La città e la politica

case occupateA proposito di Carlo Cellamare, Città fai-da-te (Donzelli 2019)

di Massimo Ilardi

Al termine di un lungo percorso di ricerca che ha visto la pubblicazione di due volumi collettivi da lui curati, Roma. Città autoprodotta (manifestolibri 2014) e Fuori raccordo. Abitare l’altra Roma (Donzelli 2016), Carlo Cellamare tenta, con quest’ultimo libro, un’operazione complicata: dare veste teorica alle sue indagini sul campo intorno a quei fenomeni sociali di autorganizzazione, di occupazione di spazi, che costruiscono la città fuori dalla pianificazione e dalle politiche pubbliche, e che hanno nel territorio romano un laboratorio diffuso di sperimentazione. Un’operazione resa difficile dalla contraddittorietà, in certi casi dalla ambiguità, di tali fenomeni che non si fanno facilmente rinchiudere dentro categorie teoriche o forme politiche costituenti.

Cellamare ne è consapevole e, fin dall’inizio del suo lavoro, pur rimarcando la creatività e la capacità di azione che sono all’origine di questi processi, mette in guardia i suoi lettori: “La visione romantica di una città prodotta dall’azione dei suoi abitanti, in termini positivi e collaborativi, crolla miseramente nel confronto con la realtà” fatta anche di interessi privati ed economici che subordinano l’interesse pubblico (p. 5). Un ammonimento opportuno, ma che poi lui stesso in alcuni casi non segue proprio per le difficoltà prima indicate, e anche e soprattutto per le sue convinzioni che cercano di inserire questi fenomeni dentro una visione politica capace di mettere in discussione e superare il modello liberista di città. Obiettivo legittimo e condivisibile che, per essere praticabile, deve però necessariamente rispondere ad alcune domande: se, come afferma Braudel, “ogni realtà sociale è per prima cosa spazio”, pratiche come l’autoproduzione, l’autogestione e l’occupazione sono le più idonee a costruire una spazialità nuova e alternativa? Se sì, come riescono a entrare in sintonia con il resto del territorio? E ancora: perché non sembrano approdare ad alcuna soggettività antagonista e a nessuna forma politica che fuoriesca dalla pura e semplice amministrazione dei luoghi?

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Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità

Stragi e deportazioni nazifascistedi Fondazione per la critica sociale

Circolano fake news sul debito di guerra della Germania, mentre l’Italia ha bisogno di aiuti finanziari. Un convegno in Senato, con Liliana Segre, accademici e magistrati, ha spiegato che i debiti per i crimini di guerra tedeschi non sono mai stati pagati. Probabilmente anche fra i cittadini colpiti dal Covid-19 ci sono creditori di Berlino. Comunque l’Europa deve essere solidale.

L’emergenza da Covid-19, oltre ai lutti per le persone, ha gravi effetti economici.
Mentre si chiede che l’Europa venga incontro all’Italia con aperture finanziarie, e occorre il sostegno della Germania, organi d’informazione riprendono la questione del debito tedesco per i danni nella Seconda guerra mondiale.
Sul diritto dei cittadini italiani ai risarcimenti per quei danni, la Fondazione per la critica sociale ha promosso un convegno, svolto in Senato nel 2019, Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità, con la senatrice Liliana Segre, il presidente emerito della Corte costituzionale Giuseppe Tesauro, il presidente di sezione della Cassazione Domenico Gallo, il professor Tullio Scovazzi dell’Università Milano-Bicocca e il magistrato Luca Baiada. Il video è qui:

Il debito tedesco per i crimini in Italia (decine di migliaia di morti nelle stragi, deportazione di 650.000 militari, deportazione e lavoro forzato di civili) non è stato mai estinto né condonato. I commenti secondo cui le norme e i patti internazionali sarebbero definitivamente favorevoli alla Germania, e i crediti ormai sarebbero inesigibili, sono fake news. Con i patti postbellici fu concessa a Berlino una moratoria, non ci fu una rinuncia, e dopo la riunificazione tedesca quel beneficio non è più valido. La Germania è ancora debitrice.

Le famiglie colpite da stragi e deportazioni hanno diritto ai risarcimenti. Considerando l’ampiezza dei numeri, è probabile che anche fra i deceduti nella pandemia, e fra i malati più gravi, ci siano familiari di massacrati e deportati, cioè creditori della Germania. Non c’è stata giustizia penale su questi crimini, i tedeschi colpevoli non sono mai stati consegnati all’Italia; ma i risarcimenti restano dovuti. L’esistenza e la realizzabilità dei crediti è stata ribadita in Cassazione, ultimamente nel 2019. C’è una decisione della Corte internazionale di giustizia del 2012 favorevole alla Germania, ma è stata superata dalla Corte costituzionale nel 2014, e comunque anche la Corte dell’Aia ha riconosciuto il debito tedesco e ha suggerito nuove trattative.

Il credito delle famiglie colpite dai crimini fra il 1943 e il 1945 non può essere confuso con la questione delle aperture finanziarie in favore dell’Italia, che riguardano il sostegno sociale nell’emergenza e il futuro dell’Unione europea. Le autorità devono attivarsi per i diritti dei cittadini e per un’Europa fondata sulla giustizia, l’antifascismo e la solidarietà.

Biosfera, l’ambiente che abitiamo

biosferadi Enzo Scandurra, Ilaria Agostini, Giovanni Attili

[Pubblichiamo questa sintesi del pensiero dei tre autori che mercoledì 4 marzo alle ore 18, nella sede romana della Fondazione, in via Vespucci 38, autopresenteranno il loro lavoro in forma seminariale per la serie “i nostri libri”].

Il “sistema clima” è un sistema molto complesso, caratterizzato da notevoli processi di retroazione (feedback). Il che significa che mano a mano che si sale di livello compaiono delle proprietà che non sono riconducibili alle proprietà delle singole parti. E significa ancora che tale sistema non è affrontabile con metodi riduzionisti. Di seguito si descrivono brevemente alcune questioni importanti per affrontare i “cambiamenti climatici”.

Cos’è ambiente

Prima di inoltrarci nei meccanismi che degradano il nostro ambiente, è necessario chiarire cosa significa questo termine. Convenzionalmente usiamo i termini di ambiente e natura come quasi sinonimi per indicare ciò che ci circonda e che non è ancora stato manomesso dall’attività dell’uomo o, quantomeno, che è stato preservato nelle sue condizioni quasi originarie.

Sappiamo che l’ambiente e la natura vanno conservati e difesi dalle attività antropiche perché costituiscono la risorsa più preziosa per la nostra sopravvivenza: sono l’habitat nel quale viviamo e dove si sviluppano le varie forme del vivente in tutta la loro diversità (piante, animali, esseri umani); ed è qui che si svolgono gli eventi naturali come piogge, venti, maree, e l’opera incessante di trasformazione naturale del nostro pianeta.

La storia tra l’uomo e la natura è una lunga storia di co-evoluzione dei sistemi viventi e dei loro ambienti e, al tempo stesso, di una incredibile simbiosi organica. Perché, se le attività dell’uomo trasformano la natura, anche quest’ultima non è mai uguale a se stessa. Cambia; e cambiando manda flussi d’informazione continui agli esseri viventi che a loro volta tendono a modificarla. Le due entità, uomo e natura, sono state per lungo tempo in continua evoluzione e di apprendimento reciproco. Vale la considerazione di Edgar Morin: l’uomo è 100% natura e 100% cultura, un paradosso matematico che esprime bene ciò che siamo e da dove veniamo.

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Il degrado come motore della “storia”

Roma

di Emiliano Ilardi

[Intervento al convegno “Roma città bipolare: tra vita quotidiana e immaginario”, organizzato dal dottorato di Ingegneria dell’architettura e dell’urbanistica dell’Università di Roma “La Sapienza” e dalla casa editrice manifestolibri, 9-10 aprile 2019].

Quando a Roma si prova a trovare un nesso tra immaginario e spazio urbano, bisogna tenere conto di alcuni suoi elementi caratteristici. Innanzitutto questa è una città che procede per accumulazione progressiva di simboli e metafore, senza trovarne mai nessuna che riesca a comprenderla tutta. A Roma si mescolano continuamente immaginari di lunga o lunghissima durata prodotti dalla sua storia millenaria, prodotti a partire dal Settecento e dall’Ottocento, diffusi poi da una potente industria culturale di massa (dai racconti dei “prototuristi” che facevano il grand tour fino al cinema di Hollywood e Cinecittà) e immaginari di breve o brevissima durata frutto dell’era digitale (web serie, videogame, etc.).

Roma è così, da almeno un paio di secoli, uno dei più potenti contesti narrativi che esistano al mondo. Uno spazio capace di produrre immaginari di ogni tipo, in cui si possono ambientare tutti i generi (dal realismo alla fantascienza passando per la commedia, il thriller e l’horror). Da questo punto di vista appare come una sorta di Los Angeles in miniatura: un contenitore elastico che si può riempire di ogni senso; un contesto in cui qualsiasi cosa accada diventa un evento narrativo credibile. E paradossalmente proprio negli ultimi dieci anni in cui, secondo la vulgata mediatica, Roma sarebbe entrata in una decadenza apparentemente irreversibile, essa ha visto aumentare il suo potenziale narrativo. Sia in Italia sia all’estero, Roma è sempre più scelta come quinta scenica per film, serie tv, romanzi, fumetti, videoclip musicali e perfino videogiochi (si pensi solo al bestseller Assassin’s Creed). Ciò non dipende solo dal fatto che Roma, a partire dagli anni trenta del Novecento (con la nascita di Cinecittà e successivamente della Rai) diventa un importante polo editoriale, soprattutto nell’ambito dell’audiovisivo; altrimenti anche Milano dovrebbe essere un fertile contesto narrativo, cosa che non è mai diventata rimanendo, nel corso degli anni e a dispetto dei suoi successi, una città pochissimo raccontata e di scarso interesse per scrittori, sceneggiatori e registi. D’altronde Milano, al contrario di Roma, è facilmente etichettabile e racchiudibile in un paio di metafore.

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Contro i fantasmi

di Luca Baiada

Gli interventi al convegno del 7 marzo scorso, Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità, sono tutti sul canale Youtube del Senato (https://www.youtube.com/watch?v=gpDYeJPX4gU). Ma qui è bene riprendere il discorso, con una premessa. È importante che la questione dei risarcimenti, e delle furberie tedesche per non pagarli, sia arrivata in parlamento. Fino a ora, la sede parlamentare col migliore approfondimento era stata il Bundestag, con un numero di interrogazioni triplo di quello nelle Camere italiane.

Centrale la questione dell’effettività della tutela legale. Esecrare i crimini nazifascisti non basta. Affermare la giurisdizione nei confronti degli Stati quando commettono gravi violazioni, neanche. Pronunciare condanne va un po’ meglio. Ma non ci si può fermare alle pronunce: occorre eseguirle.

Robusta la denuncia del formalismo giuridico, perché sorregge i tentativi di svuotare di contenuto l’ottima sentenza della Corte costituzionale del 2014, favorevole alle decisioni giudiziarie contro la Germania. Tullio Scovazzi: «Questi tecnicismi giuridici, queste sottigliezze giuridiche offendono la sofferenza delle vittime di gravi violazioni dei diritti umani. […] Se non c’è immunità degli Stati, anche uno Stato che sia soccombente in una sentenza deve essere obbligato a dare esecuzione alla sentenza stessa». E Giuseppe Tesauro: «Tutte queste tecnicalità che sono state opposte alle aspettative, alle speranze delle vittime – le formule giuridiche non danno nemmeno il senso di quanto siano gravi queste atrocità – non vorrei dire sviliscono, ma mettono una luce abbastanza fredda su tutte queste cose».

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Roma-Gra

La città spezzata

Roma-Gradi Walter Tocci

[Il 7 febbraio scorso, nella Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma “La Sapienza”, è stato presentato il volume di Alessandro Lanzetta, Roma informale. La città mediterranea del GRA (Manifestolibri, 2018). Sono intervenuti Enzo Scandurra, Carlo Cellamare, Massimo Ilardi e Walter Tocci. Riproponiamo l’intervento di quest’ultimo].

Questo piccolo libro pone al centro la più grande questione di Roma, cruciale e di enorme complessità: che cosa ne faremo della città del Grande Raccordo Anulare? Appaiono ormai fuori gioco tutte le tecniche, le ideologie, l’intero immaginario novecentesco attraverso cui in passato abbiamo pensato la questione. Si tratta di una vera e propria sfida, e Alessandro Lanzetta, con uno stile aforistico, allusivamente nietzschiano, cerca di mettere a punto gli strumenti che potrebbero servirci in futuro.

Anzitutto nel suo libro c’è una messa fuori causa del mainstream urbanistico, mediante una critica ironica, sprezzante – e sarebbe questo un lavoro da fare oggi in modo militante. Abbiamo infatti una frattura nel pensiero su Roma. Tutta la classe dirigente (di cui io stesso porto una parte di responsabilità) pensa ancora con le categorie del “modello Roma”. È un detrito che rimane, un maistream vecchio e superato. Le cose interessanti provengono invece da giovani studiosi, policy makers, avanguardie culturali, che restano però del tutto isolate. Continua a leggere “La città spezzata”

La filosofia politica come critica sociale

10,00 – Introduce e presiede: Barbara Henry

10,30 – I SESSIONE: Metodi, forme e pratiche della critica sociale
Alfonso Maurizio Iacono: Marx, la critica sociale e la condizione postmoderna
Vinzia Fiorino: L’”utopia della realtà”: una riflessione su Franco Basaglia
Vincenzo Mele: Come è possibile un intellettuale? Teoria e pratica della critica sociale a parre da Pierre Bourdieu
Marco Solinas: Sul posizionamento del critico sociale
12,30 – Discussione

14,15 – II SESSIONE: La critica dei populismi

Rino Genovese: Può la cosiddetta filosofia politica affrontare la questione dei populismi?
Giuliano Guzzone: Ernesto Laclau e la “presenza assente” della categoria gramsciana di “rivoluzione passiva”
Anna Loretoni: Aspetti regressivi nelle democrazie contemporanee
Luca Corchia: Sfera pubblica e comunicazione politica online. Il modello analitico habermasiano e lo stile populista
Serena Giusti: La Russia è immune dal populismo?

16,45 – Discussione

17,30 – Conclusioni: Barbara Henry

Proposta di una rivista

Altraparoladi Mario Pezzella

Questo volume è dedicato a Miguel Abensour, il grande filosofo francese della politica, scomparso nel 2017. Non vuol essere solo un omaggio, ma una riflessione sulle più importanti linee di pensiero che egli ci ha lasciato in eredità. La sua opera, nonostante alcune traduzioni, è ancora relativamente poco conosciuta in Italia: noi pensiamo che i temi da lui trattati – l’utopia, il totalitarismo, la servitù volontaria – richiedano l’ora della loro leggibilità, pretendano anzi con urgenza di essere meditati, di fronte al possibile ritorno di una barbarie autoritaria e razzista. Questo volume prefigura un lavoro più generale, che prenderà probabilmente la forma di una rivista nel prossimo futuro: Altraparola. Il nostro pare uno di quei momenti della storia che Benjamin definiva col termine di “dialettica in stato di sospensione” o “in sospeso” o “sospesa”. Le forze in conflitto sono tese l’una contro l’altra in modo tale da non riuscire a prevalere o affermarsi in modo da determinare un nuovo evento, un’altra forma di vita o una decisione. “In sospeso” significa qui dunque tutto il contrario che “in quiete”, come tendevano a pensare i pensatori della fine del secolo passato che si illudevano su una fine postmoderna della storia, dei grandi conflitti e delle grandi narrazioni. Le quali sono riprese a ritmo violento (dal fondamentalismo al neofascismo) e non sono purtroppo rassicuranti. Questo non vuol dire che ricordare il pensiero il quale, nel Novecento, si è sforzato di indicare un altro mondo possibile rispetto a quello in cui ora viviamo sia inutile; ma ciò che ci interessa va estratto con cura, con un’operazione critica, da insiemi e apparati concettuali, che non possono più essere assunti nella loro interezza. Ciò vale anche per le tradizioni di teoria critica a cui siamo più legati: la Scuola di Francoforte, Benjamin, Debord e il situazionismo, Arendt, Foucault. L’orizzonte di senso della nostra ricerca è quello di un “socialismo libertario”, che pone al centro – come ebbe a definirlo Marx nei Grundrisse – la nozione di “individuo sociale”.

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Su La città polifonica di Massimo Canevacci

San Paolo del Brasile. Sul tetto del SESC 24 de Maiodi Alessandra Criconia

[Intervento alla presentazione del volume nella libreria “Todo modo” di Roma il 18 ottobre scorso]

Il libro di Massimo Canevacci La città polifonica (Roma, Rogas, 2018), di cui abbiamo oggi la seconda edizione arricchita da una nuova premessa, è un testo di antropologia urbana che tratta della megalopoli, nel caso San Paolo, dichiarando fin dal titolo la tesi che intende sostenere: la città contemporanea è una molteplicità di segni e codici comunicazionali intrecciati alle tecnologie digitali. Questa è la sua “polifonia”: essa non consiste soltanto in un insieme di beni e valori materiali e immateriali, ma, come in un cortocircuito, permette di connettere la città ipermoderna con il villaggio Bororo. Scrive Canevacci: «[…] straniero e familiare si attraversano e la comunicazione digitale connette la megalopoli di São Paulo con il villaggio Bororo di Meruri» (p. 19). Il libro è una riflessione etnografica attenta ai tempi nostri, vòlta a costruire un pensiero del presente, che può essere tale solo in quanto stabilisce un rapporto con il passato. I cinque capitoli che compongono la prima parte del volume sono così dedicati alla puntuale analisi dei “classici” (dai futuristi a Benjamin, dai surrealisti a Lévi-Strauss, arrivando fino a Bateson,) per prendere poi in esame la comunicazione urbana seguendo soprattutto le suggestioni di un antropologo della postmodernità quale Clifford Geertz e di un critico della letteratura come Michail Bachtin. Questa rilettura è la premessa del metodo sviluppato nella seconda parte del libro, che «[…] utilizza due altre voci per la rappresentazione di São Paulo: le foto e un diverso stile di scritture, [che] contribuiscono a far parlare le molteplici facce della metropoli» (p. 179).

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Per un’Europa sociale e politica

Europadi Rino Genovese

[Testo dell’intervento al convegno “Quale Europa?”, Firenze, 27/10/2018]

Se si va a vedere, non ci sono mai state le forze soggettive per realizzare l’unità europea, meglio ancora un federalismo europeo. Non c’è mai stato un blocco sociale che ha sostenuto questa prospettiva. Neppure i sindacati hanno mai realmente svolto un ruolo in questo senso. Ci sono state nella storia delle élite tutt’al più che ne hanno parlato, o ne hanno vagheggiato. È il caso, ancora nel pieno della seconda guerra mondiale, del famoso Manifesto di Ventotene. Ma se si va a rileggere questo testo non si trova alcuna indicazione utilizzabile oggi, neppure nel senso di una sua possibile rivisitazione. I suoi estensori sono critici della sovranità statale (che ritengono foriera di imperialismo e di guerre), sono contrari al collettivismo marxista, sono antiprotezionisti e libero-scambisti in economia e giacobini in politica, prendendo anche in considerazione un periodo di dittatura rivoluzionaria al momento della caduta del fascismo, che per loro, quando scrivono, è ancora lontana. Sono coerentemente elitisti, parlano di minoranze rivoluzionarie (e nel testo, pur nella critica del comunismo, c’è un apprezzamento per Lenin che avrebbe saputo imporre l’azione di un’avanguardia rivoluzionaria).

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Riconfigurare i flussi

Riconfigurare i flussi
Globali, migratori, interculturali, biologici, di coscienza
Il convegno è focalizzato sul tema dei flussi, di cui offre una lettura ad ampio raggio e di taglio
interdisciplinare: dalle dinamiche migratorie nelle loro molteplici valenze sociali, culturali e
genetico-biologiche, ai flussi politico-economici globali a quelli di pensiero e di coscienza.

Riconsiderare i flussi

QUALE EUROPA?

Quale Europa

SABATO 27 OTTOBRE
FIRENZE  SMS di Rifredi sala chalet
Via Vittorio Emanuele II, 303 tranvia I fermata Vittorio Emanuele II

h. 10.15
Saluti – Luisa Simonutti – CRS Toscana
Introduzione ai lavori

 UNIONE EUROPEA: STRUTTURA E POTERI
Erica Schiavoncini – I Pettirossi

h. 11.00
EUROZONA RIFORMABILE? L’ECONOMIA SA COME, LA POLITICA NO
Sergio Cesaratto – economista, Università di Siena
coordina Giorgio Bellucci – CRS Toscana

GLI ERRORI DA CORREGGERE DI UNA UNIONE NECESSARIA
Vincenzo Visco, già Ministro delle finanze
coordina Matteo Gorini – I Pettirossi

– Discussione

h. 13.15 – Pausa pranzo*

h.14.30
DEMOCRAZIA E DIRITTI SOCIALI. DALLA COSTITUZIONE ITALIANA
AI TRATTATI EUROPEI. UNA STRADA SENZA RITORNO?
Claudio De Fiores – Università di Napoli – Giuristi Democratici

 EUROPA SENZA SOGGETTI
Maria Luisa Boccia – Presidente CRS

PER UNA EUROPA SOCIALE E POLITICA
Rino Genovese – Fondazione per la critica sociale
coordina Marisa Nicchi – Diritti a Sinistra

– Discussione

* Il pranzo è previsto presso SMS Rifredi: euro 10, prenotare al numero 3381554489

 

CICLO DI SEMINARI SULL’INCONSCIO SOCIALE | 2018-2019

Locandina inconscio

I seminari si propongono di riflettere  sull’intersezione tra psicanalisi e politica, tra inconscio collettivo e ordine dominante, sulla
necessità di ogni forma di dominio di affermarsi non solo come regime di sovranità e di violenza, ma anche come regime del desiderio, che
conduca il più possibile a una irriflessa servitù volontaria.
In qual modo i processi inconsci del desiderio ci inducono ad accettare le forme del dominio? In qual modo possono entrare in contraddizione con
esse e sorreggere un’immaginazione utopica del futuro?

ROMA I seminari romani si terranno presso l’Università di Roma3, Dipartimento di Filosofia
(aula Matassi), Via Ostiense, 234 – Fermata Marconi metro linea B

FIRENZE I seminari fiorentini si terranno presso
la Sms Rifredi, Via Vittorio Emanuele II, 303 – Fermata Vittorio Emanuele II tramvia linea T1

Concluderà i seminari una giornata di discussione comune, presso la Sms Rifredi, Firenze.

Firenze, Mercoledì 24 ottobre, ore 15
Marx: le maschere del capitale e gli oggetti feticcio
introduce Roberto Finelli

Firenze, Mercoledì 21 novembre, ore 15
Freud e la psicologia delle masse
introduce Massimo Cappitti

Roma, Mercoledì 12 dicembre, ore 15
Jameson e l’inconscio politico
introduce Marco Gatto

Roma, Mercoledì 23 gennaio, ore15
Jung e l’inconscio collettivo
introduce Stefano Carta

Firenze, Mercoledì 20 febbraio, ore 15
Edward Said: Freud e il non europeo
introduce Daniele Balicco

Roma, Mercoledì 20 marzo, ore 15
Lacan e il discorso del capitalista
introduce Mario Pezzella

La foto: Sesc 24 de Maio

San Paolo del Brasile. Sul tetto del SESC 24 de Maiodi Alessandra Criconia

Di solito non commentiamo le foto di apertura del sito (il cui discorso si inserisce nella nostra tematica sul “diritto alla città”), ma questa volta facciamo un’eccezione. Abbiamo deciso di riprendere il tema dei centri SESC di cui ci siamo già occupati con l’articolo Sesc Pompeia di San Paolo. L’individualismo sociale in Brasile.

Sesc è l’acronimo di Serviço Social do Comércio, l’organizzazione dei commercianti che promuove la realizzazione di centri sociali multifunzionali in cui ci si reca per fare sport, mangiare, prendere un caffè, giocare, danzare, vedere una mostra, andare in biblioteca o all’emeroteca, assistere a uno spettacolo teatrale, incontrare degli amici o semplicemente trascorrere il tempo guardando dal terrazzo le cime dei grattacieli.

Da non confondersi con degli shopping center, questi centri pieni di attività, dove si trova anche un servizio odontoiatrico, sono dei luoghi di socialità solidale e, soprattutto, di riqualificazione urbana. San Paolo è una città che negli ultimi anni abbiamo visto progredire anche grazie all’azione del suo ex sindaco Fernando Haddad. In un Brasile ancora fortemente segnato dalle diseguaglianze sociali, e percorso da nostalgie autoritarie come la recente cronaca politica ci ha mostrato, i centri Sesc sono delle oasi di qualità della vita da preservare. Nello Stato di San Paolo se ne contano ben 39. Quello che si vede nella foto è l’ultimo in ordine di tempo, costruito dall’architetto Paulo Mendes da Rocha.

Messaggio sulla letteratura che ci circonda

gruppi letturadi Filippo La Porta

Intervento stimolante, caro Rino, anche se chi volesse intervenire sulla narrativa italiana non dovrebbe affidarsi interamente e ciecamente alla mappa, pur pregevole e accurata, di Simonetti. Dovrebbe invece prendersi la briga di leggersi lui i testi (e questo è un appunto per te, caro Rino, che pure hai scritto cose penetranti per esempio su Moresco). Insomma per parlare di nuova narrativa italiana bisogna conoscerla direttamente, bisogna pur leggersi venticinque-trenta romanzi italiani all’anno (sì, sarà pure una “palla”, ma d’altronde mica è obbligatorio avere una opinione sull’argomento!). Questo almeno ebbi modo di rimproverare al (bel) libro di Ficara – Lettere non italiane – che non manteneva del tutto la promessa (assai promettente) di dimostrare perché i nuovi narratori abbiano rotto con una tradizione novecentesca (per la ragione che di italiani contemporanei lui ne aveva letti solo quattro o cinque…). Velocemente, soltanto alcune annotazioni.

1) Siamo convinti del declino inarrestabile delle patrie lettere (come del declino di ogni cosa entro un presente desolato), e che il passato prossimo fosse tanto migliore? Scorriamo i vincitori dello Strega anni ’50 e ’60 e oltre: sì, ci sono Morante, Volponi e Parise, ma i Prisco, Brignetti, Cialente, Arpino, Bevilacqua, Nievo non sono superiori – sotto qualsivoglia parametro – a Veronesi, Ammaniti, Siti, Piperno, Albinati, Starnone. Possibile che quando muore un poeta, un romanziere, un regista, etc. della generazione passata si scriva sempre che è morto l’ultimo poeta, l’ultimo romanziere, l’ultimo regista!

2) È vero, la madre degli scrittori imbecilli è sempre incinta, ma anche la madre dei filosofi, magistrati, architetti, fisici…Vuoi gli esempi?

3) La categoria decisiva in Simonetti è proprio quella del “nobile intrattenimento”, imparentata con il midcult, e peccato che non la approfondisca (mentre: chissenefrega della narrativa Ikea, di Volo e della Parietti). Dimostra tra l’altro un tuo assunto, e cioè l’attuale primato del fruitore, del pubblico. Il “nobile intrattenimento” è infatti la letteratura che corrisponde fedelmente al nuovo pubblico, alla middle class alfabetizzata, che legge per intrattenersi (si intrattiene perfino con Kafka, che giudica “intrigante”) ma anche per apparire più intelligente, per sentirsi più colta e aggiornata, per distinguersi a tutti i costi (è il famigerato “ceto riflessivo”, che, ahinoi, non è più credibile neanche quando si indigna sull’Aquarius…).

4) La letteratura come conoscenza, come conflitto, come utopia, etc. (e non consumo chic o status symbol) ancora sopravvive in molti romanzi o narrazioni “ibride”, anche se pochi se ne accorgono perché questi romanzi sono sommersi da tutti gli altri in una iperproduzione ormai fuori controllo: negli ultimi anni almeno Doninelli, Morandini, Fiore, Orecchio, Livi, Calligarich, Carraro, Tedoldi, Morelli, Sebaste, Samonà (Giuseppe), Muratori e ora l’ultimo di Piersanti (tra le narrazioni ibride includerei invece – poiché non sono affabulatori puri – Pascale, Covacich, Voltolini, Arminio, Mari e le cose più saggistiche di Tiziano Scarpa).

5) La nostra letteratura potrà migliorare se cambia il suo pubblico: perciò seguo con interesse iniziative come i gruppi di lettura e simili, dove può formarsi un lettore più esigente, consapevole e responsabile, che si ostina a chiedere ai libri qualche verità per lui preziosa (questo lettore va snidato, va cercato, va costruito, inventato se occorre…). È come per la democrazia: funziona solo se i cittadini sono capaci di badare a se stessi.

Sulla letteratura che ci circonda (a partire da Gianluigi Simonetti)

gianluigi simonettidi Rino Genovese

[Il 7 giugno scorso, organizzato da Anna Gialluca presso la sede romana della casa editrice Laterza, si è tenuto un interessante seminario intorno a un recente volume di Gianluigi Simonetti, con interventi, tra gli altri, di Walter Siti, Domenico Starnone, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni, Raffaele Donnarumma, Gilda Policastro. Quello che segue è un mio contributo alla prosecuzione del dibattito. – R. G.]

Si dev’essere grati a Gianluigi Simonetti per il suo La letteratura circostante (Bologna, il Mulino, 2018) che ci permette di entrare nella selva della editoria italiana contemporanea, di prendere contatto con libri di cui mai avremmo immaginato l’esistenza, di addentrarci in un’imbecillità che, pur scafati, neppure il nostro peggiore pessimismo sarebbe riuscito a figurarsi. Come lettori critici dobbiamo essergli grati. Come scrittori molto meno: perché – se ancora ambissimo a esserlo – nel panorama che egli disegna non vorremmo essere inseriti, o, se un tempo lo fummo, in siffatta compagnia non è confortante essere confusi. Ci sono, nelle analisi proposte dal libro, in ordine d’insulsaggine, i politici e gli sportivi che si scoprono narratori, gli autori che sono per sonaggi televisivi (da Alba Parietti a Flavio Insinna, da Fabio Fazio a Maurizio Costanzo), i giornalisti che si danno al romanzo (magari sfruttando la notorietà televisiva), gli scrittori “giovani” o giovanilisti, i memorialisti della lotta armata degli anni settanta, gli autori di genere (un notevole studio, a tratti esilarante, è dedicato da Simonetti al “neo-rosa” che ha in Moccia il suo campione).

Dal libro si ricava l’impressione che la letteratura da cui siamo assediati sia solo un enorme megagenere editoriale; in altri termini, non esiste letteratura se non colonizzata da quelle che si possono chiamare le agenzie dell’estetizzazione diffusa, entro cui rientra a pieno titolo la maggior parte della case editrici. Si tratta delle eredi della industria culturale: se in questa si potevano individuare delle differenze di livello all’interno di una produzione “media”, se soprattutto il discorso di un autore poteva ancora introdurre il suo sassolino nella macchina, oggi, nell’editoria dell’estetizzazione diffusa, non più. Perciò il concetto di “nobile intrattenimento” (espressione che Simonetti riprende da un innominato editor che sembra avere le sembianze di Antonio Franchini, considerato nel libro a sua volta in quanto autore in proprio) diventa a dir poco problematico, sommersa com’è – la nobiltà – sotto una produzione che per contrasto, sebbene Simonetti non ricorra mai a questo termine, andrebbe definita plebea.

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A partire da Rahel Jaeggi e dalla rivista “Consecutio rerum”

 

Discussione a più voci a partire dal volume di Rahel Jaeggi
Forme di vita e capitalismo
e dagli ultimi numeri della rivista “Consecutio rerum

21 maggio 2018, h. 17.00
Fondazione Circolo Rosselli
Via degli Alfani 101
Firenze
Partecipano:
Roberto Finelli
direttore di “Consecutio rerum”
Rino Genovese
direttore della collana “La critica sociale” di Rosenberg & Sellier
Mario Pezzella
filosofo e saggista
Marco Solinas
curatore del volume di Rahel Jaeggi
Debora Spini
filosofa della politica

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Utopia. La parola e la cosa

Angela Felicedi Antonio Tricomi

[In ricordo della nostra amica Angela Felice, direttrice del Centro Studi Pasolini, con cui la Fondazione per la critica sociale ha stabilito nel tempo solidi rapporti, ripubblichiamo qui la postfazione di Tricomi al suo volume L’utopia di Pasolini, Udine, Bottega Errante, 2017.]

È proprio come spiega Angela Felice in questo suo libro. Ha appena superato i vent’anni, Pasolini, quando, in una lettera a Luciano Serra, attribuisce a sé, e ai suoi coetanei, «una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà», cui egli si sforzerà di non venire mai meno e per il buon esito della quale giudicherà sempre cruciale il magistero di un uomo di pensiero, e in special modo del poeta, umanisticamente inteso – per dirla con Bauman – quale «intellettuale-legislatore». Per costui, all’indomani della caduta del Duce, si tratterà, nell’ottica di Pasolini, di gettare le basi culturali per quella rigenerazione anzitutto morale di cui il Paese ha bisogno dopo un ventennio di dittatura fascista ritenuto il trionfo delle onnipervasive, e grette, logiche borghesi. A repubblica istituita, l’uomo di sapere dovrà invece contribuire a rendere quest’ultima non una forma nuova, e però ugualmente asfittica, del dominio borghese, ma un’autentica democrazia, e potrà farlo accettando il ruolo di laica coscienza critica della società.

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