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Lo scrittore al tempo di Pasolini

Pubblicato il 9 Novembre 2016 da Fondazione

Pasolini

 

PASOLINI E LA PLEBE DI NAPOLI

di Mario Pezzella

[Traccia dell’intervento al convegno dell’11-12 novembre a Casarsa]

In una recente intervista (su “Tysm”) M. Hardt ha detto come Pasolini fosse costantemente alla ricerca di un fuori: fuori del neocapitalismo consumista, della modernità, della “informe accidia” della omologazione. Un fuori che Hardt contrappone all’antagonismo interno, che nasce cioè da un soggetto rivoluzionario all’interno stesso del capitale, così come il proletariato –secondo Marx – è generato da quelle stesse forze del capitale che è destinato a vincere e superare. Pasolini non credeva a questo antagonismo interno, di classe, e da questo punto di vista prendeva le distanze dal marxismo, pur condividendone molte istanze critiche. Questo fuori, che lui cercava, ha ricevuto diverse incarnazioni nelle sue opere, dai borgatari romani, ai popoli premoderni dello Yemen o dell’India: una di queste incarnazioni è la plebe di Napoli, una resilienza ostinata del premoderno – secondo lui – all’interno della modernità. Tracce consistenti di questa visione si trovano nel Decameron e poi in Lettere Luterane, nei paragrafi in cui dialoghi con un immaginario ragazzo napoletano, Gennariello: “Napoli è ancora l’ultima metropoli plebea, l’ultimo grande villaggio…Questo fatto generale e storico livella fisicamente e intellettualmente le classi sociali. La vitalità è sempre fonte di affetto e ingenuità. A Napoli sono pieni di vitalità sia il ragazzo povero che il ragazzo borghese”.


Il fuori ricercato da Pasolini va comunque inteso in modo un po’ più complesso e contraddittorio di quanto lo intenda Hardt: è vero che Pasolini lo ha cercato con passione per tutta la vita, è altrettanto vero che questa ricerca coesisteva con una parallela e quasi contemporanea disillusione (per non dire disperazione). Ogni utopica incarnazione del fuori gli si rivelava infatti poco più che una maschera deforme di quanto desiderava: e il suo intelletto critico, per altro inflessibile, gli impediva in ogni caso di accettare come reali tali maschere inconsapevoli. Così scrive all’inizio dei suoi dialoghi con Gennariello che i napoletani “sono rimasti gli stessi…di tutta la storia…Preferisco la povertà dei napoletani al benessere della repubblica italiana, preferisco l’ignoranza dei napoletani alle scuole della repubblica italiana, preferisco le scenette, sia pure un po’ naturalistiche, cui si può ancora assistere nei bassi napoletani…”. A questa visione fin troppo idilliaca, che sembra confermare le dichiarazioni d’intenti del tempo del Decameron, si contrappongono le pagine di Abiura della Trilogia, scritte appena qualche mese dopo Il fiore delle Mille e una notte : avendo ricordato come “gli innocenti corpi” mostrati in quei film, “con l’arcaica, fosca, vitale violenza dei loro organi sessuali” fossero “un ultimo baluardo” contro la modernità consumista, finisce per concludere che, di questa incarnazione del fuori non è in realtà rimasto niente (e anzi probabilmente essa era fin dall’inizio illusione): “Ciò che nelle fantasie sessuali era dolore e gioia, è divenuto suicida delusione, informe accidia”; “ormai odio i corpi e gli organi sessuali…Per qualche anno mi è stato possibile illudermi. Il presente degenerante era compensato sia dalla oggettiva sopravvivenza del passato che, di conseguenza, dalla possibilità di rievocarlo. Ma oggi la degenerazione dei corpi e dei sessi ha assunto valore retroattivo”. Ma questo fuori positivo era poi già incrinato e minacciato fin nel suo primo presentarsi: ne testimonia il fosco inizio del Decameron con l’assassino Ciappelletto, nero profilo nel controluce dell’alba, che scarica il corpo della sua vittima dall’alto di un colle, o anche i volti inespressivi e crudeli che Davoli incontra dopo il suo tuffo nella merda nel vicolo adiacente al palazzo dove lo hanno rapinato: un vicolo infero dove il mito positivo della plebe di Napoli sembra capovolgersi in mito negativo, in una efferata sguaiatezza barbarica, la grazia capovolgersi in frenetica avidità di denaro. Ma questa ambivalenza non è forse vera di ogni incarnazione del fuori, a cui Pasolini ha affidato di volta in volta la sua utopia antimoderna? “La vita è un mucchio di insignificanti e ironiche rovine”; “i giovani e i ragazzi del sottoproletariato romano – che son poi quelli che io ho proiettato nella vecchia e resistente Napoli, e poi nei paesi poveri del terzo mondo – se ora sono immondizia umana, vuol dire che anche allora potenzialmente lo erano: erano quindi degli imbecilli costretti a essere adorabili, degli squallidi criminali costretti a essere dei simpatici malandrini, dei vili inetti costretti a essere santamente innocenti”. Del che, appunto, più di una sequenza del Decameron tradisce testimonianza.

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TagsMario Pezzella Michael Hardt Pier Paolo Pasolini

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