Vecchie convinzioni, nuovi razzismi: problemi di indagine e prospettive di sviluppo

Razzismodi Cristina Vincenzo

Possiamo considerare il razzismo una vecchia storia? È ormai largamente condiviso che i neri non siano meno intelligenti dei bianchi, ma non sembra esserci altrettanto accordo su questioni che restano controverse. Ci si imbatte spesso, per esempio, in pareri discordi sull’integrazione scolastica. I genitori italiani possono temere che l’educazione dei propri figli sia rallentata dalla presenza dei figli degli immigrati nella stessa classe.  Il razzismo è oggi un concetto meno definito di un tempo, più sottile, contorto e in grado di penetrare perfino dentro culture che si autorappresentano come antirazziste e antifasciste. Entrambe queste affermazioni, tuttavia, fanno parte di reattivi psicologici in grado di riconoscere le nuove forme di razzismo[1]. Si deve tener conto della presenza di atteggiamenti e credenze intimamente razzisti in persone dotate delle migliori intenzioni, che aderiscono a valori egualitari, pronte ad autodescriversi come sostenitori dell’integrazione, e che rifiutano, almeno a un livello consapevole, qualsiasi ideologia discriminante.

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Sulla sindrome identitaria. Una ricerca tra interviste in profondità e questionari online

Sulla sindrome identitariaL’analisi empirica che sta conducendo il gruppo di ricerca sulla sindrome identitaria si sta sviluppando lungo due assi principali. Il primo, è finalizzato a indagare le forme di organizzazione civica dei cittadini di Roma Capitale. Questo asse della ricerca proverà ad analizzare il modo in cui la destabilizzazione degli assetti regolativi tipici delle democrazie liberali trovi nello spazio urbano una sua significativa proiezione. Le esperienze di organizzazione civica che attraversano i territori delle città sembrano infatti essere strettamente correlate alla crisi della governance urbana così come al restringimento e alla segmentazione dell’offerta pubblica di servizi. Di fronte a questo scenario le forme della mobilitazione societaria si presentano però come segnate da una costitutiva ambivalenza: se da un lato queste sembrano alludere a una riappropriazione democratica dello spazio urbano e a una risposta collettiva ai bisogni sociali, dall’altro lato sembrano muoversi nella direzione di un’ulteriore privatizzazione e chiusura identitaria del territorio. Recenti fatti di cronaca hanno messo in luce come attorno alla lotta contro il degrado, così come alla rivendicazione di maggiore “decoro” e “sicurezza” nei quartieri, passi spesso una concezione del territorio urbano come proprietà privata dei cittadini residenti: la stessa carenza dei servizi pubblici viene risolta con l’invocazione di un accesso esclusivo ed escludente alla cittadinanza sociale basato sull’appartenenza a una comunità identitariamente fondata.

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Autorizzare la speranza. Poesia e futuro radicale

di Italo Testa

[Questo testo è una forma rielaborata dell’intervento tenuto in occasione della sessione conclusiva dell’incontro “Lirica e società / Poesia e politica”, Casa della Cultura, Milano, 2 marzo 2019 (qui la registrazione della diretta streaming delle tre sessioni dell’incontro)].

È come se oggi la questione della verità tendesse a entrare di prepotenza nel discorso dei poeti. Il compito veritativo della poesia ne occupa la scena, assume un ruolo focale in molte delle prese di posizioni che abbiamo ascoltato anche in occasione di questo incontro. È una mossa non scontata, se teniamo conto che proprio con un conflitto tra poesia e filosofia sul nesso tra apparenza e verità si inaugura la tradizione occidentale di ordinamento dei discorsi. Occorrerebbe chiedersi di che cosa sia sintomo questa esigenza veritativa, se sia semplicemente un’altra reazione all’impero delle fake news, oppure se non riguardi uno spostamento in atto dell’ordine discorsivo. A cosa fa segno la fortuna di cui la figura foucaultiana del parresiasta sembra godere ai nostri giorni tra poeti di orientamenti tra loro molto differenti? Nel passato recente, anche poeti civilmente impegnati come Pasolini, che hanno fatto del loro corpo l’esibizione di una verità scandalosa, erano sicuramente più cauti in proposito, ritenendo che la poesia avrebbe semmai un rapporto obliquo al vero, una relazione non diretta, mediata dall’apparenza.

Ma di cosa parliamo, quando parliamo di verità in poesia? Non tanto di rispecchiamento di una verità di fatto, di un’evidenza cogente da salvaguardare, ma piuttosto di una verità a venire, non data. Si parla di ‘verità’, ma il discorso confina con il terreno su cui campeggia la parola ‘speranza’. Come se la poesia rinviasse a un’idea di mutamento, ma di un mutamento che non può essa stessa produrre. Il sogno di un mondo in cui le cose stiano altrimenti, di un mondo altro da quello che è, che nel Discorso su Lirica e società di Adorno costituirebbe l’aspetto critico del contenuto sociale della poesia, ripreso nella formula quasi incantatoria del “suono in cui dolore e sogno si congiungono”. Ciò non riguarda necessariamente un contenuto utopico determinato, ma investe l’aspetto controfattuale della forma poetica, quella possibilità di mettere a distanza il mondo che non dipende dal modello di soggettività che di volta in volta una certa concezione dell’io poetico sottoscrive. Al di là del legame, storicamente condizionato, che diversi modelli di poesia hanno intrattenuto con l’io trascendentale della greater romantic lyric, dell’individuo borghese e della sua soggettività monologica, o dell’io narcisista di massa che secondo le analisi ispirate a Lasch caratterizzerebbe l’espressivismo contemporaneo, permane il rinvio a un mutamento possibile che la poesia non può produrre – secondo l’adagio fortiniano per cui la ‘poesia non muta nulla’ di per sé – ma che necessariamente richiama.

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Incontro intorno a lirica e società

2 marzo 2019

Casa della Cultura

Via Borgogna – Milano

A sessant’anni di distanza dal Discorso su lirica e società di Adorno, possiamo ancora affermare che “il prodotto lirico è sempre anche l’espressione soggettiva di un antagonismo sociale”? E che nella poesia più avvertita si esprimerebbe una “reazione alla reificazione del mondo”, se non “il sogno di un mondo in cui le cose stiano altrimenti”? Oppure la mutazione radicale del panorama sociale impone un ripensamento anche del ruolo della poesia e del suo legame con l’universale? E se potessimo ancora guardare alla “poesia come meridiana della filosofia della storia”, quali direzioni ci indicherebbero le scritture contemporanee?

Muovendo da queste domande, l’incontro “Lirica e società / Poesia e Politica”, promosso dalla rivista di poesia, arti e scritture “L’Ulisse”, con il sostegno della
Fondazione per la Critica Sociale, e organizzato da Paolo Giovannetti e Italo Testa, invita importanti poeti e critici attivi nel panorama contemporaneo a
riflettere in prima persona sui modi in cui, oggi, il linguaggio poetico si rapporta, direttamente o indirettamente, con il vivere sociale, attraverso lo stile e/o il contenuto, la postura autoriale ecc., instaurando un rapporto critico, magari contraddittorio, con le forme di vita del nostro tempo.

Il capitalista e il padrone. Note su Marx e Lacan

di Mario Pezzella

[Relazione presentata al convegno Marx e la critica del presente (novembre 2018) e apparsa, in forma leggermente diversa, in P.P. Poggio, C. Tombola (a cura di), L’ultima rivoluzione. Figure e interpreti del Sessantotto, Brescia, Fondazione Micheletti, 2019].

Non parlerò in questa sede di Lacan in generale; mi limito a ricordare che secondo gli interpreti più autorevoli1 esistono tre periodi nel suo pensiero, con caratteri anche molto diversi: il primo, dominato dalla logica kojeviana-hegeliana del riconoscimento intersoggettivo (la relazione analitica parte da una parola vuota, in cui il paziente si trova nella posizione del servo di fronte a un padrone supposto-sapere; l’analisi rovescia questa dissimmetria, dissolvendo la struttura stessa del rapporto servo-padrone e lasciando emergere la singolarità irriducibile del soggetto e del suo desiderio); il secondo dominato dalla concezione dell’inconscio come linguaggio e dallo strutturalismo dell’ordine simbolico; il terzo in cui l’onnipotenza di questo ordine si sgretola, di fronte all’impossibilità di assorbire completamente nel simbolico pulsioni e singolarità soggettive (o ciò che Lacan chiama l’irriducibile e perturbante Reale)2. Noi ci occuperemo solo di quest’ultimo periodo e precisamente di alcuni nodi problematici in cui Lacan si confronta col pensiero di Marx ed emerge la sua concezione dell’inconscio sociale. Scarto di proposito quelli che si prestano solo a una vaga analogia e mi rivolgerò a tre livelli o tre gradi di pensiero: il discorso del capitalista, il lato osceno del potere, l’alienazione.

Nel corso di scritti e seminari tenuti negli anni dal 1968 in poi3, Lacan ha sempre più distinto un «discorso del capitalista» dal tradizionale «discorso del padrone». Il primo sarebbe caratterizzato da una inedita «ingiunzione al godimento», caratteristica del capitalismo nella sua fase di dominio della fantasmagoria consumista delle merci, mentre il secondo era ancora dominato dal rapporto servo-signore e dalla lotta per il riconoscimento. Questa riflessione di Lacan è direttamente condizionata dagli eventi del ’68 e dal difficile dialogo con gli studenti in rivolta, i quali, secondo Lacan, avrebbero continuato a ragionare pensando a un «padrone repressivo» nei riguardi del desiderio, piuttosto che a un capitalista produttore di godimento consumistico.

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Le due possibili teorie della soggettività in Marx

di Roberto Finelli

Il tema torna ad essere quello della compresenza in Marx di due definizioni e identificazioni della soggettività storica, che appaiono essere di scarsa compatibilità tra loro. La prima vede coincidere produzione con rivoluzione, nel senso che il soggetto del lavoro è immediatamente il soggetto di una trasformazione storica. Ed è soggetto universale – erede in ciò della filosofia classica tedesca – per questa sua identità di soggetto fabbrile.

Tale carattere “ontologicamente universale del soggetto fabbrile” sta alla base sia della filosofia della storia delineata nel materialismo storico sia della teoria della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione, fino a includere nella sua presupposizione anche la mitologia del General Intellect e del Cervello Sociale depositata nei Grundrisse. A tale teoria fortemente identitaria e antropocentrica della soggettività appartiene non a caso anche la celebrazione del “lavoro vivo” come principio di un vitalismo umanistico non sufficientemente argomentato e come presunta eccedenza originaria e permanente rispetto al rapporto sociale capitalistico.

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Marx e la questione di genere

di Tania Toffanin

Lo sforzo operato in questo contributo è volto ad esplorare le relazioni di genere e il lavoro riproduttivo nell’opera marxiana. L’analisi segue l’itinerario cronologico delle opere di Marx con un’attenzione specifica alle opere giovanili e al Capitale. L’analisi intende cogliere alcuni aspetti che fino ad ora sono stati sviluppati in modo limitato e offrire alcuni spunti relativi alle potenzialità e alle criticità esistenti nelle opere di Marx.

Di fatto, il lavoro riproduttivo non occupa un ruolo marginale o secondario nella giornata lavorativa, né esso può essere considerato accessorio alla produzione diretta di beni e servizi. Tuttavia, il valore del lavoro svolto all’interno della sfera riproduttiva, vitale per la sopravvivenza della specie umana, è stato, e in parte ancora è, disconosciuto, ricondotto a elemento costitutivo, “naturale”, intimamente connesso ai rapporti di parentela e prossimità. Per contro, esso va visto come materialmente e storicamente determinato.

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La società nei Grundrisse. Tra indifferenza e individuazione

di Luca Basso

La relazione si fonda sull’analisi della società nei Grundrisse, e sulla sua connessione strutturale con l’individualità: solo a partire dal sistema capitalistico, nella sua differenza specifica rispetto alle forme precapitalistiche, si può parlare in senso stretto sia di società sia di individualità. Al centro del discorso sulla società si trova la co-implicazione, solo apparentemente paradossale, fra indifferenza e individuazione.

Anche utilizzando la Einleitung del 1857, si mostrerà come non solo la società ma anche l’isolamento possiedano in Marx un’ambivalenza costitutiva, articolando una prospettiva comunista non basata su un dominio del “sociale” sull’“individuale”. Si cercherà così di mettere in luce, nell’ottica di una critica del presente, la rilevanza cruciale della posta in gioco di Marx in merito alla soggettività, e nello stesso tempo l’esistenza di alcuni problemi che rimangono aperti.

Perché l’umanesimo del giovane Marx può ancora servirci

di Ferruccio Andolfi

La relazione ricostruisce brevemente il concetto di umanesimo quale emerge dai Manoscritti marxiani del 1844, la sua rielaborazione nell’Ideologia tedesca e la permanenza nelle opere più tardi del tema di un “positivo fondato su se stesso” che sta oltre la negazione della negazione.

Le caratteristiche della crisi di valori etici che contraddistingue l’attuale fase storica, in Italia e altrove, e l’imbarazzante perdita di senso elementare di umanità che si registra in una larga parte della popolazione, o del “popolo”, rendono opportuna la riabilitazione e il recupero di questo messaggio del giovane Marx, da cui peraltro egli stesso non seppe trarre tutte le conseguenze.

Marx e l’ipotesi rivoluzionaria

di Stefano Petrucciani

Riprendendo una riflessione sulle diverse modalità della critica sviluppata da Axel Honneth, si può provare a distinguere in Marx tre tipi di critica del capitalismo: critica funzionale, critica morale e critica etica. Che in Marx vi sia una critica funzionale, non c’è dubbio; molte sono le analisi circa le disfunzionalità del capitalismo, i suoi rischi di crisi e di collasso. C’è da chiedersi però se altri sistemi di produzione comportino rischi minori.

C’è in Marx una critica morale? La tesi è che c’è, anche se Marx non pensa che ci sia. Vi è una critica della dominazione che il capitalismo comporta che può essere intesa come una critica “normativa”. C’è una critica etica? Certamente sì, perché Marx ritiene che, dal punto di vista della vita buona e dello sviluppo umano, la società competitiva soffra di enormi limiti.

Gli errori di Marx

di Rino Genovese

Quando si parla degli errori di Marx, ci si riferisce per lo più alle sue previsioni sbagliate: alla teoria dell’impoverimento crescente (smentita dallo sviluppo dei ceti medi e dal relativo benessere che, fin dai primi del Novecento, coinvolse anche la classe operaia), oppure alla presunta legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, che avrebbe dovuto condurre il modo di produzione capitalistico verso la sua crisi risolutiva.

Ma questi “errori” fanno parte in effetti di un unico grande errore compiuto da Marx, quello di avere voluto conferire alla sua critica dell’economia politica lo statuto di una scienza “predittiva” sul modello delle scienze naturali. Al contrario la teoria di Marx s’inserisce, sia pure con un suo alto livello di complessità, in una tradizione che è quella del pensiero utopico. Si tratta allora di ritornare alla radice utopica del socialismo, anziché predicare un “socialismo scientifico”.

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Il marxismo spazzolato contropelo. La questione dei tempi multipli

di Vittorio Morfino

La teoria della temporalità marxista si basa su una concezione della storicità ereditata da Hegel e su una costellazione di concetti fondamentali sviluppati dalla grande tradizione illuministica: unicità, continuità, stadialità epocale. Non è difficile trovare questa problematica in testi come il Manifesto del Partito Comunista o la Prefazione del 1859, da cui si può tracciare una lunga serie di filiazioni che arrivano fino ai giorni nostri.

Tuttavia, tracciando i contorni della tradizione marxista, è possibile individuare una serie di concetti (che indico attraverso la categoria generale di “temporalità plurale”) che sembrerebbe segnalare l’inadeguatezza di una concezione lineare dello sviluppo storico. Nell’intervento saranno esaminati alcuni momenti salienti: dal Diciotto Brumaio alla Lettera a Vera Zasulič, dal Bloch di Eredità di questo tempo a quello di Sul progresso, fino all’Althusser della temporalità differenziale e oltre.

Note sulla formazione del valore

di Federica Giardini

È agli inizi del 2000 che la critica sociale comincia a registrare la perdita di efficacia della nozione di dominio – che individua la linea teorica che va da Hegel a Butler, passando per Simmel e Foucault – per riaprire all’uso degli strumenti marxiani (Fraser, Honneth, Redistribuzione o riconoscimento? 2003).

Se le nozioni marxiane di sfruttamento (E. Renault, Ressources, problèmes et actualité du concept d’exploitation, 2018) e di accumulazione (S. Mezzadra, La cosiddetta accumulazione originaria, 2008) sono state oggetto di riletture volte ad attualizzarne l’uso, va nondimeno registrato il recente ritorno di interesse – articolato, plurale e dunque meno definito – per il nesso marxiano tra sfruttamento e teoria del plusvalore, che si concentra sulle attuali dinamiche di attribuzione del valore.

C’è vita su Marx? Valore, denaro, capitale e crisi nella critica dell’economia politica

di Riccardo Bellofiore

La teoria economica di Marx deve essere ricostruita come teoria macrosociale e monetaria della produzione capitalistica. Sul terreno del metodo si suggerisce la necessità di comprendere in modo appropriato le distinzioni tra critica dell’economia politica e economia politica critica, e tra carattere di feticcio e feticismo.

La relazione si focalizzerà soprattutto sul primo libro del Capitale, tornando sulle controversie in merito a lavoro astratto, denaro, socializzazione, sfruttamento, concorrenza, salario e riproduzione. Non verrà trascurato, però, un accenno al cosiddetto problema della trasformazione e alla teoria della crisi. Ci si chiederà quale sia l’attualità del discorso marxiano nel mondo della sussunzione reale del lavoro alla finanza e della centralizzazione senza concentrazione.

Dominio e critica della società. Marx e la semantica del potere

di Maurizio Ricciardi

La relazione si concentra su alcuni aspetti della semantica del potere in Marx, per vedere se essa possa ancora stabilire la base per una analisi delle forme storiche e quindi anche contemporanee di subordinazione politica e sociale. L’intento è mostrare che esiste in Marx una specifica analisi del potere e della sua possibile dissoluzione, che mostra elementi di validità anche nell’epoca del neoliberalismo.

All’interno della distinzione tra potere e dominio che è già centrale nel Manifesto, Marx individua una specifica tensione tra il potere politico e quello sociale che mostra la sostanziale insufficienza del primo. Ciò coinvolge ovviamente il giudizio marxiano sullo Stato, sulla sua funzione storica e sulla sua possibilità concreta di modificare realmente il rapporto di capitale.

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