Con Mimmo Lucano, per l’utopia concreta

Mimmo Lucanodi Marco Gatto

Siamo solo all’inizio, qualcuno dice. E non a torto. Ai toni virulenti della campagna elettorale di qualche mese fa rispondono oggi gli schiamazzi tribunizi di Matteo Salvini, nuovo titolare degli Interni, e le inconsistenze retoriche di Luigi Di Maio, capo politico dei pentastellati: da una parte, il fascio-leghismo; dall’altra parte, il grillismo qualunquista, che con il primo va tranquillamente a braccetto, dimostrando la propria mancanza di spina dorsale. Non riuscirà il premier incaricato a moderare queste pericolose emanazioni del post-berlusconismo, dal momento che e Salvini e Di Maio incarnano perfettamente lo spirito dei tempi che si è impadronito del nostro Paese. Dietro il volto apparente del governo di scopo, condito di una buona dose di ministri tecnici, si cela una non ancora meglio codificata narrazione identitaria, qualcosa che del populismo ha solo in una minima parte le sembianze. Perché più a una forma di retrivo tribalismo somiglia che a uno stile politico contrassegnato dalla semplificazione retorica di certe istanze.

Leggerei in questo senso le indecenti dichiarazioni di Salvini ai danni del sindaco di Riace, Mimmo Lucano. Non come la solita boutade macchiettistica (della quale sarà pronto a scusarsi in tv), ma come il sintomo inquietante di una certa disposizione alla politica che, pur venendo da lontano, sta prendendo forma in questi giorni: una modalità espressiva che animalizza il dibattito, istituzionalizza il rancore (ovviamente nei confronti dei poveri, degli ultimi), assume di volta in volta capri espiatori per signoreggiare nella comunicazione dei suoi intenti. È forse una categoria abusata, perché viene dal massimo pensatore politico del nostro Paese, ma trattasi del nuovo contorno descritto da una logica a cui le classi dirigenti da tempo immemore ci hanno abituati: il sovversivismo dall’alto (anche quando si compiace di venire dal basso). Un sovversivismo i cui tratti anarchici e teppistici risiedono proprio nello stile adottato dai leghisti e dai grillini nei giorni in cui nasce e cresce il nuovo governo. E i cui rilievi sprezzanti emergono a partire dagli svariati oggetti polemici che, di volta in volta, assumono peso nella cronaca politica quotidiana: le famiglie-arcobaleno, i migranti e addirittura il diritto all’aborto.

Nulla di più facile, per uno come Salvini, che raccogliere le sollecitazioni che dalla Locride provengono, in termini non solo di consenso ma anche di violenza, per sferrare un attacco gratuito a colui che, nella regione più povera d’Italia, rappresenta il riconosciuto simbolo dell’accoglienza e della solidarietà: quel Mimmo Lucano che, ormai da anni, lottando contro gli sterili garbugli della burocrazia, ha trasformato un piccolo lembo di terra nella sede dell’utopia concreta, riempiendo le case abbandonate di Riace delle vite e dei destini di chi scappa dalla guerra e dalla fame. Niente di più facile per uno come Salvini – e nulla di più facile per gli stessi grillini, abili nel disinteressarsi di ciò che davvero conta – che cavalcare l’ondata di odio tribale che scorrazza felicemente da Nord a Sud, puntando il dito su chi come Lucano la cosiddetta “emergenza-migranti” la vive sulla pelle come fosse una scommessa esistenziale e collettiva, persino inventandosi il nuovo e ovviando alle inesistenti politiche di gestione del fenomeno. Niente di più facile per Salvini che raccogliere la volata tiratagli da Marco Minniti, il quale, ambendo a farsi paladino della razionalità politica e del più gretto machiavellismo, ha dimenticato che le scelte di campo producono inevitabilmente effetti sociali e culturali di lungo corso: quando si utilizza per mesi un certo corredo concettuale, fondato sulla separazione, sull’opposizione noi/loro, su una pretestuosa difesa del Paese da una minaccia aliena, quando cioè si scomoda un armamentario ideologico inequivocabilmente destrorso, si corre il rischio di offrire poi la propria supposta arte di governo ai giocolieri della reazione. I quali – eccoli infine all’opera – hanno immediatamente digrignato i denti, lasciandoci comprendere quale possa essere il destino a breve termine della comunicazione politica: una permanente caccia alle streghe.

Fuori da ogni slogan che semplifichi le politiche di solidarietà in sentimentalismo d’accatto, la sinistra si predisponga piuttosto a ricostruirsi su questi terreni di lotta. Iniziando da Riace e da tutti i luoghi in cui gli operatori sociali e culturali lavorano quotidianamente per rendere più agevole la vita di chi fugge dalla miseria. Perché alla concretezza della brutalità – che solo per timore d’essere additati come oltranzisti molti non chiamano xenofobia – si risponde con la concretezza dell’utopia, cioè dello sguardo verso un altrove praticabile, che è già nelle cose, è già nelle situazioni vive che sperimentiamo e che richiedono una visione diversa, magari radicalmente altra rispetto a quella delle rappresentazioni massmediatiche, filmiche, letterarie o giornalistiche. Il rischio che si passi dal macchiettismo italico, di cui Berlusconi si è fatto massimo interprete, a un integralismo da sceriffi, nutrito di qualunquismo e malcelato teppismo, è ormai evidente.

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