Interventi

Nella fossa dei leoni. A proposito di intellettuali e destino

intellettuali

di Luca Lenzini

[Intervento all’incontro A cosa servono gli intellettuali oggi, Torino, 20 aprile 2017].

«You call it luck, I call it destiny»
Danny Dravot a Peachy Carnehan,
The Man who would be a King

1. «Ah elle est bonne

Negli anni Settanta Gilles Deleuze e Michel Foucault negavano apertamente agli intellettuali il diritto di “parlare per gli altri”, in coerenza con una contestazione altrettanto radicale del concetto di rappresentanza. Per questo un libretto che raccoglie le conversazioni di quel periodo tra Deleuze e altri (oltre a Foucault, Toni Negri, Félix Guattari, Guy Dumur), riproposto ora in Italia da Medusa, può legittimamente intitolarsi La fine degli intellettuali1. La prospettiva in cui s’inserivano quei discorsi, infatti, era in chiave con una idea di rivoluzione sociale – niente di meno – quale a partire dalla fine del decennio precedente aveva avuto corso non solo in Europa, ma anche negli U.S.A. e in America latina. Verso la fine degli anni Ottanta Zygmunt Bauman pubblicò poi un libro intitolato Legislators and Interpreters2, titolo che nell’edizione italiana passò a sottotitolo, mentre nel frontespizio ne campeggiava un altro, La decadenza degli intellettuali3. Potrebbe sembrare che vi sia continuità tra la fine auspicata da Deleuze e la decadenza annunciata da Bauman, ma le prospettive erano invece profondamente diverse e c’era di mezzo una svolta epocale. Non a caso, Bauman in chiusa al suo saggio affrontava di petto il tema del Post-moderno, e lo faceva riproponendo in positivo una tradizione coincidente con quella stessa della Modernità, ovvero il progetto di emancipazione e autonomia di cui la cultura neoliberista, presentandosi come continuatrice, si è in realtà bravamente sbarazzata. Chissà se il traduttore italiano (o l’editore stesso di Legislators, Alfredo Salsano, un intellettuale d’indubbio spessore), così interpretando il titolo del libro, abbia allora inteso connotare l’evoluzione (o involuzione) indicata da Bauman partendo dall’assunto che l’idea di decadenza, a quell’altezza, faceva ormai parte dei luoghi comuni, incluso quel tanto di ridicolo che dall’ultima fin de siècle accompagna la categoria, sia pure indistinta nei lineamenti sociali e ridotta a postura o stereotipo. Certo è che la revoca del “mandato”, per dirla con il Fortini dei Sixties, avveniva ora per opposte ragioni, non più “dal basso” e in vista del mutamento, ma dall’alto e per mantenere lo status quo di una società sì divisa, ma normalizzata e come tale regolata da saperi settoriali, specialistici. Del resto, Herbert Lottman in La rive gauche (1983) aveva pur dipinto la parabola di progressiva emarginazione del ruolo degli intellettuali francesi tra il “Fronte Popolare” e la “Guerra Fredda” chiudendo il suo ampio affresco con una battuta da Fin de partie di Samuel Beckett: «Significare? Noi, significare? Ah, questa è buona!»4.

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Per Karl-Otto Apel (1922-2017)

Karl-Otto Apeldi Rino Genovese

Mi è capitato d’incontrare Apel, o per meglio dire di vederlo, una volta soltanto. Fu a un convegno sulla “comunicazione umana” nel settembre 1983 ad Abano Terme. Erano relatori, tra gli altri, Watzlawick, Vattimo, Luhmann, Baudrillard (anche se il contributo di quest’ultimo non figura negli atti a cura di Umberto Curi, pubblicati dalla Franco Angeli nel 1985). Apel mi fece una notevole impressione, soprattutto nella discussione con Luhmann, che per una certa filosofia tedesca era un po’ la bestia nera del momento; mentre lo stesso Luhmann preferì polemizzare con Baudrillard. L’oltranzismo fondazionalista di Apel, la passione e il rigore con cui discuteva, rendevano immediatamente percepibile quello che Stefano Petrucciani ha ben detto nel suo Ricordo, che con lui si aveva a che fare con un vero filosofo.

Nella mia biografia intellettuale (si licet parva…) quell’incontro occupa un posto di rilievo. Attraverso di lui, studiando in seguito il suo pensiero piuttosto approfonditamente, appresi come, collocandosi sulla via su cui si era posto Habermas, o si arriva al fondazionalismo trascendental-pragmatico – una nuova esaltazione della ragione sulla base della funzione centrale svolta dal linguaggio – oppure, restando quasi-trascendentali – volendo salvare capra e cavoli, cioè la pluralità delle forme di vita o delle Lebenswelten e la tensione trascendentale –, si rimane in una mezza misura sostanzialmente debole. Insomma: o c’è la comunità ideale illimitata della comunicazione, teorizzata da Apel come pietra di paragone controfattuale di qualsiasi discorso, o si apre al relativismo anche al di là delle intenzioni. Tuttavia, rispetto a una tradizione coscienzialista come quella della filosofia trascendentale, la stessa insistenza sul linguaggio di tanta parte del pensiero del secondo Novecento, implica a mio avviso un indebolimento: laddove nella prospettiva kantiana di una conoscenza basata sull’uso bene ordinato delle facoltà antropologiche, o in altro modo nelle evidenze eidetiche husserliane, il punto di arrivo antiscettico è scontato, un approdo sicuro per l’intersoggettività linguistica invece non si dà, perché questa è per definizione sempre incompleta, perfettibile nella sua ricerca di verità, come mostra anche l’uso della parola “illimitata” che connota la comunità ideale della comunicazione apeliana. Caratteristica di questo fondazionalismo, del resto, è che, meritoriamente evitando un pericolo maggiore, si sottragga all’ancoraggio in una comunità storicamente determinata o tradizionalmente reale. Quindi o si è apeliani, con tutto l’universalismo illuministico che ciò a giusto titolo comporta, o si è scettico-relativisti, tertium non datur. È a partire da questa netta alternativa che ho scritto i miei libri successivi all’incontro con Apel. Continua a leggere “Per Karl-Otto Apel (1922-2017)”

Cultures in Movement: New Visions, New Conceptual Paradigms

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De capitalismo disputandum est

Rahel Jaeggidi Leonard Mazzone

[Questo articolo è apparso su “L’Indice”, 6, giugno 2017]

Dallo scoppio della crisi economico-finanziaria a oggi, la nozione di “critica” è tornata al centro del dibattito internazionale delle scienze umane e sociali. Paradossalmente, però, il sistema economico e sociale da cui è maturata quella crisi non è stato sottoposto a un’interrogazione altrettanto attenta e severa, soprattutto da parte degli specialisti di una disciplina a vocazione fortemente normativa come la filosofia politica. All’interno di questo campo disciplinare si è tornati a problematizzare la nozione di critica nella sua doppia veste di attività teorica e di prassi sociale, senza però annoverare fra i suoi oggetti di analisi e, quindi, fra i suoi bersagli polemici il capitalismo neoliberale.

La regolarità di una simile tendenza trova un’eccezione esemplare nel volume Forme di vita e capitalismo curato e tradotto da Marco Solinas, che raccoglie alcuni dei contributi più originali pubblicati in materia da Rahel Jaeggi. Prendendo le mosse da Theodor Adorno e dai suoi Minima Moralia, la titolare della cattedra di filosofia pratica e sociale all’Università di Berlino tenta di aggiornare uno degli obiettivi programmatici originari della Scuola di Francoforte – la critica del capitalismo – rinnovando gli strumenti concettuali adottati dai primi esponenti della teoria critica della società.

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Festival del pensiero ribelle

Festival del Pensiero ribelle

Nel tempo del conformismo planetario e delle coscienze postmodernizzate a globalizzazione avanzata, è bene tornare ad affilare le armi della critica.

È quanto si propone di fare il Festival del pensiero ribelle“, organizzato nel parmense il 9, 10 e 11 giugno nei comuni di Sissa-Trecasali, Polesine-Zibello, Roccabianca, in Emilia Romagna.

Si tratta di una iniziativa nata dalla necessità di riprendersi uno spazio, quello del “pensiero”, per azioni, dando voce a pensatori considerati talvolta scomodi e comunque fuori dal coro.

Di assoluto rilievo nella tre giorni saranno certamente la presenza del giornalista e saggista Massimo Fini (il 9 giugno a Sissa), gli interventi di Marco Travaglio e di Emanuele Severino (il 10 giugno a Zibello), la conferenza del giornalista e scrittore Marcello Veneziani (l’11 giugno a Roccabianca).

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Teoria critica ieri e oggi

Teoria critica ieri e oggi

 

10 maggio 2017
h. 10.00- 17.30

sala Consiliare complesso S. Lucia di Ferrara
via Ariosto 35

I. Mattina
presiede Matteo d’Alfonso (Ferrara)

10:15 Rino Genovese (Pisa)
Dalla teoria critica della società alla teoria sociale critica

11:00 Stefano Petrucciani (Roma)
Axel Honneth e l’idea del socialismo

11:45 Pausa caffè

12:00 Laura Bazzicalupo (Salerno)
Il pensiero concreto: la critica non normativa post-strutturalista

13:00 Pausa pranzo

II. Pomeriggio

presiede Marco Bertozzi (Ferrara)

14:30 Mario Pezzella (Pisa)
Immagine di sogno e immagine dialettica: il disaccordo tra Benjamin e Adorno

15:15 Barbara Carnevali (Parigi)
Una critica del riconoscimento

16:00 Pausa caffè

16:15 Filippo Domenicali (Ferrara)
Critica della ragione neoliberale: Foucault e Rosanvallon

A cosa servono gli intellettuali oggi?

intellettualiUn ciclo di tre incontri

20 aprile, 23 maggio, 30 maggio 2017

ore 18,30

Unione culturale Franco Antonicelli

Via Cesare Battisti 4b Torino

 

Criticare il potere, smascherare gli inganni, rifiutare i ricatti, le alternative imposte, le verità assolute: questo il ruolo degli intellettuali da Platone a Foucault. Oggi, però, assistiamo a una crisi della loro funzione dovuta alla paralisi inflitta all’azione e all’immaginazione politica da una razionalità di mercato a cui non sembra esserci alternativa. Inoltre, le logiche spettacolari che oggi dominano l’industria culturale tendono a trasformare gli intellettuali in star mediatiche ad alto tasso di narcisismo, più funzionali alla creazione di consenso che suscitatori di pensiero critico. A ciò si aggiunge l’ostilità di chi identifica negli intellettuali uno degli obiettivi della militanza anti-casta e anti-sistema dimenticando che solo l’esercizio del libero pensiero può dar vita a forme nuove di solidarietà e spazi inediti d’azione.

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Gli anarchici e noi. A proposito del volume di Claudio De Boni “Liberi e uguali”

Liberi e uguali

di Rino Genovese

È una sorta di nemesi storica. La prosopopea, l’aria di sufficienza con cui i marxisti più o meno ortodossi guardavano un tempo al pensiero e all’esperienza degli anarchici come a degli arnesi da museo, oggi non hanno più ragion d’essere. Incredibilmente, l’anarchismo si è preso una sua rivincita – pur nella generale eclissi della ricerca intorno a un’alternativa sociale e politica al capitalismo nel mondo contemporaneo. Infatti, non appena ci si voglia allontanare dallo statalismo caratteristico sia della socialdemocrazia sia del comunismo storici, è a prospettive come quella associazionistica e mutualistica, quindi in particolar modo a Proudhon e agli anarchici, che bisogna rivolgersi. Il “socialismo scientifico” ha dimostrato di non essere affatto scientifico: è necessario rifarsi ai “sogni” di un socialismo utopico, dentro cui lo stesso pensiero di Marx, in ciò che contiene di valido, va ricompreso. Il pensiero socialista può ritrovare la strada solo sostituendo, alla pretesa di collocarsi sul fronte d’onda della storia universale, l’idea di una possibilità irrealizzabile, oggi priva di un retroterra in un movimento sociale specifico come fu il movimento operaio, e che però, proprio per questo, può incidere nel corso storico senza doversi piegare ad esso. Il socialismo ha da ereditare, certo con beneficio d’inventario, l’intera sua vicenda e ripensare tutta la tradizione dell’individualismo sociale – che è altra cosa rispetto al puro e semplice collettivismo e alle sue realizzazioni novecentesche.

Sono queste le considerazioni che vengono alla mente chiudendo il bel libro di Claudio De Boni, Liberi e uguali. Il pensiero anarchico in Francia dal 1840 al 1914 (Mimesis 2016). Un volume di 450 pagine, che non si potrebbe definire “agile”, ed è tuttavia molto scorrevole alla lettura. L’autore ricostruisce nel dettaglio lo svolgersi di un pensiero che dal Proudhon del 1840 pone capo a quel “circolo Proudhon” formato da anarco-sindacalisti, o sindacalisti rivoluzionari, e da nazionalisti cattolici e ultrarealisti che insieme, in un terribile connubio, daranno il loro contributo alla catastrofe europea della prima guerra mondiale e alla successiva affermazione dei fascismi. Strascichi di quella vicenda saranno operanti ancora nella Francia di Vichy. Intanto, però, tra la repressione sanguinosa della Comune di Parigi (al cinquanta per cento anarchico-proudhoniana e per l’altro cinquanta giacobino-blanquista) fino allo spartiacque del 1914 quante controversie interne (in particolare tra la corrente anarco-individualista e quella anarco-comunista), quante lotte sociali, quanti attentati terroristici!

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Le origini storiche e teoriche del terrorismo nella vicenda europea di fine Ottocento

Anarchia

giovedì 6 aprile 2017 | ore 15
Edificio D5 – stanza 3.5
Polo delle Scienze Sociali
via delle Pandette 21 – Firenze

Tavola rotonda a partire dal libro di C. De Boni:

Liberi e uguali. Il pensiero anarchico in Francia dal 1840 al 1914 (Mimesis, 2017)

Partecipano:
Claudio de Boni (Università di Firenze)
Gianluca Bonaiuti (Università di Firenze)
Rino Genovese (Scuola Normale Superiore)

Introduce e modera:
Federico Tomasello (Università di Firenze)

Incontro promosso nell’ambito del progetto di ricerca Le trasformazioni della violenza e la logica del terrorismo nell’Europa contemporanea: strumenti, modelli, percorsi interdisciplinari

 

Tavola rotonda intorno a Claudio de Boni, <em>Liberi e uguali. Il pensiero anarchico in Francia dal 1840 al 1914</em> con Gianluca Bonaiuti, Rino Genovese, Federico Tomasello – giovedì 6 aprile, ore 15,  Edificio D5, stanza 3.5 – Polo delle Scienze Sociali, via delle Pandette 21, Firenze

Un’intervista a Rino Genovese

Intervista

[L’intervista è stata pubblicata il 25-11-2016 sul sito dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani)]

Rino Genovese, che è ricercatore di Filosia alla Normale di Pisa,  partecipa  a un importante convegno  – curato da Alessandra Criconia  –  “Diritto alla città. Territori, spazi, flussi”,  (con interventi di Desideri, Cellamare, Donzelot, Ilardi, Aymonino, Careri, Villanim, Pezzella, Tursi, etc.)  e che continua oggi. Il convegno intende riunire architetti, urbanisti, sociologi, filosofi in un confronto sulle nuove condizioni, fisiche e sociali, dei territori urbani e sulle problematiche del progetto e del governo della città a partire dalle possibilità di uso da parte dei cittadini e della produzione dello spazio secondo le attese della collettività. Gli  abbiamo rivolto alcune domande

L’urbanizzazione. Il nostro pianeta sta sempre più urbanizzandosi: ormai, per la prima volta nella storia dell’umanità, il numero di chi vive nelle città ha superato quello della popolazione rurale. E, se l’attuale tendenza sarà confermata, alla metà del secolo corrente circa i due terzi della popolazione vivrà in ambito urbano. Come valuti il fenomeno?

È vero, alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, i quattro quinti dell’umanità vivevano ancora nelle campagne e nei villaggi. Negli ultimi decenni, invece, abbiamo assistito a un processo mondiale di urbanizzazione senza precedenti. Di per sé sarebbe una buona notizia, perché “l’aria delle città rende liberi”, come diceva un vecchio adagio. Però non c’è fenomeno sociale che non sia ambivalente e contraddittorio. Se l’aria delle città è irrespirabile – per i problemi dell’inquinamento e del sovraffollamento – diviene irrespirabile la stessa libertà. Si potrebbe allora rispondere che è necessaria una città a misura d’uomo. Tuttavia bisogna sapere che la cifra della città contemporanea – che non è neppure quella della metropoli europea o statunitense ma della megalopoli asiatica e latinoamericana – è proprio la dismisura. L’informe è la forma della città contemporanea. Ma informe è anche una libertà puramente individualistico-atomistica, priva di regole che non siano quella del proprio “particulare”. L’odierno processo di urbanizzazione su scala mondiale potrebbe essere considerato positivo, un aspetto del progresso, se solo si riuscisse a modificare di pari passo il modello di sviluppo globale nel senso di una prevalenza dei bisogni collettivi sui consumi privati.

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Direi di no. Desideri di migliori libertà

Martedì 29 novembre – Ore 16.30
Aula H Via Fieravecchia 19 (2° piano)
Incontro con Enrico Donaggio a proposito del suo saggio:

Direi di no. Desideri di migliori libertà

Feltrinelli, 2016

Coordinano Rino Genovese e Luca Lenzini

Siamo diventati incapaci di un gesto elementare:
dire di no. L’arma più potente e carica
di speranza per chi desiderava libertà diverse da quelle
concesse dal presente. Libertà migliori di quelle proposte
oggi da un capitalismo che racconta di essere
l’orizzonte unico e privo di alternative.
Come è stato possibile fino a ieri dire di no?
In quale misura potrebbe tornare a esserlo?
Esistono gesti di libertà con cui incidere davvero sul reale?
Queste le domande che ci pone nel suo libro Enrico Donaggio,
al centro anche del nuovo incontro promosso dal Centro Studi Franco Fortini.

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Il nesso tra i totalitarismi e i populismi

di Marco Gatto

[Questo articolo è apparso su “il manifesto” del 17 ottobre 2016]

Totalitarismi e populismiCon Totalitarismi e populismi (manifestolibri, pp. 96, 8 euro) Rino Genovese ripropone una visione della storia come compresenza e ibridazione di tempi storici differenti, legandola all’analisi specifica dei due fenomeni menzionati nel titolo. Nel caso dei totalitarismi novecenteschi e delle loro conseguenze, si tratta di capire come essi siano la manifestazione di una modernità che non riesce mai perfettamente a compiersi, di un passato che non riesce mai a passare, generando così una coalescenza di tempi storici diversi che mette capo a un’impossibile realizzazione delle promesse del moderno. Ciò che appare imprevedibile, tuttavia, di contro all’apparente stasi cui la modernità si condannerebbe, è proprio il modo in cui il passato si miscela al presente, la combinazione in cui vecchio e nuovo si danno. La cultura occidentale moderna, sottolinea Genovese, vive alla luce di questo continuo confronto con l’alterità, che, per essere acquisita o superata, è sottoposta a un processo di ibridazione: l’Occidente da sempre si costituisce a partire dal suo “altro”, ma questo tentativo di assorbimento dell’alterità è costretto alla parzialità, secondo i termini di uno «sradicamento mai completamente portato a termine», che lo condanna alla presenza ossessiva di una non-contemporaneità.

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Per un convegno dal titolo “Diritto alla città. Territori, spazi, flussi”

Diritto alla cittàA cura della Fondazione per la critica sociale

Roma, novembre 2016

Il convegno intende riunire filosofi, architetti, urbanisti, sociologi, in un confronto sulle problematiche del territorio urbano dopo la fine della città tradizionale. Organizzato in tre sessioni tematiche – territori, spazi, reti –, ciascuna con delle relazioni, con interventi specifici e la presentazione di casi studio, avrà la durata di due giorni.

Prende le mosse dalla consapevolezza di un’avvenuta trasformazione della città, tanto da poter affermare che, così come l’abbiamo conosciuta, essa è ormai giunta alla fine. Al suo posto si stanno infatti delineando delle configurazioni prodotte da un processo di urbanizzazione a livello planetario che non dà segno di arrestarsi, incrementato com’è dalla demografia e dai massicci flussi migratori. Tutto ciò induce alla riflessione.

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Lo scrittore al tempo di Pasolini

Pasolini

 

PASOLINI E LA PLEBE DI NAPOLI

di Mario Pezzella

[Traccia dell’intervento al convegno dell’11-12 novembre a Casarsa]

In una recente intervista (su “Tysm”) M. Hardt ha detto come Pasolini fosse costantemente alla ricerca di un fuori: fuori del neocapitalismo consumista, della modernità, della “informe accidia” della omologazione. Un fuori che Hardt contrappone all’antagonismo interno, che nasce cioè da un soggetto rivoluzionario all’interno stesso del capitale, così come il proletariato –secondo Marx – è generato da quelle stesse forze del capitale che è destinato a vincere e superare. Pasolini non credeva a questo antagonismo interno, di classe, e da questo punto di vista prendeva le distanze dal marxismo, pur condividendone molte istanze critiche. Questo fuori, che lui cercava, ha ricevuto diverse incarnazioni nelle sue opere, dai borgatari romani, ai popoli premoderni dello Yemen o dell’India: una di queste incarnazioni è la plebe di Napoli, una resilienza ostinata del premoderno – secondo lui – all’interno della modernità. Tracce consistenti di questa visione si trovano nel Decameron e poi in Lettere Luterane, nei paragrafi in cui dialoghi con un immaginario ragazzo napoletano, Gennariello: “Napoli è ancora l’ultima metropoli plebea, l’ultimo grande villaggio…Questo fatto generale e storico livella fisicamente e intellettualmente le classi sociali. La vitalità è sempre fonte di affetto e ingenuità. A Napoli sono pieni di vitalità sia il ragazzo povero che il ragazzo borghese”.

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Sesc Pompéia di San Paolo, l’individualismo sociale in Brasile

Sesc PompéiaTaccuino di viaggio
di Rino Genovese

[Questo articolo è apparso su “Il reportage”, 26, aprile-giugno 2016. Foto di Alessandro Lanzetta]

Primi a venirmi incontro, sceso dall’aereo, mentre il taxi cerca di farsi largo nel traffico delle sette del mattino, sono gli odori. Le città brasiliane traboccano tutte di friggitorie al chiuso e all’aperto fino a toglierti il respiro con le loro pastelle e salsicce, e soprattutto crocchette di frango, cioè di pollo, che insieme con il churrasco – noi diremmo il barbecue – segnano il ritmo di una vita che non smette di pulsare e nutrirsi a tutte le ore. São Paulo non fa eccezione: ne annuso l’aroma come quello di un appetitoso breakfast, che dà però un po’ fastidio a chi per prima colazione è abituato a un semplice caffè. Scaricato infine sotto il grattacielo che mi ospiterà, sorbisco il liquido nero in una grande tazza al banco di un baretto appena aperto. Ha inizio nell’ascensore che mi porta al ventinovesimo piano dell’edificio Copan l’esperienza reale della mia megalopoli. A questo enorme stabile dalla elegante forma ondulata, costruito da Niemeyer negli anni cinquanta, Regina Rheda ha dedicato un libro di racconti dalla vena surreale, intitolato L’arca senza Noè, per descrivere i suoi abitanti che, fino a non troppo tempo fa, formavano un’eteroclita schiera di poveracci, artisti spiantati e prostitute. Oggi l’edificio, in via di restauro, è popolato dalla nuova “classe media” (giovani coppie o più spesso single con un reddito mensile non superiore ai mille euro) creata dagli anni di Lula, come del resto l’intero centro storico, che conosce un processo di gentrification. Andata via una certa marginalità urbana, arrivano tra gli altri quelli come me, con le loro brave borse da viaggio piene di libri e di guide per fissare le idee e poter fare confronti.

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L’immaginario fantastico della società amministrata

Critica della trasparenzadi Marco Gatto

[Questa recensione è apparsa su “il manifesto” del 3 settembre 2016]

Il mito della trasparenza, del palazzo di vetro, dell’assoluta visibilità sembra aver trovato, oggi, la sua piena realizzazione sociale, tanto da vederne esaurite le spinte propulsive e le tensioni utopiche, che avevano invece contrassegnato la sua vita almeno a partire dal secolo dei Lumi. Oggi la trasparenza è un lasciapassare politico che mette d’accordo tutti: nell’epoca che distrugge a tutti i livelli la mediazione, a beneficio di una superficie che deve neutralizzare e cancellare le tracce della sua emersione, l’ideologia del puramente contemplabile e visibile appare come un’articolazione pervasiva di una più generale tendenza all’ostensione e all’esposizione. Essere in vetrina ed essere trasparenti: due imperativi da seguire e due pratiche di depoliticizzazione.

In un recente e documentato libro, Riccardo Donati traccia la storia culturale e ideologica del concetto di trasparenza, mostrando come esso abbia ottenuto, da due secoli a questa parte, le più diverse declinazioni, fino a giungere alla sua integrazione nello «scenario postdemocratico ipermediatizzato».

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Critica della cultura e critica sociale

critica socialedi Rino Genovese

Il novantanove per cento di quello che facciamo, o tentiamo di fare, è critica della cultura; l’uno per cento tutt’al più, se ci riusciamo, è critica sociale. Un’affermazione così netta richiede un certo numero di chiarimenti e di definizioni: che cos’è la critica della cultura? che cos’è la critica sociale? in che rapporto stanno tra loro? in che senso si può dire che quando si profila l’una non ci sia più l’altra? e così via…

Inizio allora con un breve elenco degli usi possibili del termine “cultura” come compare nell’espressione “critica della cultura”. Dentro di essa ricadono:

  1. la cosiddetta alta cultura associata alla nozione di umanesimo (cioè più spesso umanistica che tecnico-scientifica, secondo la vecchia e sommaria distinzione tra le “due culture”), la quale fino a un certo punto nel Novecento è stata fatta coincidere con la civiltà in generale, ma che in realtà, all’interno della modernità artistica e letteraria con le sue varie sperimentazioni, aveva già conosciuto la tendenza a una perdita di confini nei confronti della cultura di derivazione popolare o proveniente dalla produzione in serie (la cultura cosiddetta bassa);

  2. i prodotti culturali correnti, che possono essere opere vere e proprie o elementi immessi nel mercato con un effetto d’intrattenimento, al fine di ottenerne un utile economico, da parte delle agenzie dell’estetizzazione diffusa (televisioni, case cinematografiche, case di moda, gallerie d’arte, musei, etc.): nei confronti sia delle prime sia dei secondi si esercita un’analisi critica intesa come controllo riflessivo sul mi piace / non mi piace, schema binario tipico della comunicazione intorno ai giudizi di gusto elementari;

  3. le culture al plurale, in un senso antropologico, nella loro varietà e diversità: facendone la critica, quando è il caso, si è sempre alle prese con il pericolo di una sorta di imperialismo culturale involontario se non si tiene sotto controllo autocritico la tradizione culturale a partire dalla quale si interviene, per noi quella occidentale moderna.

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