Dewey, la democrazia come ideale regolativo

Deweydi Rosa M. Calcaterra

Si sa bene che le vicende editoriali hanno un peso decisivo nella ricezione degli autori di qualsiasi orientamento o ambito culturale, e certamente il caso delle Cina Lectures di John Dewey è molto interessante anche da questo punto di vista. Perciò bisogna innanzi tutto dare atto ai promotori della recente edizione italiana del corso di lezioni di filosofia sociale e politica che Dewey tenne durante i due anni trascorsi in Cina tra il 1919 e 1920 (J. Dewey, Filosofia sociale e politica. Lezioni in Cina, Rosenberg & Sellier 2017) di avere colmato una lacuna nell’editoria italiana che, del resto, va registrata anche a livello europeo. Questa prima traduzione italiana delle lezioni deweyane è accuratamente condotta da Corrado Pirotti sulla base delle “Notes” redatte da Dewey stesso per l’occasione e pubblicate per la prima volta in versione integrale nel 2015 sullo “European Journal of Pragmatism and American Philosophy” per la curatela di Roberto Frega e Roberto Gronda.

Il volume italiano è corredato da una illuminante introduzione di Federica Gregoratto, che riporta nel dibattito filosofico del nostro Paese la voce di un autore tutt’altro che scontato dalla critica nostrana e non. In particolare, Gregoratto segnala con chiarezza i punti salienti di un impegno teorico di marca nordamericana che rendono queste lezioni meritevoli di una rinnovata attenzione anche alla luce dei diversi sviluppi che la teoria critica francofortese ha avuto nel corso degli ultimi decenni. Non a caso, dunque, le Lezioni in Cina sono ospitate nella collana “La critica sociale” diretta da Rino Genovese per Rosenberg & Sellier.

Alle spalle del testo di Dewey messo ora a disposizione del lettore italiano vi è una lunga e complicata storia editoriale, durata circa cinquant’anni. Val la pena di ricordare che è una storia in cui compaiono ben tre trascrizioni simultanee in cinese delle lezioni svolte dal filosofo di Burlington nella propria lingua madre, ciascuna alquanto differente dall’altra. Una di esse fu tradotta in inglese e pubblicata dalla Hawaii University Press nel 1973, tuttavia con notevoli differenze rispetto alla versione cinese. Si è creduto fino a poco tempo fa che gli appunti scritti da Dewey per le lezioni si fossero perduti ma il loro recente ritrovamento da parte dello storico Yung-chen Chiang presso l’Archivio dell’Istituto di Scienze Sociali di Pechino ha permesso di avere finalmente una visione d’insieme, sufficientemente perspicua, di questi discorsi in cui venivano anticipati i temi e l’orientamento teorico, sul versante della filosofia sociale, che sarebbero stati sviluppati in diversi scritti deweyani nel decennio compreso tra la fine degli anni Venti e la fine degli anni Trenta del secolo scorso.

In realtà quello fu il periodo maggiormente fecondo per la riflessione socio-politica del filosofo statunitense ed è dunque opportuno sottolineare che il volume curato da Gregoratto non solo colma una lacuna editoriale ma soprattutto aiuta a capire quanto le modalità e la misura in cui le opere riescono a circolare incidano sul dibattito culturale. Al riguardo, si deve almeno dire che la storia editoriale delle Lezioni in Cina ha avuto un impatto che, da un lato, ha interferito negativamente con un’adeguata comprensione filologica dell’arco complessivo delle riflessioni deweyane di filosofia sociale e politica cui quelle lezioni erano dedicate; mentre, dall’altro lato, essa ha fatto sì che rimanesse pressoché intatta una delle critiche più comuni che sono state rivolte a Dewey, specialmente dal fronte marxista, vale a dire la sua presunta mancanza di interesse o, persino, la sua ‘programmata’ negligenza nei confronti di un problema cruciale della filosofia sociale e politica, quello dei conflitti sociali.

Sta di fatto che le Lezioni in Cina mostrano una particolare attenzione per le forme di dominazione e oppressione sociale ovvero presentano il tema della ‘lotta per il riconoscimento’ come una questione centrale, sulla quale il filosofo è chiamato a intervenire sia per comprendere le situazioni in atto, studiando gli abiti e i costumi delle società in considerazione, sia per avanzare ipotesi operative. Queste ultime, a parte le specificità dettate dalle contingenze, dovrebbero comunque prevedere la cooperazione sociale come un “ideale immanente” dell’ethos democratico, per riprendere le osservazioni di Gregoratto, la quale precisa pertanto che questo testo deweyano espone un’analogia profonda tra democrazia e amicizia, cui la filosofia politica odierna, e particolarmente il pensiero femminista, possono o dovrebbero attingere.

Viene qui da pensare all’affermazione di Khalil Gibran secondo cui “l’essenza della democrazia è l’amore” e, per la proprietà transitiva, diciamo così, agli scritti giovanili di Dewey dove egli cerca di distillare l’essenza della vita democratica dalla religione cristiana, pur distanziandosi fin dall’inizio e con molta chiarezza dalle forme oltranziste del cristianesimo. Lo sfondo religioso del suo pensiero è documentato e discusso da un considerevole numero di interpreti, molti dei quali tendono però a sottolinearne le dichiarazioni di laicismo che egli non manca di proferire a partire dagli anni dei suoi studi di dottorato alla John Hopkins University. Ho sostenuto in varie occasioni che l’intera riflessione deweyana sulla democrazia è saldamente informata da un “permanent Christian deposit” che egli stesso tende a occultare preferendo piuttosto dichiarare il “permanent Hegelian deposit” come un tratto distintivo della propria filosofia.

Uno dei principali elementi a favore del collegamento tra la concezione deweyana della democrazia e la religione cristiana è dato dal fatto che Dewey intende la democrazia innanzi tutto come uno stile di vita, la cui attuazione richiede un impegno incondizionato e costante, per molti versi analogo a quello usualmente riservato agli adepti di una fede religiosa. In verità, il carattere ‘quasi-religioso’ della fede deweyana nella democrazia è un’espressione peculiare di un ‘naturalismo umanistico’ che valorizza la capacità immaginativa della mente umana e, in sostanza, per Dewey la democrazia è prima di tutto un ideale regolativo radicato, appunto, nella propensione a organizzare e sviluppare in modo creativo le migliori potenzialità della realtà sociale, come si legge nel suo famoso testo The Public and its Problems. In quanto ideale regolativo, la democrazia non solo è sempre in fieri ma, soprattutto, è sempre sottoposta al rischio dell’annientamento e proprio per questo essa esige il sostegno di una fede. È una fede che, per Dewey, equivale alla convinzione che in tale forma di vita risiedano le più consistenti possibilità di migliorare sia la vita comune sia l’esistenza individuale. Si tratta, dunque, di evidenziare la costante dialettica di individualità e socialità che istituisce la realtà umana, il suo fondamentale carattere di ‘esperienza condivisa’. Non a caso The Public and its Problems , pubblicato nel 1927, fa parte del gruppo di scritti che, come accennavo, risalgono al periodo più fecondo della filosofia sociale e politica di Dewey, preparato – per così dire – dalle Lezioni in Cina, dove la tensione tra individualità e socialità costituisce di certo un fattore importante dell’accostamento al tema del conflitto sociale.

Quasi tutti gli interpreti di ispirazione marxista hanno in passato contestato a Dewey la mancanza di precisi programmi d’azione atti a risolvere i conflitti. In effetti, tale omissione può apparire non solo come il sintomo di un’improduttiva astrattezza del pensiero politico deweyano ma persino come un implicito cedimento alle implicazioni più inquietanti del liberalismo capitalista, a meno che non si tenga in debito conto il fatto che l’approccio di Dewey ai problemi politici ha una natura squisitamente etico-morale piuttosto che tecnico-formale. Del resto, l’asserzione del carattere marcatamente sociale di tutte le attività umane è il principio chiave del pensiero deweyano, per cui viene a proporsi una sorta di primato epistemico della società sul singolo individuo, benché la difesa del valore e delle potenzialità sia etiche sia conoscitive degli individui rappresenti un punto inaggirabile della filosofia deweyana. Allo stesso tempo, Dewey non rinuncia mai – e lo si vede bene nelle Lezioni in Cina – alla convinzione che, per poter agire – sia individualmente sia socialmente – con qualche speranza di successo, è necessario fare i conti con l’apparato logico-semantico che si eredita dalla tradizione in cui si è immersi e, prima di tutto, con la coppia concettuale individuo/società.

È per questo che invita costantemente a sottoporre all’analisi critica l’uso tradizionale di tali categorie, adottando una visuale ‘storicista’ per cui esse risultano definite come il riflesso filosofico e culturale delle diseguaglianze sociali che permeano l’esistenza degli individui in una data comunità. In altre parole, occorre riferirsi alla riproduzione dei rapporti di potere che vigono nel sistema sociale, tenendo anche in conto il fatto che – secondo Dewey – i filosofi cui maggiormente si deve l’elaborazione di tali concetti nel corso della nostra tradizione di pensiero hanno quasi sempre fatto parte delle classi più agiate. Ne consegue che, prima di poter intraprendere un qualsiasi tentativo di trasformazione ossia ‘ricomposizione’ della realtà sociale, occorre smontare e ricostruire quei concetti, giovandosi di uno sguardo attento alle nuove opportunità che il mutato contesto socio-economico e culturale può offrire. Ed è interessante ricordare che le linee principali di quest’impegno critico e ricostruttivo delle categorie di individualità e socialità si trovano in Reconstruction of Philosophy, opera pubblicata nel 1920, vale a dire a ridosso del rientro di Dewey dai due anni trascorsi in Cina, e ristampata nel 1948 con una nuova introduzione tesa a ribadire le responsabilità morali della società americana ricca e scientificamente avanzata, rispetto allo sviluppo della vita democratica ovvero alla gestione etica, non già tecnocratica, dei conflitti che l’attraversano.

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