Messaggio sulla letteratura che ci circonda

gruppi letturadi Filippo La Porta

Intervento stimolante, caro Rino, anche se chi volesse intervenire sulla narrativa italiana non dovrebbe affidarsi interamente e ciecamente alla mappa, pur pregevole e accurata, di Simonetti. Dovrebbe invece prendersi la briga di leggersi lui i testi (e questo è un appunto per te, caro Rino, che pure hai scritto cose penetranti per esempio su Moresco). Insomma per parlare di nuova narrativa italiana bisogna conoscerla direttamente, bisogna pur leggersi venticinque-trenta romanzi italiani all’anno (sì, sarà pure una “palla”, ma d’altronde mica è obbligatorio avere una opinione sull’argomento!). Questo almeno ebbi modo di rimproverare al (bel) libro di Ficara – Lettere non italiane – che non manteneva del tutto la promessa (assai promettente) di dimostrare perché i nuovi narratori abbiano rotto con una tradizione novecentesca (per la ragione che di italiani contemporanei lui ne aveva letti solo quattro o cinque…). Velocemente, soltanto alcune annotazioni.

1) Siamo convinti del declino inarrestabile delle patrie lettere (come del declino di ogni cosa entro un presente desolato), e che il passato prossimo fosse tanto migliore? Scorriamo i vincitori dello Strega anni ’50 e ’60 e oltre: sì, ci sono Morante, Volponi e Parise, ma i Prisco, Brignetti, Cialente, Arpino, Bevilacqua, Nievo non sono superiori – sotto qualsivoglia parametro – a Veronesi, Ammaniti, Siti, Piperno, Albinati, Starnone. Possibile che quando muore un poeta, un romanziere, un regista, etc. della generazione passata si scriva sempre che è morto l’ultimo poeta, l’ultimo romanziere, l’ultimo regista!

2) È vero, la madre degli scrittori imbecilli è sempre incinta, ma anche la madre dei filosofi, magistrati, architetti, fisici…Vuoi gli esempi?

3) La categoria decisiva in Simonetti è proprio quella del “nobile intrattenimento”, imparentata con il midcult, e peccato che non la approfondisca (mentre: chissenefrega della narrativa Ikea, di Volo e della Parietti). Dimostra tra l’altro un tuo assunto, e cioè l’attuale primato del fruitore, del pubblico. Il “nobile intrattenimento” è infatti la letteratura che corrisponde fedelmente al nuovo pubblico, alla middle class alfabetizzata, che legge per intrattenersi (si intrattiene perfino con Kafka, che giudica “intrigante”) ma anche per apparire più intelligente, per sentirsi più colta e aggiornata, per distinguersi a tutti i costi (è il famigerato “ceto riflessivo”, che, ahinoi, non è più credibile neanche quando si indigna sull’Aquarius…).

4) La letteratura come conoscenza, come conflitto, come utopia, etc. (e non consumo chic o status symbol) ancora sopravvive in molti romanzi o narrazioni “ibride”, anche se pochi se ne accorgono perché questi romanzi sono sommersi da tutti gli altri in una iperproduzione ormai fuori controllo: negli ultimi anni almeno Doninelli, Morandini, Fiore, Orecchio, Livi, Calligarich, Carraro, Tedoldi, Morelli, Sebaste, Samonà (Giuseppe), Muratori e ora l’ultimo di Piersanti (tra le narrazioni ibride includerei invece – poiché non sono affabulatori puri – Pascale, Covacich, Voltolini, Arminio, Mari e le cose più saggistiche di Tiziano Scarpa).

5) La nostra letteratura potrà migliorare se cambia il suo pubblico: perciò seguo con interesse iniziative come i gruppi di lettura e simili, dove può formarsi un lettore più esigente, consapevole e responsabile, che si ostina a chiedere ai libri qualche verità per lui preziosa (questo lettore va snidato, va cercato, va costruito, inventato se occorre…). È come per la democrazia: funziona solo se i cittadini sono capaci di badare a se stessi.

Sulla letteratura che ci circonda (a partire da Gianluigi Simonetti)

gianluigi simonettidi Rino Genovese

[Il 7 giugno scorso, organizzato da Anna Gialluca presso la sede romana della casa editrice Laterza, si è tenuto un interessante seminario intorno a un recente volume di Gianluigi Simonetti, con interventi, tra gli altri, di Walter Siti, Domenico Starnone, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni, Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro. Quello che segue è un mio contributo alla prosecuzione del dibattito. – R. G.]

Si dev’essere grati a Gianluigi Simonetti per il suo La letteratura circostante (Bologna, il Mulino, 2018) che ci permette di entrare nella selva della editoria italiana contemporanea, di prendere contatto con libri di cui mai avremmo immaginato l’esistenza, di addentrarci in un’imbecillità che, pur scafati, neppure il nostro peggiore pessimismo sarebbe riuscito a figurarsi. Come lettori critici dobbiamo essergli grati. Come scrittori molto meno: perché – se ancora ambiremmo a esserlo – nel panorama che egli disegna non vorremmo essere inseriti, o, se un tempo lo fummo, in siffatta compagnia non è confortante essere confusi. Ci sono, nelle analisi proposte dal libro, in ordine d’insulsaggine, i politici e gli sportivi che si scoprono narratori, gli autori che sono personaggi televisivi (da Alba Parietti a Flavio Insinna, da Fabio Fazio a Maurizio Costanzo), i giornalisti che si danno al romanzo (magari sfruttando la notorietà televisiva), gli scrittori “giovani” o giovanilisti, i memorialisti della lotta armata degli anni settanta, gli autori di genere (un notevole studio, a tratti esilarante, è dedicato da Simonetti al “neo-rosa” che ha in Moccia il suo campione).

Dal libro si ricava l’impressione che la letteratura da cui siamo assediati sia solo un enorme megagenere editoriale; in altri termini, non esiste letteratura se non colonizzata da quelle che si possono chiamare le agenzie dell’estetizzazione diffusa, entro cui rientra a pieno titolo la maggior parte della case editrici. Si tratta delle eredi della industria culturale: se in questa si potevano individuare delle differenze di livello all’interno di una produzione “media”, se soprattutto il discorso di un autore poteva ancora introdurre il suo sassolino nella macchina, oggi, nell’editoria dell’estetizzazione diffusa, non più. Perciò il concetto di “nobile intrattenimento” (espressione che Simonetti riprende da un innominato editor che sembra avere le sembianze di Antonio Franchini, considerato nel libro a sua volta in quanto autore in proprio) diventa a dir poco problematico, sommersa com’è – la nobiltà – sotto una produzione che per contrasto, sebbene Simonetti non ricorra mai a questo termine, andrebbe definita plebea.

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A partire da Rahel Jaeggi e dalla rivista “Consecutio rerum”

 

Discussione a più voci a partire dal volume di Rahel Jaeggi
Forme di vita e capitalismo
e dagli ultimi numeri della rivista “Consecutio rerum

21 maggio 2018, h. 17.00
Fondazione Circolo Rosselli
Via degli Alfani 101
Firenze
Partecipano:
Roberto Finelli
direttore di “Consecutio rerum”
Rino Genovese
direttore della collana “La critica sociale” di Rosenberg & Sellier
Mario Pezzella
filosofo e saggista
Marco Solinas
curatore del volume di Rahel Jaeggi
Debora Spini
filosofa della politica

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Utopia. La parola e la cosa

Angela Felicedi Antonio Tricomi

[In ricordo della nostra amica Angela Felice, direttrice del Centro Studi Pasolini, con cui la Fondazione per la critica sociale ha stabilito nel tempo solidi rapporti, ripubblichiamo qui la postfazione di Tricomi al suo volume L’utopia di Pasolini, Udine, Bottega Errante, 2017.]

È proprio come spiega Angela Felice in questo suo libro. Ha appena superato i vent’anni, Pasolini, quando, in una lettera a Luciano Serra, attribuisce a sé, e ai suoi coetanei, «una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà», cui egli si sforzerà di non venire mai meno e per il buon esito della quale giudicherà sempre cruciale il magistero di un uomo di pensiero, e in special modo del poeta, umanisticamente inteso – per dirla con Bauman – quale «intellettuale-legislatore». Per costui, all’indomani della caduta del Duce, si tratterà, nell’ottica di Pasolini, di gettare le basi culturali per quella rigenerazione anzitutto morale di cui il Paese ha bisogno dopo un ventennio di dittatura fascista ritenuto il trionfo delle onnipervasive, e grette, logiche borghesi. A repubblica istituita, l’uomo di sapere dovrà invece contribuire a rendere quest’ultima non una forma nuova, e però ugualmente asfittica, del dominio borghese, ma un’autentica democrazia, e potrà farlo accettando il ruolo di laica coscienza critica della società.

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Addio a Angela Felice

Angela Felicedi Massimo Raffaeli

[Questo articolo è apparso sul “manifesto” del 4/5/18.]

Angela Felice, mancata a Udine il 2 maggio, era una umanista nel senso più compiuto perché associava la cultura rigorosa a una passione che decenni di lavoro e di impegni istituzionali (dal 2009 era direttrice del Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia) non avevano in niente scalfito. Il suo sorriso, la sua eleganza, il profilo mitteleuropeo davano infatti una speciale luminosità alla tenacia e al suo grande fervore organizzativo. A lungo docente liceale, Angela Felice lascia una cospicua bibliografia critica, dalla Introduzione a D’Annunzio  (Laterza 1991) a numerose monografie teatrali, tra cui L’attrice Marchesa, uno studio su Adelaide Ristori edito da Marsilio nel 2006. E proprio il teatro era stato il suo amore primordiale, come testimonia non soltanto una longeva attività di critica militante al “Gazzettino” ma l’impegno diretto sia nel “Palio studentesco udinese” (una vera couche, una forgia di giovani talenti) sia nella direzione del Teatro Club di Udine.

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Lo spazio dell’intellettuale oggi

 

Intellettuale oggidi Rino Genovese

[Questo intervento è stato presentato all’Unione culturale Antonicelli di Torino il 9 marzo 2018, nell’ambito dell’incontro “Teorie e pratiche di critica sociale”].

Stando a una pura constatazione sociologica, lo spazio dell’intellettuale si è enormemente ampliato rispetto a ieri, intendendo con “ieri” essenzialmente la seconda metà del Novecento. Ciò è del tutto scontato, ed è da collegare con la fine di un modo ristretto di considerare la cultura. Un tempo aveva perfino fatto scandalo che potessero esserci libri tascabili, edizioni a poco prezzo dei classici della letteratura, oppure che il latino, con la riforma della scuola media unica, fosse diventato una materia secondaria. Accadeva in Italia nei primi anni sessanta: un’istruzione riservata a una élite e un sistema scolastico programmaticamente classista andavano dissolvendosi. Se fossimo beatamente progressisti, dovremmo dire che ne è stata fatta di strada. Ma il progresso civile (chiamiamolo così, con una vecchia espressione di sapore illuministico) non procede secondo una linea retta e nemmeno a spirale: piuttosto è fatto di segmenti spezzati che soltanto a montarli insieme con un certo sforzo compongono la figura di un progresso rispetto a qualcosa che c’era prima.

Così, se anche il campo di ricezione di qualsiasi messaggio intellettuale si è ampliato (da ultimo con Internet), è vero tuttavia che esso è diventato una semplice schiuma nella congerie caotica dei messaggi di cui è fatta la comunicazione corrente, entro cui è diventato difficile distinguere i contributi di qualità dal ciarpame. La fine della “cultura alta”, prevalentemente umanistica, è stata vissuta da molti come una perdita; ma si è trattato di una trasformazione storica che, se non altro, ha messo fuori causa una tradizione culturale impregnata di retorica. Va sempre sottolineato come la critica dei consumi – in questo caso dei consumi culturali – abbia spesso un segno conservatore. E poi certo anche un segno del tutto opposto, purché però si sappia fare la critica di una certa critica.

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Storia economica della felicità

3 maggio 2018, ore 15.00

Polo delle Scienze Sociali, via Pandette 9, Aula D6/106

Interverranno:

Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale

Stefano Bartolini, Università di Siena

Nicolò Bellanca, Università di Firenze

Moderatore: Renato Giannetti, Università di Firenze

Incontro patrocinato dal Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa e dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali

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La Germania deve pagare

Il 20 aprile 2018, alle ore 16, la Fondazione per la critica sociale promuove l’incontro

La Germania deve pagare per stragi e deportazioni: la memoria spesata non è risarcimento

Aula didattica del Museo storico della Liberazione, via Tasso 145, Roma.
Intervento introduttivo di saluto di Antonio Parisella, presidente del Museo.

Interverranno il magistrato Luca Baiada e l’avvocato Joachim Lau.

Sui crimini nazifascisti – stragi e deportazioni di italiani, civili e militari, dal 1943 al 1945 – si sono intrecciate fasi di oblio, ricerche serie, memorie accomodate. Dopo la riapertura dell’Armadio della vergogna, emerso anche per l’impegno del giornalista Franco Giustolisi, sono stati celebrati processi penali, conclusi con sentenze clamorose, ma non eseguite per la mancata collaborazione della Germania.
Al posto della giustizia concreta, adesso si notano commemorazioni, monumenti e prodotti culturali discutibili sul piano storiografico, come l’Atlante delle stragi, pagati prevalentemente dallo Stato tedesco, che ammette le sue colpe morali ma respinge le conseguenze pratiche. Queste iniziative riparazioniste non possono rimpiazzare il risarcimento economico, che resta dovuto.
Dopo una decisione del 2012 della Corte internazionale di giustizia, sfavorevole ai cittadini italiani, nel 2014 una sentenza della Corte costituzionale ha ristabilito che si può chiedere a un giudice italiano di condannare lo Stato tedesco ai risarcimenti, sia per stragi che per deportazioni.
Sono in pieno svolgimento da un lato l’impegno processuale per la giustizia, sostenuto da solidi principi giuridici, e dall’altro lo sforzo diplomatico tedesco, con silenzi o sostegni da parte dell’Italia, per non pagare i risarcimenti agli interessati.

Segreteria:
Fondazione per la critica sociale
c/o «Il Ponte»
via Manara 10-12 – 50135 Firenze
fondacritisoc@gmail

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Capire il presente. Parole della politica

Capire il presente. Parole della politica

Venerdì 23 marzo 2018
ore 17.30
Partiti /Movimenti
Mario Caciagli
Università di Firenze
Donatella Della Porta
Scuola Normale Superiore Pisa

Venerdì 20 aprile 2018
ore 18.00
Nuove schiavitù /Lavoro
Maurizio Landini
Segreteria nazionale Cgil
Andrea Valzania
Università di Siena

Venerdì 18 maggio 2018
ore 18.00
Individuo /Socialismo
Rino Genovese
Filosofo e saggista
Nadia Urbinati
Columbia University

Capire il presente. Parole della politica

Dewey, la democrazia come ideale regolativo

Deweydi Rosa M. Calcaterra

Si sa bene che le vicende editoriali hanno un peso decisivo nella ricezione degli autori di qualsiasi orientamento o ambito culturale, e certamente il caso delle Cina Lectures di John Dewey è molto interessante anche da questo punto di vista. Perciò bisogna innanzi tutto dare atto ai promotori della recente edizione italiana del corso di lezioni di filosofia sociale e politica che Dewey tenne durante i due anni trascorsi in Cina tra il 1919 e 1920 (J. Dewey, Filosofia sociale e politica. Lezioni in Cina, Rosenberg & Sellier 2017) di avere colmato una lacuna nell’editoria italiana che, del resto, va registrata anche a livello europeo. Questa prima traduzione italiana delle lezioni deweyane è accuratamente condotta da Corrado Pirotti sulla base delle “Notes” redatte da Dewey stesso per l’occasione e pubblicate per la prima volta in versione integrale nel 2015 sullo “European Journal of Pragmatism and American Philosophy” per la curatela di Roberto Frega e Roberto Gronda.

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Fortini e il ’68

Franco Fortinidi Luca Lenzini

[Intervento al cicloFranco Fortini e gli anni 68, coordinato da Pier Paolo Poggio, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 2 ottobre 2017, nell’ambito del centenario della nascita di Fortini.]

Quando mi è stato chiesto di intervenire su Fortini e il ’68 ho pensato che un modo per affrontare un tema così impegnativo, e con una bibliografia tutt’altro che esigua, poteva essere quello di partire da un flash, da un momento specifico, lasciando alla discussione il compito di tentare sintesi e svolgere discorsi più ampi. Un episodio significativo, da leggere nel contesto del lungo lavoro intellettuale di Fortini, del suo “impatto” sulla cultura circostante, mi è parso allora quello che data all’anno precedente, 1967: per la precisione 23 aprile 1967.

Firenze, piazza Strozzi. La piazza è colma di studenti convenuti per una manifestazione contro la guerra del Vietnam. Dal ’65 gli Stati Uniti bombardano il Vietnam del Nord con una intensità che supera di molto quella della campagna contro la Germania nazista: è l’operazione Rolling Thunder, che tuttavia non impedirà, come sappiamo, la vittoria finale dei vietnamiti. Anche a Berlino, a Pechino gli studenti sono in rivolta, e di lì a poco lo saranno a Berkeley (“The Summer of Love”). Proprio quel giorno era arrivata, inoltre, la notizia del colpo di stato in Grecia. Anni dopo, ha scritto Fortini (cito da Notizie sui testi in F. Fortini, Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano, 2003, p. 1794):

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Pasolini senza pasolinismi

Pier Paolo Pasolinidi Rino Genovese

[Questo breve saggio è tratto dal volume collettivo Lo scrittore al tempo di Pasolini e oggi. Tra società delle lettere e solitudine,, a cura di Angela Felice e Antonio Tricomi, Venezia, Marsilio, 2017.]

Certo, se si assimila il neoliberalismo, o la liberaldemocrazia in genere, a un capitalismo imperiale privo di attriti consistenti, a un impero del mercato, a una variante del totalitarismo, beh, allora ci sta che la cosiddetta globalizzazione altro non sia che l’intensificazione e lo sviluppo di ciò che Pasolini denunciava a suo tempo come omologazione culturale1. Ma i fatti, nei decenni trascorsi dalla morte del poeta corsaro a oggi, si sono incaricati di mostrare che la sua era una diagnosi sbagliata. Come inesatte si sono rivelate, in un senso più ampio, le teorie sociologiche circa la secolarizzazione e la modernizzazione incessanti a cui sarebbe stato destinato l’intero globo terrestre.

Si comincia già nel 1979, a soli quattro anni dalla scomparsa di Pasolini, con la rivoluzione iraniana che nacque senza dubbio da un sollevamento popolare antimperialista, ma quasi subito prese una piega imprevedibile stando al dogma di una modernizzazione planetaria. Fu infatti segnata da una svolta teocratica (su cui un osservatore come Foucault aveva inizialmente scommesso, parlando di una «spiritualità politica», salvo prenderne rapidamente le distanze), né marxista né liberale ma neotradizionale, nel senso di una tradizione culturale e religiosa reinventata in maniera immediatamente politica.

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