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Fondazione per la critica sociale

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Un convegno, un libro, un viaggio nella letteratura italiana della modernità

Pubblicato il 7 Dicembre 2017 da Fondazione

Pier Paolo Pasolinidi Angela Felice e Antonio Tricomi

[Esce in questi giorni il volume Lo scrittore al tempo di Pasolini e oggi. Tra società delle lettere e solitudine, a cura di Angela Felice e Antonio Tricomi, Marsilio, Venezia, 2017, pp. 269, € 25,00. Se ne riproduce qui la premessa.]

Per la gran parte, questo libro scaturisce dal convegno cui anche deve il titolo: “Lo scrittore al tempo di Pasolini e oggi, tra società delle lettere e solitudine”, tenutosi l’11 e 12 novembre 2016 e organizzato dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia [con il sostegno della Fondazione per la critica sociale]. Con l’aggiunta di qualche altro contributo richiesto dai curatori a saggisti in varia maniera interessati all’opera del poeta delle Ceneri, esso ospita infatti le relazioni dei critici intervenuti in quell’occasione e i lavori della tavola rotonda tra scrittori con cui le due giornate di studio si conclusero.

Le intenzioni del convegno erano perciò le stesse che animano il presente volume. Tentare, da un lato, una ricognizione della società letteraria italiana del secondo Novecento dalla quale potesse, e quindi possa, emergere la fitta rete di rapporti tessuta da Pasolini con molti tra i migliori autori del suo tempo. Chiedere, dall’altro lato, ad alcuni scrittori in attività, appartenenti a generazioni diverse, di confrontarsi con l’eredità del pedagogo “luterano”, per poi dire la loro sullo stato di salute e sul ruolo, oggi, della letteratura, come pure su quelle tendenze documentarie, o comunque ibride, che sembrano attualmente ispirare una quota assai significativa della produzione romanzesca non solo nazionale.

Ebbene, aver fatto dialogare l’opera di Pasolini con quelle di Carlo Levi o Fortini o Bassani e, più in genere, di autori che, nella maggioranza dei casi, sono stati già da tempo canonizzati quali ultimi, compiuti maestri della tarda modernità o dell’appena incipiente postmodernità italiane, ha permesso anzitutto di constatare, una volta di più, che comune, a questi scrittori, era la medesima consapevolezza precocemente espressa dall’intellettuale “corsaro” in una missiva a Luciano Serra dell’agosto 1943. Che toccasse cioè a ciascun vero letterato in quanto tale e alla comunità intera dei romanzieri, poeti, saggisti (purché disposti a interloquire gli uni con gli altri respingendo, però, la tentazione del lobbismo) adempiere «una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà», in un’Italia chiamata, dapprima, a sconfiggere il fascismo e, subito dopo, a convertirsi, da repubblica formalmente vigente, in democrazia effettiva. Una missione della quale, almeno fino agli anni Sessanta, essi poterono complessivamente ritenersi all’altezza sia perché figli, custodi e interpreti di una tradizione culturale già in declino, ma non ancora socialmente marginale, sia perché in larga misura propensi, come Pasolini, a presentarsi non semplicemente al pari di letterati, bensì alla stregua di poligrafi, capaci di frequentare, e di intersecare nei propri testi, le più varie pratiche espressive, i più diversi saperi. D’altro canto, «I primi che si amano sono i poeti e i pittori della generazione precedente» – come si legge in Teorema, il romanzo pasoliniano del 1968 –, vale a dire si crede per sé irrinunciabile un’educazione alle arti tutte e a conoscenze non esclusivamente specialistiche, solo quando si è convinti di poter essere davvero scrittori se non ci si riduce a meri artigiani delle forme letterarie, e invece si ambisce al rango di coscienze critiche, e dunque di analisti non precipuamente settoriali, della propria società.

Per quanto concerne poi la funzione attribuita oggi alla letteratura o la condizione attualmente vissuta da chi la fa, l’impressione è che non si tratti né di limitarsi a prendere atto di una qualche profonda crisi di talenti né di accusare la presunta apoliticità della maggioranza, quasi assoluta, degli scrittori contemporanei. Viceversa, la questione parrebbe essere – in Italia, certo, ma forse nell’intero Occidente – che l’industria culturale e, prima ancora, la società stessa sembrano non prevedere più la presenza, l’una, né lamentare conseguentemente la scomparsa, l’altra, di quella specifica tipologia di autore incarnata, nel recente passato, non soltanto da Pasolini. Che, del resto, aveva perfettamente intuito quale sorte il nostro tempo avrebbe riservato a figure di intellettuali di estrazione umanistica assimilabili, in un modo o nell’altro, alla sua. In un verso di Coccodrillo – componimento, esso pure del 1968, in cui si immagina morto e che dunque presenta quale proprio medaglione commemorativo –, egli infatti preconizza una collettività tutt’altro che affranta per la sua dipartita: «non lasciò rimpianto dietro di sé». Il che potrebbe però anche non essere un dato del tutto negativo.

È un ritornello che sentiamo spesso: la nostra letteratura avrebbe oggi bisogno proprio di autori come Pasolini, se non addirittura di lui. Parole all’insegna della più scontata ipocrisia, perché, se poi scrittori di quel genere vi fossero, se Pasolini tornasse miracolosamente in vita, la nostra società, che si è preoccupata già da tempo di delegittimare simili profili di intellettuali, di ridurre violentemente al silenzio il poeta delle Ceneri, non riconoscerebbe al lavoro né degli uni né dell’altro alcun imprescindibile ruolo etico-pubblico. Se allora la smettessimo, tutti quanti, di fingere o di modulare inutilmente un rimpianto per Pasolini che, perciò, o si dimostra uno stucchevole esercizio di falsa coscienza o rischia di somigliare a un alibi, magari anche nobile, per le proprie inefficienze, e iniziassimo o tornassimo, ciascuno per la sua parte, a sondarne con spirito sempre critico l’opera, evitando così di feticizzarla, potremmo senza dubbio scorgervi qualche credibile antidoto, non necessariamente di più, contro l’asfissia del pensiero che caratterizza il presente.

Rileggere umilmente Pasolini, e gli autori tutti del suo tempo, in quest’ottica, sarebbe già molto. Anche per gli scrittori dei nostri anni. I quali, tramontata ormai ogni autentica repubblica delle lettere, sembrano, perlopiù, infidamente abbandonati, o colpevolmente abbandonarsi, a un destino di solitudine, o cinismo, in rarissimi casi ben ricompensato dal sistema.

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TagsAngela Felice Antonio Tricomi Carlo Levi Franco Fortini Luciano Serra Pier Paolo Pasolini

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