Interventi

Lezione svedese (2)

Viktor Orbán

di Rino Genovese

Mi ha fatto notare Antonio Tricomi, in una conversazione privata, che la “lezione svedese” è per lo meno ambigua: se infatti perfino dove c’è stata un’integrazione riuscita degli immigrati, grazie a uno Stato sociale di alto livello, l’estrema destra arriva al 17%, questo è un dato per nulla confortante, che fa pessimisticamente prevedere un ulteriore incremento delle posizioni xenofobe alle prossime elezioni. Inoltre, spingendo più avanti il ragionamento del mio amico, la “lezione svedese” si avvita in un circolo vizioso, è un gatto che si morde la coda: se per difendersi dalla destra estrema, sul piano europeo, si è spinti a dare ancora vita ad alleanze tra centristi conservatori (leggi Ppe) e socialisti e socialdemocratici, ciò potrà forse servire a salvare la situazione qui e ora, ma sul medio periodo – visto che l’immobilismo liberal-liberista ha favorito fin qui la crescita dell’estrema destra – questa riscuoterà maggiori consensi, presentandosi come unica alternativa “sociale” oltre che sovranista.

Il ragionamento non fa una piega. In maniera logica è la rappresentazione di un’impasse. La mia risposta, tuttavia, vorrebbe distinguere due problemi. Il primo, di fondo, è di tipo sociologico, per non dire antropologico-culturale, e ha a che fare con la domanda: di che cosa è segno il ritorno, in chiave nazional-populistica, di un’estrema destra in Europa? Anzitutto – mi sento di rispondere – del fatto che la nozione di globalizzazione, in voga soprattutto un ventina di anni fa, era sbagliata in quanto troppo sbilanciata in senso economicistico e più o meno ottimisticamente progressista. Il nostro non è tanto il tempo della globalizzazione economico-finanziaria, tecnologica e così via, quanto piuttosto quello in cui emerge con forza l’elemento d’ibridazione culturale e storico-temporale del moderno. È una questione che è stata spesso fraintesa con il termine di “postmoderno”. Non si tratta di un “post”, ma del venire in primo piano dell’intera modernità occidentale come un miscuglio di passato e presente e di culture differenti, che soltanto per un periodo tutto sommato breve, in Europa, anche in forza di uno sviluppo economico che sembrava inarrestabile, aveva trovato un suo equilibrio.

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Lezione svedese

lezione svedesedi Rino Genovese

Tra le due o tre cose che so della Svezia, c’è che questo paese, celebre per la qualità del suo Stato sociale, negli ultimi anni ha accolto ben 450.000 rifugiati su una popolazione di dieci-undici milioni di abitanti. Un mese fa a Stoccolma, in una centralissima stazione della metro, ho visto nel botteghino delle informazioni un’immigrata velata e con l’abito scuro lungo fino ai piedi tipico degli sciiti (che, per chi ancora non lo sapesse, sono una corrente dell’islam diffusa soprattutto tra Iran e Iraq). Ecco la prova di un’integrazione riuscita. La politica dell’accoglienza ha certo ricevuto un colpo dalle recenti elezioni, in cui il partito di estrema destra anti-immigrati, dal nome fasullo di “Svedesi democratici”, ha raggiunto il 17%, ma nell’insieme ha tenuto e il partito socialdemocratico, con il suo 28% (che tuttavia costituisce un record negativo), è rimasto il primo partito. La prospettiva politica che si apre adesso è quella di una probabile grande coalizione alla tedesca, con i moderati conservatori, rimasti il secondo partito al 19%, e i loro alleati minori.
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Lettera aperta al presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

di Luca Baiada

Mi rivolgo, anche a nome della Fondazione per la critica sociale, a Paolo Pezzino, nuovo presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, già Insmli.

Sono fra Rigoli e Corliano, vicino a Pisa; qui nel 1944 fu commesso uno dei tanti eccidi nazifascisti. Oggi è un anniversario: tre quarti di secolo fa, nel 1943, gli italiani vissero il duro giorno delle scelte. Niente ordini dall’alto, e quando c’erano magari erano sbagliati, furbi, contraddittori. Una classe dirigente violenta e presuntuosa mostrò la corda, permettendo ai tedeschi l’occupazione del paese.

La Germania non paga i risarcimenti alle famiglie delle vittime dei crimini commessi in Italia, proprio dal 1943 al 1945. Però da qualche anno, con una spesa molto inferiore, finanzia iniziative culturali. La più importante è l’Atlante delle stragi, di cui Lei è il direttore scientifico.

Ho chiamato questa operazione riparazionismo perché sin dall’inizio, eclissati i risarcimenti, si è parlato di riparazione; ma si è detto anche lenimento, memoria attiva, riconciliazione, memoria comune, poi simbolo pesante. Mai giustizia, mai denaro ai veri creditori.

Sono stato sostenuto da familiari dei caduti e da giuristi. Anche alcuni storici mi hanno espresso solidarietà, per lo più in privato. Ho scritto, ho partecipato a convegni, ho sentito il calore di chi non conta niente, e altrove un gelo direttamente proporzionale al potere. Adesso, se c’è il mio nome in un incontro, personaggi influenti scrivono o telefonano di soppiatto all’ente organizzatore, preoccupatissimi.

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Lettera a Saviano sulla regressione culturale

Roberto Savianodi Rino Genovese

Caro Saviano,

è chiaro che siamo con te contro il ministro dell’interno: non possono esserci dubbi o esitazioni su questo, non foss’altro perché tu sei liberale e illuminato e lui un demagogo oscurantista deciso a lucrare elettoralmente sulla paura e l’ignoranza. Ma la ragione per cui oggi c’è così tanta difficoltà a reagire, a mettere su un vasto movimento d’opinione contro la xenofobia e il razzismo, a favore delle Ong che nel Mediterraneo salvano vite umane, è data dal fatto che da tempo siamo in presenza di una regressione culturale a sinistra, che prima ha lasciato spazio al puro e semplice qualunquismo grillino (le balle sulla democrazia diretta in rete, la polemica antipolitica intorno alla “casta”, e così via), e poi non si è ritratta neppure di fronte alla prospettiva di un governo grilloleghista (ne so qualcosa io che ho dovuto rompere con la vecchia rivista “Il Ponte”, in cui questa regressione appare adesso particolarmente evidente).

Si sta ripetendo, mutatis mutandis, in quell’area che definiamo di “sinistra radicale”, ciò che avvenne all’inizio del Novecento con i nazionalismi e i prodromi del fascismo, quando ex compagni divennero camerati quasi da un giorno all’altro, passando dall’estrema sinistra all’estrema destra. Ieri era l’insoddisfazione verso una politica riformista, quella di Filippo Turati – e poi il mito della violenza, della guerra, della conquista coloniale –, a sostenere ideologicamente il mutamento. Oggi c’è una molto difettosa costruzione europea a provocare una delusione e un’insoddisfazione che si riflettono, nelle menti più deboli, in un (ri)sentimento del “si stava meglio prima”, quando non c’era la moneta unica e si poteva svalutare a piacere, o quando non era arrivata l’ondata migratoria, soprattutto dal Sud del mondo, perché la drammatica questione postcoloniale non era ancora esplosa e la divisione del pianeta in blocchi contrapposti permetteva di tenere sotto controllo zone geografiche in seguito finite nel caos.

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Come se non bastasse

Beppe Grillodi Luca Lenzini

A parte Boris Godunov e Macbeth, tutti, in generale, hanno buona coscienza.
Vladimir Jankélévitch

E insomma non è bastato. Che nel 1994 alla carica di presidente del Consiglio sia assurto il cav. Silvio Berlusconi, padrone di Mediaset. Che un lustro più tardi (luglio 2009) il comico Beppe Grillo, raggiunta ampia notorietà grazie alla televisione e ai media, abbia fondato (non avendogli consentito il Partito democratico di partecipare alle “primarie”) il “Movimento Nazionale Cinque Stelle”, e che oggi (2018) sia giunto al potere alleandosi con la Lega di Matteo Salvini. Che quest’ultimo, ex-comunista padano la cui arte retorica si temprò ai microfoni di Radio Padania Libera, sia attualmente ministro degli Interni e vero dominus del governo. E per inciso, che nel frattempo, ovvero nel corso degli ultimi due anni, abbiamo assistito prima alla “Brexit” (giugno 2016) e poi alla vittoria di Trump (20 gennaio 2017) alle elezioni negli Stati Uniti… no, non è bastato (e neanche che all’origine della meteora-Renzi, per chi avesse così lunga memoria, vi fosse una serie di performance televisive).

Figuriamoci. Tutte coincidenze o meglio, anzi, fenomeni naturali: come la Globalizzazione. Così va il mondo, e in fondo sono cambiati i mezzi (prima radio e giornali, ora televisione e internet) ma siamo sempre nel contesto del democratico formarsi del consenso e della pubblica opinione. Tutto democratico, solo un po’ moderno. A volte ci sono incidenti, chissà come di quando in quando nascono delle “anomalie”; ma bene o male il tutto funziona e i mercati alla fine si calmano. Così a spiegare come stavano andando realmente le cose ci volle nientemeno che Fedele Confalonieri, il quale nel marzo 2017 in un’intervista al Foglio, così si espresse: “Stiamo esagerando”. Si riferiva ad alcuni programmi televisivi della propria azienda, i quali a parer suo avevano contribuito al clima populista dilagante. Lamento non senza conseguenze: l’anno seguente, dopo le elezioni del marzo 2018, non una ma ben tre figure apicali della pregiata ditta (Belpietro, Del Debbio e Giordano) furono d’emblée rimosse e sostituite; né lo stesso Cavaliere mancò di confermare la diagnosi del fedele e chiaroveggente manager, amaramente constatando: “abbiamo nutrito i populisti.” Finalmente qualcuno con le idee chiare, dunque, almeno per quanto riguarda le proprie aziende.

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Messaggio sulla letteratura che ci circonda

gruppi letturadi Filippo La Porta

Intervento stimolante, caro Rino, anche se chi volesse intervenire sulla narrativa italiana non dovrebbe affidarsi interamente e ciecamente alla mappa, pur pregevole e accurata, di Simonetti. Dovrebbe invece prendersi la briga di leggersi lui i testi (e questo è un appunto per te, caro Rino, che pure hai scritto cose penetranti per esempio su Moresco). Insomma per parlare di nuova narrativa italiana bisogna conoscerla direttamente, bisogna pur leggersi venticinque-trenta romanzi italiani all’anno (sì, sarà pure una “palla”, ma d’altronde mica è obbligatorio avere una opinione sull’argomento!). Questo almeno ebbi modo di rimproverare al (bel) libro di Ficara – Lettere non italiane – che non manteneva del tutto la promessa (assai promettente) di dimostrare perché i nuovi narratori abbiano rotto con una tradizione novecentesca (per la ragione che di italiani contemporanei lui ne aveva letti solo quattro o cinque…). Velocemente, soltanto alcune annotazioni.

1) Siamo convinti del declino inarrestabile delle patrie lettere (come del declino di ogni cosa entro un presente desolato), e che il passato prossimo fosse tanto migliore? Scorriamo i vincitori dello Strega anni ’50 e ’60 e oltre: sì, ci sono Morante, Volponi e Parise, ma i Prisco, Brignetti, Cialente, Arpino, Bevilacqua, Nievo non sono superiori – sotto qualsivoglia parametro – a Veronesi, Ammaniti, Siti, Piperno, Albinati, Starnone. Possibile che quando muore un poeta, un romanziere, un regista, etc. della generazione passata si scriva sempre che è morto l’ultimo poeta, l’ultimo romanziere, l’ultimo regista!

2) È vero, la madre degli scrittori imbecilli è sempre incinta, ma anche la madre dei filosofi, magistrati, architetti, fisici…Vuoi gli esempi?

3) La categoria decisiva in Simonetti è proprio quella del “nobile intrattenimento”, imparentata con il midcult, e peccato che non la approfondisca (mentre: chissenefrega della narrativa Ikea, di Volo e della Parietti). Dimostra tra l’altro un tuo assunto, e cioè l’attuale primato del fruitore, del pubblico. Il “nobile intrattenimento” è infatti la letteratura che corrisponde fedelmente al nuovo pubblico, alla middle class alfabetizzata, che legge per intrattenersi (si intrattiene perfino con Kafka, che giudica “intrigante”) ma anche per apparire più intelligente, per sentirsi più colta e aggiornata, per distinguersi a tutti i costi (è il famigerato “ceto riflessivo”, che, ahinoi, non è più credibile neanche quando si indigna sull’Aquarius…).

4) La letteratura come conoscenza, come conflitto, come utopia, etc. (e non consumo chic o status symbol) ancora sopravvive in molti romanzi o narrazioni “ibride”, anche se pochi se ne accorgono perché questi romanzi sono sommersi da tutti gli altri in una iperproduzione ormai fuori controllo: negli ultimi anni almeno Doninelli, Morandini, Fiore, Orecchio, Livi, Calligarich, Carraro, Tedoldi, Morelli, Sebaste, Samonà (Giuseppe), Muratori e ora l’ultimo di Piersanti (tra le narrazioni ibride includerei invece – poiché non sono affabulatori puri – Pascale, Covacich, Voltolini, Arminio, Mari e le cose più saggistiche di Tiziano Scarpa).

5) La nostra letteratura potrà migliorare se cambia il suo pubblico: perciò seguo con interesse iniziative come i gruppi di lettura e simili, dove può formarsi un lettore più esigente, consapevole e responsabile, che si ostina a chiedere ai libri qualche verità per lui preziosa (questo lettore va snidato, va cercato, va costruito, inventato se occorre…). È come per la democrazia: funziona solo se i cittadini sono capaci di badare a se stessi.

Sulla letteratura che ci circonda (a partire da Gianluigi Simonetti)

gianluigi simonettidi Rino Genovese

[Il 7 giugno scorso, organizzato da Anna Gialluca presso la sede romana della casa editrice Laterza, si è tenuto un interessante seminario intorno a un recente volume di Gianluigi Simonetti, con interventi, tra gli altri, di Walter Siti, Domenico Starnone, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni, Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro. Quello che segue è un mio contributo alla prosecuzione del dibattito. – R. G.]

Si dev’essere grati a Gianluigi Simonetti per il suo La letteratura circostante (Bologna, il Mulino, 2018) che ci permette di entrare nella selva della editoria italiana contemporanea, di prendere contatto con libri di cui mai avremmo immaginato l’esistenza, di addentrarci in un’imbecillità che, pur scafati, neppure il nostro peggiore pessimismo sarebbe riuscito a figurarsi. Come lettori critici dobbiamo essergli grati. Come scrittori molto meno: perché – se ancora ambiremmo a esserlo – nel panorama che egli disegna non vorremmo essere inseriti, o, se un tempo lo fummo, in siffatta compagnia non è confortante essere confusi. Ci sono, nelle analisi proposte dal libro, in ordine d’insulsaggine, i politici e gli sportivi che si scoprono narratori, gli autori che sono personaggi televisivi (da Alba Parietti a Flavio Insinna, da Fabio Fazio a Maurizio Costanzo), i giornalisti che si danno al romanzo (magari sfruttando la notorietà televisiva), gli scrittori “giovani” o giovanilisti, i memorialisti della lotta armata degli anni settanta, gli autori di genere (un notevole studio, a tratti esilarante, è dedicato da Simonetti al “neo-rosa” che ha in Moccia il suo campione).

Dal libro si ricava l’impressione che la letteratura da cui siamo assediati sia solo un enorme megagenere editoriale; in altri termini, non esiste letteratura se non colonizzata da quelle che si possono chiamare le agenzie dell’estetizzazione diffusa, entro cui rientra a pieno titolo la maggior parte della case editrici. Si tratta delle eredi della industria culturale: se in questa si potevano individuare delle differenze di livello all’interno di una produzione “media”, se soprattutto il discorso di un autore poteva ancora introdurre il suo sassolino nella macchina, oggi, nell’editoria dell’estetizzazione diffusa, non più. Perciò il concetto di “nobile intrattenimento” (espressione che Simonetti riprende da un innominato editor che sembra avere le sembianze di Antonio Franchini, considerato nel libro a sua volta in quanto autore in proprio) diventa a dir poco problematico, sommersa com’è – la nobiltà – sotto una produzione che per contrasto, sebbene Simonetti non ricorra mai a questo termine, andrebbe definita plebea.

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Tanfo di morte

Spreaddi Luca Lenzini

Ma non così, e soprattutto: non proprio ora!… Ora, che per una volta il disco rotto della storia italiana sembrava ricominciare con una musica tutta nuova, un soundtrack strano e sublime per scenari inediti e neanche visitati in sogno: come in certi filmati di grandi tornado in terre lontane, quando tetti di case, auto e ramaglie volano via vorticando in spirali di vento rapinoso e indomabile, così pareva accadere ai discorsi dei politologi di razza, ai moniti degli insigni costituzionalisti, ai sermoni di Scalfari e alle imitazioni di Crozza: tutti scaraventati di qua e di là, in frantumi, polverizzati, stravolti, insieme ai resti di Fazio e di Vespa, agli assegni delle Olgettine e ai flyers della Leopolda… Tutto oscillava, nulla reggeva durante gli Indimenticabili Ottantanove. Qualcosa di arcaico e anteriore attraversava il paese; in uno sciame mai visto di pixel si annunciava un futuro inconoscibile, forse insostenibile ma dai riflessi così abbaglianti, così stupefacenti che d’un tratto sembrarono ridestarsi spettri dimenticati, dormienti da secoli, invendicati e irredenti. Il passato prossimo diventava remoto a velocità impressionante. Dai tetti del Quirinale e dai recessi del Parlamento fino alle più sperdute sagre della provincia viaggiavano messaggi e post che aizzavano le piazze, i Corazzieri sparivano dal set della Crisi e come in un film di Buñuel nei palazzi romani altezzosi ministri di dubbia fama, gran dame dai cognomi plurimi e tecnici di alta scuola entravano e uscivano da porte secondarie e da scuderie dismesse.

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Con Mimmo Lucano, per l’utopia concreta

Mimmo Lucanodi Marco Gatto

Siamo solo all’inizio, qualcuno dice. E non a torto. Ai toni virulenti della campagna elettorale di qualche mese fa rispondono oggi gli schiamazzi tribunizi di Matteo Salvini, nuovo titolare degli Interni, e le inconsistenze retoriche di Luigi Di Maio, capo politico dei pentastellati: da una parte, il fascio-leghismo; dall’altra parte, il grillismo qualunquista, che con il primo va tranquillamente a braccetto, dimostrando la propria mancanza di spina dorsale. Non riuscirà il premier incaricato a moderare queste pericolose emanazioni del post-berlusconismo, dal momento che e Salvini e Di Maio incarnano perfettamente lo spirito dei tempi che si è impadronito del nostro Paese. Dietro il volto apparente del governo di scopo, condito di una buona dose di ministri tecnici, si cela una non ancora meglio codificata narrazione identitaria, qualcosa che del populismo ha solo in una minima parte le sembianze. Perché più a una forma di retrivo tribalismo somiglia che a uno stile politico contrassegnato dalla semplificazione retorica di certe istanze.

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A partire da Rahel Jaeggi e dalla rivista “Consecutio rerum”

 

Discussione a più voci a partire dal volume di Rahel Jaeggi
Forme di vita e capitalismo
e dagli ultimi numeri della rivista “Consecutio rerum

21 maggio 2018, h. 17.00
Fondazione Circolo Rosselli
Via degli Alfani 101
Firenze
Partecipano:
Roberto Finelli
direttore di “Consecutio rerum”
Rino Genovese
direttore della collana “La critica sociale” di Rosenberg & Sellier
Mario Pezzella
filosofo e saggista
Marco Solinas
curatore del volume di Rahel Jaeggi
Debora Spini
filosofa della politica

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Utopia. La parola e la cosa

Angela Felicedi Antonio Tricomi

[In ricordo della nostra amica Angela Felice, direttrice del Centro Studi Pasolini, con cui la Fondazione per la critica sociale ha stabilito nel tempo solidi rapporti, ripubblichiamo qui la postfazione di Tricomi al suo volume L’utopia di Pasolini, Udine, Bottega Errante, 2017.]

È proprio come spiega Angela Felice in questo suo libro. Ha appena superato i vent’anni, Pasolini, quando, in una lettera a Luciano Serra, attribuisce a sé, e ai suoi coetanei, «una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà», cui egli si sforzerà di non venire mai meno e per il buon esito della quale giudicherà sempre cruciale il magistero di un uomo di pensiero, e in special modo del poeta, umanisticamente inteso – per dirla con Bauman – quale «intellettuale-legislatore». Per costui, all’indomani della caduta del Duce, si tratterà, nell’ottica di Pasolini, di gettare le basi culturali per quella rigenerazione anzitutto morale di cui il Paese ha bisogno dopo un ventennio di dittatura fascista ritenuto il trionfo delle onnipervasive, e grette, logiche borghesi. A repubblica istituita, l’uomo di sapere dovrà invece contribuire a rendere quest’ultima non una forma nuova, e però ugualmente asfittica, del dominio borghese, ma un’autentica democrazia, e potrà farlo accettando il ruolo di laica coscienza critica della società.

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Addio a Angela Felice

Angela Felicedi Massimo Raffaeli

[Questo articolo è apparso sul “manifesto” del 4/5/18.]

Angela Felice, mancata a Udine il 2 maggio, era una umanista nel senso più compiuto perché associava la cultura rigorosa a una passione che decenni di lavoro e di impegni istituzionali (dal 2009 era direttrice del Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia) non avevano in niente scalfito. Il suo sorriso, la sua eleganza, il profilo mitteleuropeo davano infatti una speciale luminosità alla tenacia e al suo grande fervore organizzativo. A lungo docente liceale, Angela Felice lascia una cospicua bibliografia critica, dalla Introduzione a D’Annunzio  (Laterza 1991) a numerose monografie teatrali, tra cui L’attrice Marchesa, uno studio su Adelaide Ristori edito da Marsilio nel 2006. E proprio il teatro era stato il suo amore primordiale, come testimonia non soltanto una longeva attività di critica militante al “Gazzettino” ma l’impegno diretto sia nel “Palio studentesco udinese” (una vera couche, una forgia di giovani talenti) sia nella direzione del Teatro Club di Udine.

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