La Comune di Parigi, un urbanesimo rivoluzionario

Mario Pezzella

La Comune – il suo tentativo di rivoluzionare lo spazio urbano e sociale – rappresenta per Lefebvre un possibile sconfitto e represso nel passato, ma che pure può ripresentarsi attuale nel presente. Quest’idea è legata alla concezione filosofica generale di Lefebvre, secondo cui la realtà storica è una pluralità di possibili coesistenti, e non solo la linea maestra e univoca del progresso imposta dai vincitori del momento. In condizioni mutate, un possibile prima sconfitto può riattualizzarsi e modificare retrospettivamente la nostra percezione del passato nel suo insieme: d’altra parte il possibile nel senso in cui ne parla Lefebvre non è una fantasia arbitraria sostituibile con altre, ma possiede una sua oggettività storica documentabile e ricostruibile, benché dimenticata o posta fuori dall’ordine del discorso: “Il passato diviene o ridiviene presente in funzione della realizzazione dei possibili oggettivamente inclusi nel passato. Esso si svela e si attualizza con essi”1. La Comune è un possibile di questo tipo e in questo senso, anzi è un nesso di possibiltà che investe tutti i campi e i settori della vita associata. Ovviamente è qui impossibile considerare tutti gli aspetti politici, istituzionali, artistici, linguistici, giuridici, coinvolti dall’utopia rivoluzionaria della Comune secondo Lefebvre. Ci limiteremo a considerare alcune osservazioni che egli dedica al modo in cui la Comune ha considerato la città e il suo destino storico.

Tra gli obiettivi della Comune, c’era la riappropriazione della città, che le trasformazioni di Haussmann avevano iniziato a rendere estranea agli strati popolari della città. D’altra parte questa estraniazione non è in quell’epoca completa, gli spazi e gli edifici della città ancora si contrappongono secondo strutture simboliche distinte, sono ancora una proiezione spaziale delle separazioni sociali e lavorative: “La Parigi militare e la Parigi ufficiale (statuale e governamentale) con i loro palazzi, i loro monumenti e le loro strade, proiezione sul terreno della struttura sociale e politica, si sovrappongono senza soffocarla alla Parigi popolare”2. La città è trasfigurata da una estesa immaginazione mitica, che diviene essa stessa parte della lotta politica, appare come “Città santa”, Gerusalemme e Terra Promessa, dal cui possesso dipende per intero la salvezza degli abitanti: “Il popolo ha santificato la Babilonia moderna. La città dei re e degli imperatori diviene la Città santa “assisa ad Occidente” (Rimbaud), Gerusalemme e Roma del mondo moderno”3. La critica generale della separazione – degli spazi, dei lavori, degli universi simbolici – imposta dal capitale è l’intenzione generale della Comune, ed essa investe anche la città come luogo simbolico materiale: La Parigi insorta ha ancora la forza di voler combattere la sovrapposizione della città come luogo centralistico del potere statale alla dispersione e alla festa della vita popolare della città (di questa lotta è sintomo e simbolo l’abbattimento della colonna Vendôme ).

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Rimodulare il Diritto alla città. Tor Pignattara, una periferia romana multietnica

Alessandra Criconia

Con questo intervento ho intenzione di riprendere il confronto iniziato a novembre con il convegno sul Diritto alla città e di continuare i ragionamenti su come sia cambiato questo diritto e cosa significhi oggi, prendendo in considerazione delle situazioni concrete. Ho scelto di iniziare con Tor Pignattara, una delle periferie storiche di Roma descritta da Pasolini in Ragazzi di vita come «[…] una Shanghai di orticelli, strade, reti metalliche, villaggetti di tuguri, spiazzi, cantieri, gruppi di palazzoni, marane» perché questo quartiere sta vivendo un’importante mutazione antropologica, a fronte di un paesaggio urbano tendenzialmente stabile, come da periferia romana.

Tor Pignattara continua a essere il borgo delle vie dell’Acqua Bullicante, della Marranella, della stessa Tor Pignattara, schiacciato tra il Pigneto e il Casilino e diviso in un “nord” (più cittadino) e un “sud” (più paesano) dalla via Casilina (sede dello storico trenino giallo Termini-Giardinetti che collega con la stazione Termini) e suddiviso da un pettine di strade e stradine, ortogonali alle tre vie principali, che si infilano tra i caseggiati per addentrarsi nella campagna sopravvissuta all’espansione edilizia e ancora, in parte, coltivata a orti e giardini (si tratta degli ex terreni dello SDO, il Sistema Direzionale Orientale progettato negli anni Sessanta e, come in molti altri casi, naufragato già al momento della sua ideazione).

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Introduzione al convegno

Alessandra Criconia

«Il diritto alla città si presenta come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all’individualizzazione nelle socializzazioni, all’habitat e all’abitare. Il diritto all’opera (all’attività partecipante) e il diritto alla fruizione (ben diverso dal diritto alla proprietà) sono impliciti nel diritto alla città.»

Abbiamo scelto il titolo Diritto alla città per riprendere un tema che ha segnato un’epoca di rivoluzione culturale e nuova coscienza civile, gli anni Sessanta e Settanta, quella:

  • dei movimenti e dei “nuovi diritti”: dell’ecologia, delle donne, dei gay, delle minoranze etniche, del pacifismo;
  • di un uso “politico” della città e degli spazi pubblici: le strade e le piazze usate per manifestare e proporre idee;
  • della costruzione, in architettura, dei grandi progetti urbani, ancora nel segno di una visione progressista e utopica della città (si pensi alle villes nouvelles in Francia e ai quartieri di edilizia abitativa pubblica, poi divenuti le “periferie contemporanee”).

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