Rimodulare il Diritto alla città. Tor Pignattara, una periferia romana multietnica

Alessandra Criconia

Con questo intervento ho intenzione di riprendere il confronto iniziato a novembre con il convegno sul Diritto alla città e di continuare i ragionamenti su come sia cambiato questo diritto e cosa significhi oggi, prendendo in considerazione delle situazioni concrete. Ho scelto di iniziare con Tor Pignattara, una delle periferie storiche di Roma descritta da Pasolini in Ragazzi di vita come «[…] una Shanghai di orticelli, strade, reti metalliche, villaggetti di tuguri, spiazzi, cantieri, gruppi di palazzoni, marane» perché questo quartiere sta vivendo un’importante mutazione antropologica, a fronte di un paesaggio urbano tendenzialmente stabile, come da periferia romana.

Tor Pignattara continua a essere il borgo delle vie dell’Acqua Bullicante, della Marranella, della stessa Tor Pignattara, schiacciato tra il Pigneto e il Casilino e diviso in un “nord” (più cittadino) e un “sud” (più paesano) dalla via Casilina (sede dello storico trenino giallo Termini-Giardinetti che collega con la stazione Termini) e suddiviso da un pettine di strade e stradine, ortogonali alle tre vie principali, che si infilano tra i caseggiati per addentrarsi nella campagna sopravvissuta all’espansione edilizia e ancora, in parte, coltivata a orti e giardini (si tratta degli ex terreni dello SDO, il Sistema Direzionale Orientale progettato negli anni Sessanta e, come in molti altri casi, naufragato già al momento della sua ideazione).

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Utopia ieri e oggi

Utopia ieri e oggidi Rino Genovese

[Intervento per il convegno “Utopia, Distopia, Fantascienza” – Cagliari, 30-31 marzo 2017, Facoltà di studi umanistici, Aula 6]

Se si fosse organizzato un incontro di studi sul pensiero dell’utopia una ventina di anni orsono, saremmo andati tanto controcorrente da sembrare dei matti. Com’è noto, è stato quello il momento del suo massimo discredito. Oggi le cose stanno cambiando: una coscienza utopica si riaffaccia all’orizzonte. Un segnale di insoddisfazione, se non altro, nei confronti dell’esistente. Delineare mondi alternativi – un’attività propria della modernità occidentale – non è affatto ozioso: al contrario, è il sale da inserire in qualsiasi realismo politico, di per sé insufficiente quando si tratta di trasformare il mondo perché spinge ad attenersi ai rapporti di forza puri e semplici. L’utopia è invece quel modo di vedere le cose che rende ardimentosi i più deboli, li spinge a battersi per il «sogno di una cosa» – anche se poi il sogno non si realizza, non può realizzarsi, e pretendere di realizzarlo conduce alla distopia, cioè al rovesciamento dell’utopia (come l’esperienza sovietica ha tragicamente insegnato).

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Introduzione al convegno

Alessandra Criconia

[“Diritto alla città”, Roma, 24-25 novembre 2016]

«Il diritto alla città si presenta come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all’individualizzazione nelle socializzazioni, all’habitat e all’abitare. Il diritto all’opera (all’attività partecipante) e il diritto alla fruizione (ben diverso dal diritto alla proprietà) sono impliciti nel diritto alla città.»

Abbiamo scelto il titolo Diritto alla città per riprendere un tema che ha segnato un’epoca di rivoluzione culturale e nuova coscienza civile, gli anni Sessanta e Settanta, quella:

  • dei movimenti e dei “nuovi diritti”: dell’ecologia, delle donne, dei gay, delle minoranze etniche, del pacifismo;
  • di un uso “politico” della città e degli spazi pubblici: le strade e le piazze usate per manifestare e proporre idee;
  • della costruzione, in architettura, dei grandi progetti urbani, ancora nel segno di una visione progressista e utopica della città (si pensi alle villes nouvelles in Francia e ai quartieri di edilizia abitativa pubblica, poi divenuti le “periferie contemporanee”).

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Un’intervista a Rino Genovese

Intervista

[L’intervista è stata pubblicata il 25-11-2016 sul sito dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani)]

Rino Genovese, che è ricercatore di Filosia alla Normale di Pisa,  partecipa  a un importante convegno  – curato da Alessandra Criconia  –  “Diritto alla città. Territori, spazi, flussi”,  (con interventi di Desideri, Cellamare, Donzelot, Ilardi, Aymonino, Careri, Villanim, Pezzella, Tursi, etc.)  e che continua oggi. Il convegno intende riunire architetti, urbanisti, sociologi, filosofi in un confronto sulle nuove condizioni, fisiche e sociali, dei territori urbani e sulle problematiche del progetto e del governo della città a partire dalle possibilità di uso da parte dei cittadini e della produzione dello spazio secondo le attese della collettività. Gli  abbiamo rivolto alcune domande

L’urbanizzazione. Il nostro pianeta sta sempre più urbanizzandosi: ormai, per la prima volta nella storia dell’umanità, il numero di chi vive nelle città ha superato quello della popolazione rurale. E, se l’attuale tendenza sarà confermata, alla metà del secolo corrente circa i due terzi della popolazione vivrà in ambito urbano. Come valuti il fenomeno?

È vero, alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, i quattro quinti dell’umanità vivevano ancora nelle campagne e nei villaggi. Negli ultimi decenni, invece, abbiamo assistito a un processo mondiale di urbanizzazione senza precedenti. Di per sé sarebbe una buona notizia, perché “l’aria delle città rende liberi”, come diceva un vecchio adagio. Però non c’è fenomeno sociale che non sia ambivalente e contraddittorio. Se l’aria delle città è irrespirabile – per i problemi dell’inquinamento e del sovraffollamento – diviene irrespirabile la stessa libertà. Si potrebbe allora rispondere che è necessaria una città a misura d’uomo. Tuttavia bisogna sapere che la cifra della città contemporanea – che non è neppure quella della metropoli europea o statunitense ma della megalopoli asiatica e latinoamericana – è proprio la dismisura. L’informe è la forma della città contemporanea. Ma informe è anche una libertà puramente individualistico-atomistica, priva di regole che non siano quella del proprio “particulare”. L’odierno processo di urbanizzazione su scala mondiale potrebbe essere considerato positivo, un aspetto del progresso, se solo si riuscisse a modificare di pari passo il modello di sviluppo globale nel senso di una prevalenza dei bisogni collettivi sui consumi privati.

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Per un convegno dal titolo “Diritto alla città. Territori, spazi, flussi”

Diritto alla cittàA cura della Fondazione per la critica sociale

Roma, novembre 2016

Il convegno intende riunire filosofi, architetti, urbanisti, sociologi, in un confronto sulle problematiche del territorio urbano dopo la fine della città tradizionale. Organizzato in tre sessioni tematiche – territori, spazi, reti –, ciascuna con delle relazioni, con interventi specifici e la presentazione di casi studio, avrà la durata di due giorni.

Prende le mosse dalla consapevolezza di un’avvenuta trasformazione della città, tanto da poter affermare che, così come l’abbiamo conosciuta, essa è ormai giunta alla fine. Al suo posto si stanno infatti delineando delle configurazioni prodotte da un processo di urbanizzazione a livello planetario che non dà segno di arrestarsi, incrementato com’è dalla demografia e dai massicci flussi migratori. Tutto ciò induce alla riflessione.

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