A proposito di Rahel Jaeggi

Rahel Jaeggidi Rino Genovese

Non certo per puro mecenatismo la Fondazione per la critica sociale ha promosso la pubblicazione della raccolta di saggi di Rahel Jaeggi, ben curati da Marco Solinas sotto il titolo Forme di vita e capitalismo. La ragione è di fondo: siamo interessati agli sviluppi – in Germania e altrove – della tradizione della teoria critica francofortese, ne studiamo i diversi aspetti riservandoci su ciascuno di essi un giudizio autonomo, come dev’essere nelle questioni di teoria se si vuole che la discussione e il sapere avanzino.

Con Jaeggi (come già nel caso del suo maestro Axel Honneth) siamo all’interno di uno dei ricorrenti ritorni a Hegel che già caratterizzarono la filosofia del Novecento. Sembra proprio che di Hegel – in Germania ma anche altrove – non si riesca a fare a meno. Così la stessa ripresa di Adorno e della sua “critica delle forme di vita” (nel saggio sui Minima moralia che apre il volume) è in effetti un ritorno a Hegel, o, più precisamente, a un’idea aristotelico-hegeliana della “vita buona”. Anche se Jaeggi tiene a precisare che non si tratta d’indicarne in maniera paternalistica una volta per tutte le caratteristiche: aprendo in questo modo a un indebolimento in senso pluralistico della prospettiva etica, per il quale del resto ci sono le premesse già nello stesso Hegel che considerava la modernità come inevitabilmente “riflessiva”, mentre l’ethos di una forma di vita come quella dell’antica polis greca era qualcosa di totalizzante e indiscutibile.

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Un’intervista a Rino Genovese

Intervista

[L’intervista è stata pubblicata il 25-11-2016 sul sito dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani)]

Rino Genovese, che è ricercatore di Filosia alla Normale di Pisa,  partecipa  a un importante convegno  – curato da Alessandra Criconia  –  “Diritto alla città. Territori, spazi, flussi”,  (con interventi di Desideri, Cellamare, Donzelot, Ilardi, Aymonino, Careri, Villanim, Pezzella, Tursi, etc.)  e che continua oggi. Il convegno intende riunire architetti, urbanisti, sociologi, filosofi in un confronto sulle nuove condizioni, fisiche e sociali, dei territori urbani e sulle problematiche del progetto e del governo della città a partire dalle possibilità di uso da parte dei cittadini e della produzione dello spazio secondo le attese della collettività. Gli  abbiamo rivolto alcune domande

L’urbanizzazione. Il nostro pianeta sta sempre più urbanizzandosi: ormai, per la prima volta nella storia dell’umanità, il numero di chi vive nelle città ha superato quello della popolazione rurale. E, se l’attuale tendenza sarà confermata, alla metà del secolo corrente circa i due terzi della popolazione vivrà in ambito urbano. Come valuti il fenomeno?

È vero, alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, i quattro quinti dell’umanità vivevano ancora nelle campagne e nei villaggi. Negli ultimi decenni, invece, abbiamo assistito a un processo mondiale di urbanizzazione senza precedenti. Di per sé sarebbe una buona notizia, perché “l’aria delle città rende liberi”, come diceva un vecchio adagio. Però non c’è fenomeno sociale che non sia ambivalente e contraddittorio. Se l’aria delle città è irrespirabile – per i problemi dell’inquinamento e del sovraffollamento – diviene irrespirabile la stessa libertà. Si potrebbe allora rispondere che è necessaria una città a misura d’uomo. Tuttavia bisogna sapere che la cifra della città contemporanea – che non è neppure quella della metropoli europea o statunitense ma della megalopoli asiatica e latinoamericana – è proprio la dismisura. L’informe è la forma della città contemporanea. Ma informe è anche una libertà puramente individualistico-atomistica, priva di regole che non siano quella del proprio “particulare”. L’odierno processo di urbanizzazione su scala mondiale potrebbe essere considerato positivo, un aspetto del progresso, se solo si riuscisse a modificare di pari passo il modello di sviluppo globale nel senso di una prevalenza dei bisogni collettivi sui consumi privati.

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