esempio su Moresco). Insomma per parlare di nuova narrativa italiana bisogna conoscerla direttamente, bisogna pur leggersi venticinque-trenta romanzi italiani all’anno (sì, sarà pure una “palla”, ma d’altronde mica è obbligatorio avere una opinione sull’argomento!). Questo almeno ebbi modo di rimproverare al (bel) libro di Ficara – Lettere non italiane – che non manteneva del tutto la promessa (assai promettente) di dimostrare perché i nuovi narratori abbiano rotto con una tradizione novecentesca (per la ragione che di italiani contemporanei lui ne aveva letti solo quattro o cinque…). Velocemente, soltanto alcune annotazioni.

1) Siamo convinti del declino inarrestabile delle patrie lettere (come del declino di ogni cosa entro un presente desolato), e che il passato prossimo fosse tanto migliore? Scorriamo i vincitori dello Strega anni ’50 e ’60 e oltre: sì, ci sono Morante, Volponi e Parise, ma i Prisco, Brignetti, Cialente, Arpino, Bevilacqua, Nievo non sono superiori – sotto qualsivoglia parametro – a Veronesi, Ammaniti, Siti, Piperno, Albinati, Starnone. Possibile che quando muore un poeta, un romanziere, un regista, etc. della generazione passata si scriva sempre che è morto l’ultimo poeta, l’ultimo romanziere, l’ultimo regista!

2) È vero, la madre degli scrittori imbecilli è sempre incinta, ma anche la madre dei filosofi, magistrati, architetti, fisici…Vuoi gli esempi?

3) La categoria decisiva in Simonetti è proprio quella del “nobile intrattenimento”, imparentata con il midcult, e peccato che non la approfondisca (mentre: chissenefrega della narrativa Ikea, di Volo e della Parietti). Dimostra tra l’altro un tuo assunto, e cioè l’attuale primato del fruitore, del pubblico. Il “nobile intrattenimento” è infatti la letteratura che corrisponde fedelmente al nuovo pubblico, alla middle class alfabetizzata, che legge per intrattenersi (si intrattiene perfino con Kafka, che giudica “intrigante”) ma anche per apparire più intelligente, per sentirsi più colta e aggiornata, per distinguersi a tutti i costi (è il famigerato “ceto riflessivo”, che, ahinoi, non è più credibile neanche quando si indigna sull’Aquarius…).

4) La letteratura come conoscenza, come conflitto, come utopia, etc. (e non consumo chic o status symbol) ancora sopravvive in molti romanzi o narrazioni “ibride”, anche se pochi se ne accorgono perché questi romanzi sono sommersi da tutti gli altri in una iperproduzione ormai fuori controllo: negli ultimi anni almeno Doninelli, Morandini, Fiore, Orecchio, Livi, Calligarich, Carraro, Tedoldi, Morelli, Sebaste, Samonà (Giuseppe), Muratori e ora l’ultimo di Piersanti (tra le narrazioni ibride includerei invece – poiché non sono affabulatori puri – Pascale, Covacich, Voltolini, Arminio, Mari e le cose più saggistiche di Tiziano Scarpa).

5) La nostra letteratura potrà migliorare se cambia il suo pubblico: perciò seguo con interesse iniziative come i gruppi di lettura e simili, dove può formarsi un lettore più esigente, consapevole e responsabile, che si ostina a chiedere ai libri qualche verità per lui preziosa (questo lettore va snidato, va cercato, va costruito, inventato se occorre…). È come per la democrazia: funziona solo se i cittadini sono capaci di badare a se stessi.

Sulla letteratura che ci circonda (a partire da Gianluigi Simonetti)

gianluigi simonettidi Rino Genovese

[Il 7 giugno scorso, organizzato da Anna Gialluca presso la sede romana della casa editrice Laterza, si è tenuto un interessante seminario intorno a un recente volume di Gianluigi Simonetti, con interventi, tra gli altri, di Walter Siti, Domenico Starnone, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni, Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro. Quello che segue è un mio contributo alla prosecuzione del dibattito. – R. G.]

Si dev’essere grati a Gianluigi Simonetti per il suo La letteratura circostante (Bologna, il Mulino, 2018) che ci permette di entrare nella selva della editoria italiana contemporanea, di prendere contatto con libri di cui mai avremmo immaginato l’esistenza, di addentrarci in un’imbecillità che, pur scafati, neppure il nostro peggiore pessimismo sarebbe riuscito a figurarsi. Come lettori critici dobbiamo essergli grati. Come scrittori molto meno: perché – se ancora ambissimo a esserlo – nel panorama che egli disegna non vorremmo essere inseriti, o, se un tempo lo fummo, in siffatta compagnia non è confortante essere confusi. Ci sono, nelle analisi proposte dal libro, in ordine d’insulsaggine, i politici e gli sportivi che si scoprono narratori, gli autori che sono per sonaggi televisivi (da Alba Parietti a Flavio Insinna, da Fabio Fazio a Maurizio Costanzo), i giornalisti che si danno al romanzo (magari sfruttando la notorietà televisiva), gli scrittori “giovani” o giovanilisti, i memorialisti della lotta armata degli anni settanta, gli autori di genere (un notevole studio, a tratti esilarante, è dedicato da Simonetti al “neo-rosa” che ha in Moccia il suo campione).

Dal libro si ricava l’impressione che la letteratura da cui siamo assediati sia solo un enorme megagenere editoriale; in altri termini, non esiste letteratura se non colonizzata da quelle che si possono chiamare le agenzie dell’estetizzazione diffusa, entro cui rientra a pieno titolo la maggior parte della case editrici. Si tratta delle eredi della industria culturale: se in questa si potevano individuare delle differenze di livello all’interno di una produzione “media”, se soprattutto il discorso di un autore poteva ancora introdurre il suo sassolino nella macchina, oggi, nell’editoria dell’estetizzazione diffusa, non più. Perciò il concetto di “nobile intrattenimento” (espressione che Simonetti riprende da un innominato editor che sembra avere le sembianze di Antonio Franchini, considerato nel libro a sua volta in quanto autore in proprio) diventa a dir poco problematico, sommersa com’è – la nobiltà – sotto una produzione che per contrasto, sebbene Simonetti non ricorra mai a questo termine, andrebbe definita plebea.

Continua a leggere “Sulla letteratura che ci circonda (a partire da Gianluigi Simonetti)”

Tanfo di morte

Spreaddi Luca Lenzini

Ma non così, e soprattutto: non proprio ora!… Ora, che per una volta il disco rotto della storia italiana sembrava ricominciare con una musica tutta nuova, un soundtrack strano e sublime per scenari inediti e neanche visitati in sogno: come in certi filmati di grandi tornado in terre lontane, quando tetti di case, auto e ramaglie volano via vorticando in spirali di vento rapinoso e indomabile, così pareva accadere ai discorsi dei politologi di razza, ai moniti degli insigni costituzionalisti, ai sermoni di Scalfari e alle imitazioni di Crozza: tutti scaraventati di qua e di là, in frantumi, polverizzati, stravolti, insieme ai resti di Fazio e di Vespa, agli assegni delle Olgettine e ai flyers della Leopolda… Tutto oscillava, nulla reggeva durante gli Indimenticabili Ottantanove. Qualcosa di arcaico e anteriore attraversava il paese; in uno sciame mai visto di pixel si annunciava un futuro inconoscibile, forse insostenibile ma dai riflessi così abbaglianti, così stupefacenti che d’un tratto sembrarono ridestarsi spettri dimenticati, dormienti da secoli, invendicati e irredenti. Il passato prossimo diventava remoto a velocità impressionante. Dai tetti del Quirinale e dai recessi del Parlamento fino alle più sperdute sagre della provincia viaggiavano messaggi e post che aizzavano le piazze, i Corazzieri sparivano dal set della Crisi e come in un film di Buñuel nei palazzi romani altezzosi ministri di dubbia fama, gran dame dai cognomi plurimi e tecnici di alta scuola entravano e uscivano da porte secondarie e da scuderie dismesse.

Continua a leggere “Tanfo di morte”

Con Mimmo Lucano, per l’utopia concreta

Mimmo Lucanodi Marco Gatto

Siamo solo all’inizio, qualcuno dice. E non a torto. Ai toni virulenti della campagna elettorale di qualche mese fa rispondono oggi gli schiamazzi tribunizi di Matteo Salvini, nuovo titolare degli Interni, e le inconsistenze retoriche di Luigi Di Maio, capo politico dei pentastellati: da una parte, il fascio-leghismo; dall’altra parte, il grillismo qualunquista, che con il primo va tranquillamente a braccetto, dimostrando la propria mancanza di spina dorsale. Non riuscirà il premier incaricato a moderare queste pericolose emanazioni del post-berlusconismo, dal momento che e Salvini e Di Maio incarnano perfettamente lo spirito dei tempi che si è impadronito del nostro Paese. Dietro il volto apparente del governo di scopo, condito di una buona dose di ministri tecnici, si cela una non ancora meglio codificata narrazione identitaria, qualcosa che del populismo ha solo in una minima parte le sembianze. Perché più a una forma di retrivo tribalismo somiglia che a uno stile politico contrassegnato dalla semplificazione retorica di certe istanze.

Continua a leggere “Con Mimmo Lucano, per l’utopia concreta”

A partire da Rahel Jaeggi e dalla rivista “Consecutio rerum”

 

Discussione a più voci a partire dal volume di Rahel Jaeggi
Forme di vita e capitalismo
e dagli ultimi numeri della rivista “Consecutio rerum

21 maggio 2018, h. 17.00
Fondazione Circolo Rosselli
Via degli Alfani 101
Firenze
Partecipano:
Roberto Finelli
direttore di “Consecutio rerum”
Rino Genovese
direttore della collana “La critica sociale” di Rosenberg & Sellier
Mario Pezzella
filosofo e saggista
Marco Solinas
curatore del volume di Rahel Jaeggi
Debora Spini
filosofa della politica

Continua a leggere “A partire da Rahel Jaeggi e dalla rivista “Consecutio rerum””

Utopia. La parola e la cosa

Angela Felicedi Antonio Tricomi

[In ricordo della nostra amica Angela Felice, direttrice del Centro Studi Pasolini, con cui la Fondazione per la critica sociale ha stabilito nel tempo solidi rapporti, ripubblichiamo qui la postfazione di Tricomi al suo volume L’utopia di Pasolini, Udine, Bottega Errante, 2017.]

È proprio come spiega Angela Felice in questo suo libro. Ha appena superato i vent’anni, Pasolini, quando, in una lettera a Luciano Serra, attribuisce a sé, e ai suoi coetanei, «una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà», cui egli si sforzerà di non venire mai meno e per il buon esito della quale giudicherà sempre cruciale il magistero di un uomo di pensiero, e in special modo del poeta, umanisticamente inteso – per dirla con Bauman – quale «intellettuale-legislatore». Per costui, all’indomani della caduta del Duce, si tratterà, nell’ottica di Pasolini, di gettare le basi culturali per quella rigenerazione anzitutto morale di cui il Paese ha bisogno dopo un ventennio di dittatura fascista ritenuto il trionfo delle onnipervasive, e grette, logiche borghesi. A repubblica istituita, l’uomo di sapere dovrà invece contribuire a rendere quest’ultima non una forma nuova, e però ugualmente asfittica, del dominio borghese, ma un’autentica democrazia, e potrà farlo accettando il ruolo di laica coscienza critica della società.

Continua a leggere “Utopia. La parola e la cosa”

Addio a Angela Felice

Angela Felicedi Massimo Raffaeli

[Questo articolo è apparso sul “manifesto” del 4/5/18.]

Angela Felice, mancata a Udine il 2 maggio, era una umanista nel senso più compiuto perché associava la cultura rigorosa a una passione che decenni di lavoro e di impegni istituzionali (dal 2009 era direttrice del Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia) non avevano in niente scalfito. Il suo sorriso, la sua eleganza, il profilo mitteleuropeo davano infatti una speciale luminosità alla tenacia e al suo grande fervore organizzativo. A lungo docente liceale, Angela Felice lascia una cospicua bibliografia critica, dalla Introduzione a D’Annunzio  (Laterza 1991) a numerose monografie teatrali, tra cui L’attrice Marchesa, uno studio su Adelaide Ristori edito da Marsilio nel 2006. E proprio il teatro era stato il suo amore primordiale, come testimonia non soltanto una longeva attività di critica militante al “Gazzettino” ma l’impegno diretto sia nel “Palio studentesco udinese” (una vera couche, una forgia di giovani talenti) sia nella direzione del Teatro Club di Udine.

Continua a leggere “Addio a Angela Felice”

Lo spazio dell’intellettuale oggi

 

Intellettuale oggidi Rino Genovese

[Questo intervento è stato presentato all’Unione culturale Antonicelli di Torino il 9 marzo 2018, nell’ambito dell’incontro “Teorie e pratiche di critica sociale”].

Stando a una pura constatazione sociologica, lo spazio dell’intellettuale si è enormemente ampliato rispetto a ieri, intendendo con “ieri” essenzialmente la seconda metà del Novecento. Ciò è del tutto scontato, ed è da collegare con la fine di un modo ristretto di considerare la cultura. Un tempo aveva perfino fatto scandalo che potessero esserci libri tascabili, edizioni a poco prezzo dei classici della letteratura, oppure che il latino, con la riforma della scuola media unica, fosse diventato una materia secondaria. Accadeva in Italia nei primi anni sessanta: un’istruzione riservata a una élite e un sistema scolastico programmaticamente classista andavano dissolvendosi. Se fossimo beatamente progressisti, dovremmo dire che ne è stata fatta di strada. Ma il progresso civile (chiamiamolo così, con una vecchia espressione di sapore illuministico) non procede secondo una linea retta e nemmeno a spirale: piuttosto è fatto di segmenti spezzati che soltanto a montarli insieme con un certo sforzo compongono la figura di un progresso rispetto a qualcosa che c’era prima.

Così, se anche il campo di ricezione di qualsiasi messaggio intellettuale si è ampliato (da ultimo con Internet), è vero tuttavia che esso è diventato una semplice schiuma nella congerie caotica dei messaggi di cui è fatta la comunicazione corrente, entro cui è diventato difficile distinguere i contributi di qualità dal ciarpame. La fine della “cultura alta”, prevalentemente umanistica, è stata vissuta da molti come una perdita; ma si è trattato di una trasformazione storica che, se non altro, ha messo fuori causa una tradizione culturale impregnata di retorica. Va sempre sottolineato come la critica dei consumi – in questo caso dei consumi culturali – abbia spesso un segno conservatore. E poi certo anche un segno del tutto opposto, purché però si sappia fare la critica di una certa critica.

Continua a leggere “Lo spazio dell’intellettuale oggi”

Storia economica della felicità

3 maggio 2018, ore 15.00

Polo delle Scienze Sociali, via Pandette 9, Aula D6/106

Interverranno:

Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale

Stefano Bartolini, Università di Siena

Nicolò Bellanca, Università di Firenze

Moderatore: Renato Giannetti, Università di Firenze

Incontro patrocinato dal Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa e dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali

Continua a leggere “Storia economica della felicità”

La Germania deve pagare

Il 20 aprile 2018, alle ore 16, la Fondazione per la critica sociale promuove l’incontro

La Germania deve pagare per stragi e deportazioni: la memoria spesata non è risarcimento

Aula didattica del Museo storico della Liberazione, via Tasso 145, Roma.
Intervento introduttivo di saluto di Antonio Parisella, presidente del Museo.

Interverranno il magistrato Luca Baiada e l’avvocato Joachim Lau.

Sui crimini nazifascisti – stragi e deportazioni di italiani, civili e militari, dal 1943 al 1945 – si sono intrecciate fasi di oblio, ricerche serie, memorie accomodate. Dopo la riapertura dell’Armadio della vergogna, emerso anche per l’impegno del giornalista Franco Giustolisi, sono stati celebrati processi penali, conclusi con sentenze clamorose, ma non eseguite per la mancata collaborazione della Germania.
Al posto della giustizia concreta, adesso si notano commemorazioni, monumenti e prodotti culturali discutibili sul piano storiografico, come l’Atlante delle stragi, pagati prevalentemente dallo Stato tedesco, che ammette le sue colpe morali ma respinge le conseguenze pratiche. Queste iniziative riparazioniste non possono rimpiazzare il risarcimento economico, che resta dovuto.
Dopo una decisione del 2012 della Corte internazionale di giustizia, sfavorevole ai cittadini italiani, nel 2014 una sentenza della Corte costituzionale ha ristabilito che si può chiedere a un giudice italiano di condannare lo Stato tedesco ai risarcimenti, sia per stragi che per deportazioni.
Sono in pieno svolgimento da un lato l’impegno processuale per la giustizia, sostenuto da solidi principi giuridici, e dall’altro lo sforzo diplomatico tedesco, con silenzi o sostegni da parte dell’Italia, per non pagare i risarcimenti agli interessati.

Segreteria:
Fondazione per la critica sociale
c/o «Il Ponte»
via Manara 10-12 – 50135 Firenze
fondacritisoc@gmail

Continua a leggere “La Germania deve pagare”

Capire il presente. Parole della politica

Capire il presente. Parole della politica

Venerdì 23 marzo 2018
ore 17.30
Partiti /Movimenti
Mario Caciagli
Università di Firenze
Donatella Della Porta
Scuola Normale Superiore Pisa

Venerdì 20 aprile 2018
ore 18.00
Nuove schiavitù /Lavoro
Maurizio Landini
Segreteria nazionale Cgil
Andrea Valzania
Università di Siena

Venerdì 18 maggio 2018
ore 18.00
Individuo /Socialismo
Rino Genovese
Filosofo e saggista
Nadia Urbinati
Columbia University

Capire il presente. Parole della politica

Dewey, la democrazia come ideale regolativo

Deweydi Rosa M. Calcaterra

Si sa bene che le vicende editoriali hanno un peso decisivo nella ricezione degli autori di qualsiasi orientamento o ambito culturale, e certamente il caso delle Cina Lectures di John Dewey è molto interessante anche da questo punto di vista. Perciò bisogna innanzi tutto dare atto ai promotori della recente edizione italiana del corso di lezioni di filosofia sociale e politica che Dewey tenne durante i due anni trascorsi in Cina tra il 1919 e 1920 (J. Dewey, Filosofia sociale e politica. Lezioni in Cina, Rosenberg & Sellier 2017) di avere colmato una lacuna nell’editoria italiana che, del resto, va registrata anche a livello europeo. Questa prima traduzione italiana delle lezioni deweyane è accuratamente condotta da Corrado Pirotti sulla base delle “Notes” redatte da Dewey stesso per l’occasione e pubblicate per la prima volta in versione integrale nel 2015 sullo “European Journal of Pragmatism and American Philosophy” per la curatela di Roberto Frega e Roberto Gronda.

Continua a leggere “Dewey, la democrazia come ideale regolativo”

Fortini e il ’68

Franco Fortinidi Luca Lenzini

[Intervento al cicloFranco Fortini e gli anni 68, coordinato da Pier Paolo Poggio, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 2 ottobre 2017, nell’ambito del centenario della nascita di Fortini.]

Quando mi è stato chiesto di intervenire su Fortini e il ’68 ho pensato che un modo per affrontare un tema così impegnativo, e con una bibliografia tutt’altro che esigua, poteva essere quello di partire da un flash, da un momento specifico, lasciando alla discussione il compito di tentare sintesi e svolgere discorsi più ampi. Un episodio significativo, da leggere nel contesto del lungo lavoro intellettuale di Fortini, del suo “impatto” sulla cultura circostante, mi è parso allora quello che data all’anno precedente, 1967: per la precisione 23 aprile 1967.

Firenze, piazza Strozzi. La piazza è colma di studenti convenuti per una manifestazione contro la guerra del Vietnam. Dal ’65 gli Stati Uniti bombardano il Vietnam del Nord con una intensità che supera di molto quella della campagna contro la Germania nazista: è l’operazione Rolling Thunder, che tuttavia non impedirà, come sappiamo, la vittoria finale dei vietnamiti. Anche a Berlino, a Pechino gli studenti sono in rivolta, e di lì a poco lo saranno a Berkeley (“The Summer of Love”). Proprio quel giorno era arrivata, inoltre, la notizia del colpo di stato in Grecia. Anni dopo, ha scritto Fortini (cito da Notizie sui testi in F. Fortini, Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano, 2003, p. 1794):

Continua a leggere “Fortini e il ’68”

Pasolini senza pasolinismi

Pier Paolo Pasolinidi Rino Genovese

[Questo breve saggio è tratto dal volume collettivo Lo scrittore al tempo di Pasolini e oggi. Tra società delle lettere e solitudine,, a cura di Angela Felice e Antonio Tricomi, Venezia, Marsilio, 2017.]

Certo, se si assimila il neoliberalismo, o la liberaldemocrazia in genere, a un capitalismo imperiale privo di attriti consistenti, a un impero del mercato, a una variante del totalitarismo, beh, allora ci sta che la cosiddetta globalizzazione altro non sia che l’intensificazione e lo sviluppo di ciò che Pasolini denunciava a suo tempo come omologazione culturale1. Ma i fatti, nei decenni trascorsi dalla morte del poeta corsaro a oggi, si sono incaricati di mostrare che la sua era una diagnosi sbagliata. Come inesatte si sono rivelate, in un senso più ampio, le teorie sociologiche circa la secolarizzazione e la modernizzazione incessanti a cui sarebbe stato destinato l’intero globo terrestre.

Si comincia già nel 1979, a soli quattro anni dalla scomparsa di Pasolini, con la rivoluzione iraniana che nacque senza dubbio da un sollevamento popolare antimperialista, ma quasi subito prese una piega imprevedibile stando al dogma di una modernizzazione planetaria. Fu infatti segnata da una svolta teocratica (su cui un osservatore come Foucault aveva inizialmente scommesso, parlando di una «spiritualità politica», salvo prenderne rapidamente le distanze), né marxista né liberale ma neotradizionale, nel senso di una tradizione culturale e religiosa reinventata in maniera immediatamente politica.

Continua a leggere “Pasolini senza pasolinismi”

Un convegno, un libro, un viaggio nella letteratura italiana della modernità

Pier Paolo Pasolinidi Angela Felice e Antonio Tricomi

[Esce in questi giorni il volume Lo scrittore al tempo di Pasolini e oggi. Tra società delle lettere e solitudine, a cura di Angela Felice e Antonio Tricomi, Marsilio, Venezia, 2017, pp. 269, € 25,00. Se ne riproduce qui la premessa.]

Per la gran parte, questo libro scaturisce dal convegno cui anche deve il titolo: “Lo scrittore al tempo di Pasolini e oggi, tra società delle lettere e solitudine”, tenutosi l’11 e 12 novembre 2016 e organizzato dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia [con il sostegno della Fondazione per la critica sociale]. Con l’aggiunta di qualche altro contributo richiesto dai curatori a saggisti in varia maniera interessati all’opera del poeta delle Ceneri, esso ospita infatti le relazioni dei critici intervenuti in quell’occasione e i lavori della tavola rotonda tra scrittori con cui le due giornate di studio si conclusero.

Le intenzioni del convegno erano perciò le stesse che animano il presente volume. Tentare, da un lato, una ricognizione della società letteraria italiana del secondo Novecento dalla quale potesse, e quindi possa, emergere la fitta rete di rapporti tessuta da Pasolini con molti tra i migliori autori del suo tempo. Chiedere, dall’altro lato, ad alcuni scrittori in attività, appartenenti a generazioni diverse, di confrontarsi con l’eredità del pedagogo “luterano”, per poi dire la loro sullo stato di salute e sul ruolo, oggi, della letteratura, come pure su quelle tendenze documentarie, o comunque ibride, che sembrano attualmente ispirare una quota assai significativa della produzione romanzesca non solo nazionale.

Continua a leggere “Un convegno, un libro, un viaggio nella letteratura italiana della modernità”

Seminario di filosofia politica e sociale

Università di Parma – Dipartimento DUSIC
Unità di Filosofia Aula di Presidenza
Via D’Azeglio 85

07-11-2017

h 14.00-19.00

SEMINARIO DI FILOSOFIA POLITICA E SOCIALE
La societa degli individui – Quadrimestrale di Filosofia e teoria sociale
PhD School in Philologico-Literary,
Historico-Philosophical and Artistic Sciences

Interverranno

Rosa M. Calcaterra (Università Roma 3)
Federica Gregoratto (Università di St. Gallen)
Roberto Gronda (Università di Pisa)
Corrado Piroddi (Università di Jyväskylä)
Matteo Saltarelli (Università del Molise)
Rino Genovese (Fondazione per la Critica Sociale)
Italo Testa (Università di Parma)

Scarica la locandina in pdf

Leggere Rahel Jaeggi in Italia

Rahel Jaeggidi Marco Solinas

[Intervento introduttivo alla giornata di studi con Rahel Jaeggi promossa dalla Fondazione per la critica sociale, Università di Parma, 20 febbraio 2017.]

I cinque saggi raccolti nel volume Forme di vita e capitalismo veicolano una serie di questioni, temi e istanze affrontati dalla nuova teoria critica nel quadro di un ampio dibattito internazionale, che qui da noi non sembrano essere stati ancora pienamente metabolizzati. La maniera in cui Rahel Jaeggi affronta questi snodi rilancia in modo innovativo alcune posture della tradizione della sinistra hegeliana, e credo che possa rivelarsi particolarmente feconda nel quadro delle attuali discussioni anche in Italia. Così come spero che dal processo di ricezione, discussione e ibridazione – di cui questa giornata di studi promossa dalla Fondazione per la critica sociale rappresenta un primo passo – la nuova teoria critica possa a sua volta trarre giovamento, anzitutto rispetto a quelli che potremmo considerare gli specifici deficit inerenti alla dimensione della teoria politica ad essa connaturati.

Vorrei qui delineare tre possibili piste interpretative: 1) la rielaborazione della critica immanente può condurre senza alcuna forzatura, ma anzi naturalmente, al tema del ruolo dell’intellettuale, e più in generale alla riflessione sulle diverse modalità e figure della critica sociale, incrociando la tradizione di matrice gramsciana; 2) l’analisi della forma di vita capitalistica proposta da Jaeggi può contribuire a spostare l’attenzione da un’analisi prevalentemente “biopolitica”, oggi predominante in Italia, al capitalismo quale oggetto teorico prioritario, riattivando così l’eredità della sinistra hegeliana; 3) infine, l’adesione di Jaeggi alla svolta neo-hegeliana può risultare di grande interesse anche rispetto alla problematizzazione dell’eredità del normativismo di orientamento kantiano di Habermas, ben recepito e assimilato negli anni scorsi in Italia, e ora messo in discussione nel profondo.

Continua a leggere “Leggere Rahel Jaeggi in Italia”

In memoria di István Mészáros

Mészárosdi Marco Gatto

[István Mészáros è scomparso il 1° ottobre 2017. Per onorarne la memoria, ripubblico qui la mia recensione a Oltre il capitale, apparsa sul quotidiano “il manifesto” il 25 agosto 2017. – M. G.]

István Mészáros, classe 1930, è forse il solo allievo diretto di Lukács che non abbia ricusato la lezione del maestro, con l’ovvia ambizione di riformularla e renderla attuale. Oltre il capitale. Verso una teoria della transizione (Milano, Punto Rosso, pp. 908, euro 40) è un lavoro monumentale, una sorta di compendio sistematico per l’analisi del capitalismo contemporaneo, un’opera per certi aspetti straniante, perché legata a una tradizione di analisi e di proposta filosofico-politica distante dall’impressionismo teorico dei nostri tempi. Per questo la scelta coraggiosa dei curatori (Nunzia Augeri e Roberto Mapelli) di presentarla nella sua completezza marmorea dev’essere apprezzata e sottolineata: del resto, se il marxismo ha l’ambizione di porsi come visione alternativa al dominio del capitale, la sua validità, in un momento che sembra decretarne la scomparsa o l’integrazione, passa da una verifica concettuale permanente, che di certo costa tempo e fatica.

Mészáros è uno hegelo-marxista; da Lukács ha acquisito la necessità di un pensiero della totalità, e ha reso questo concetto più dinamico attraverso lo studio di Sartre. Ma, in ragione di un oltrepassamento di tali importanti riferimenti, è convinto che l’oggetto ultimo della riflessione debba essere il superamento del capitale e, in particolare, la forma assunta dalle sue crisi strutturali. L’offensiva socialista si gioca, per Mészáros, sul terreno di una politica radicale che pone il lavoro come premessa della transizione: proprio perché il capitale gioca la sua partita sulla divisione del lavoro (che perdura, sottolinea lo studioso, anche laddove il capitalismo non sembra sussistere, com’è accaduto in Unione Sovietica) e sul suo controllo, è l’occupazione a costituire il vero fattore della trasformazione sociale. La liberazione pertiene al lavoro e alle modalità con cui quest’ultimo viene strutturato in una società liberata: senza una politica in grado di accordare al lavoro le qualità determinanti che secondo Marx poneva in essere, senza una politica che trovi nel lavoro un esempio differente di socializzazione, non può darsi transizione al socialismo. La lezione dell’ultimo Lukács ridiventa qui centrale.

Continua a leggere “In memoria di István Mészáros”

A proposito di Rahel Jaeggi

Rahel Jaeggidi Rino Genovese

Non certo per puro mecenatismo la Fondazione per la critica sociale ha promosso la pubblicazione della raccolta di saggi di Rahel Jaeggi, ben curati da Marco Solinas sotto il titolo Forme di vita e capitalismo. La ragione è di fondo: siamo interessati agli sviluppi – in Germania e altrove – della tradizione della teoria critica francofortese, ne studiamo i diversi aspetti riservandoci su ciascuno di essi un giudizio autonomo, come dev’essere nelle questioni di teoria se si vuole che la discussione e il sapere avanzino.

Con Jaeggi (come già nel caso del suo maestro Axel Honneth) siamo all’interno di uno dei ricorrenti ritorni a Hegel che già caratterizzarono la filosofia del Novecento. Sembra proprio che di Hegel – in Germania ma anche altrove – non si riesca a fare a meno. Così la stessa ripresa di Adorno e della sua “critica delle forme di vita” (nel saggio sui Minima moralia che apre il volume) è in effetti un ritorno a Hegel, o, più precisamente, a un’idea aristotelico-hegeliana della “vita buona”. Anche se Jaeggi tiene a precisare che non si tratta d’indicarne in maniera paternalistica una volta per tutte le caratteristiche: aprendo in questo modo a un indebolimento in senso pluralistico della prospettiva etica, per il quale del resto ci sono le premesse già nello stesso Hegel che considerava la modernità come inevitabilmente “riflessiva”, mentre l’ethos di una forma di vita come quella dell’antica polis greca era qualcosa di totalizzante e indiscutibile.

Continua a leggere “A proposito di Rahel Jaeggi”