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Fondazione per la critica sociale

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Interventi

Lusso Comune

Lusso comunePer quanto sconfitta e conclusasi in una triste tragedia, la Comune di Parigi del 1871 diede voce a un possibile che si è impresso per sempre nella ­memoria storica: è concepibile una vita senza rapporti di servitù e sfruttamento, senza il dominio esclusivo del denaro, senza Stato e senza capitale? Con tutti i limiti e le contraddizioni che hanno contribuito alla loro sconfitta, gli uomini e le donne della Comune tentarono di dissolvere le strutture burocratiche dello Stato-nazione centralizzato. Ciò che sembrava fantasma e immagine di sogno si mostrava invece come utopia concreta. La Comune realizzò una riorganizzazione della vita quotidiana, nella sua pratica sociale, molto più rilevante di qualsiasi atto di governo: in tal senso essa è l’indicazione di uno stile di vita: «Estendere la ­dimensione estetica alla vita quotidiana, come richiesto sotto la Comune dalla Federazione degli Artisti, non solo rende l’arte accessibile a tutti, ma la rende anche parte integrale di qualsiasi processo creativo. Si crea una nuova relazione sensibile con i materiali – la loro consistenza, densità, malleabilità, resistenza – e con i processi lavorativi propri di ciascuno, con le tappe necessarie per la loro realizzazione e, d’altro lato, con la nuova riproduzione delle abilità di chi vi ha partecipato» (Ross).
Il lusso comune è una riconfigurazione della vita quotidiana in cui – al di là di ogni separazione di classe – l’arte e la pratica del lavoro si fondono in una nuova unità vitale, in un gioco armonico.

Kristin Ross (1953) è professore emerito di Letterature comparate alla New York University. Esperta di cultura francese dei secoli XIX e XX, ha pubblicato numerosi libri, tra i quali:
The Emergence of Social Space: Rimbaud and the Paris Commune
(1988); Fast Cars, Clean Bodies: Decolonization and the Reordering of French Culture (1995); May ’68 and its Afterlives (2002).

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A che punto siamo

di Aldo Garzia

Il silenzio sulla pandemia della politica è quasi totale. Si sta andando in questi giorni a piccoli passi verso un lockdown nazionale dopo la strategia “gialla”, “arancione” e “rossa” che forse sarebbe andata bene nei mesi scorsi. È un’ipotesi che appare inevitabile per salvare il Natale commerciale e famigliare. Poi seguiranno probabilmente altre chiusure e aperture in una fisarmonica di iniziative fino all’arrivo dei vaccini. Ipotesi quest’ultima non immediata e con problemi enormi di distribuzione. Gli altri paesi europei sono combinati più o meno nello stesso modo, con la solita eccezione di Germania e paesi del Nord che brillano per organizzazione, credibilità delle istituzioni e disciplina dei comportamenti individuali.

Bisognerebbe quindi abituarsi a convivere con tutto ciò che la pandemia significa nello stile di vita di ognuno, nei rapporti sociali mutilati e soprattutto nel dibattito pubblico. Non c’è ordine del discorso politico che non debba partire di qui. Niente è più come prima. Questa volta sul serio e non per modo di dire. E ci sono virologi ed epidemiologi che già avvertono come pure in caso di vaccino ravvicinato dovremo abituarci a distanziamento e mascherine per un periodo medio-lungo. [Read more…] about A che punto siamo

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Fascisti su Marche

Fascidi Antonio Tricomi

Già sindaco leghista del comune di Gorle, in provincia di Bergamo, oggi Marco Ugo Filisetti occupa la carica di Direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per le Marche. Lo scorso 14 settembre, per l’inizio del nuovo anno scolastico, egli ha sentito di dover rivolgere un caloroso messaggio di saluto agli studenti marchigiani. Un messaggio nel quale, tra l’altro, si legge:

A voi studenti ancora una volta ricordiamo, oltre all’impegno nello studio, l’esercizio dell’autocoscienza, che si interroga a partire dall’identità. Chi sono? chi sono i miei “padri”? quale passato? Perché è la memoria storica, la consapevolezza delle proprie radici che unisce una comunità, un popolo indicando il possibile futuro.
Il processo di crescita, nella scuola vi porti alla conoscenza di voi stessi, a essere persone autentiche che confessano e professano le proprie idee, le attestano, le provano e le realizzano, sino ad esserne “martiri”.
Per questo siate coraggiosi come solo la gioventù sa esserlo, guardando con occhi impassibili tutte le difficoltà che il futuro pone davanti. Non disperate, mai, perché la speranza è la radice di ogni progetto, la molla per comunicare con gli altri, la forza che sorregge ogni seminagione.
Senza speranza non vi può essere nessun progetto di vita, di crescita per voi e per la Comunità che è intorno a voi, cammina con voi e continuerà a camminare grazie a voi.
Il futuro che sognate per voi e per la Comunità a cui appartenete si realizza se diventa passione, se diventa fede, se diventa destino. E la storia assicura un destino solo quando la vita scorre impetuosa nelle vene della Comunità, quando è presente una gioventù consapevole che il domani le appartiene.

Una settimana più tardi, come si sa, le elezioni regionali hanno decretato, nelle Marche, la vittoria di Francesco Acquaroli. Già militante di Alleanza Nazionale e poi del Popolo delle Libertà, iscritto da otto anni a Fratelli d’Italia ed ex sindaco di Potenza Picena, comune della provincia di Macerata, costui è stato sostenuto, nella propria candidatura, da una coalizione di centro-destra composta da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e da alcune liste civiche. Grande estimatore – a suo stesso dire – del filosofo sovranista e opinion-maker telegenico Diego Fusaro, Acquaroli ha però potuto ovviamente contare, in campagna elettorale, soprattutto sull’appoggio incondizionato di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Non per nulla, lo scorso 20 agosto, i due erano assieme a San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, durante l’esibizione dei paracadutisti della Società Sportiva Lazio Paracadutismo capitanati da Lino Della Corte. Show che ha visto atleti e campioni variamente assortiti rendersi protagonisti di voli acrobatici in onore del partito guidato dall’onorevole Meloni. I paracadutisti, sulle note della celebre romanza Nessun Dorma inclusa nella Turandot di Giacomo Puccini, sono scesi dal cielo con due enormi drappi. Con un tricolore di cinquecento metri quadrati. Con una bandiera di centosettanta metri quadrati nel quale fiero campeggiava lo slogan elettorale di Fratelli d’Italia: “Vogliamo un’Italia libera, forte e coraggiosa”. [Read more…] about Fascisti su Marche

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In rivolta senza un volto

di Stela Xhunga

Scontri, come non se ne vedevano da un po’. Prima a Napoli, poi Roma, Milano, Torino, Trieste, Cremona, Lecce, Verona, Cosenza, Ferrara, Salerno, Palermo e Siracusa. Mentre i media trasmettevano in diretta le cariche della polizia sotto il palazzo della Regione a Milano e le vetrine rotte di Gucci a Torino, quasi in contemporanea, in piazza Unità d’Italia, a Trieste, si assembravano migliaia di persone aizzate dal sindaco Roberto Dipiazza e dal governatore Massimiliano Fedriga, entrambi fisicamente presenti a una manifestazione che in teoria doveva essere contro il nuovo decreto varato dal governo ma che in pratica è stata salutata da molte braccia tese con la mano aperta.

Pensare che dietro ogni disordine al di sotto del Po ci siano solo camorristi e al di sopra il Po solo Black Bloc è operazione miope, che non fa bene a nessuno, men che meno oggi che l’identità dei manifestanti è frammentata, spuria. Fatta eccezione per coloro che un’identità la rivendicano con il braccio teso, è difficile, finanche impossibile catalogare le persone in rivolta. E poiché lo spettacolo andato in scena, con ogni evidenza, è solo l’inizio, tanto vale porsi interrogativi elementari, senza ambire a nessuna conclusione.

Chi sono i manifestanti oggi in Italia? Difficile dare loro un’identità nelle strade e nelle piazze, non potendolo fare nella società. La coscienza di classe, con lotte su obiettivi e temi comuni fu in grado di creare forme di aggregazione fino agli anni settanta, nell’attuale configurazione socioeconomica risulta oramai superata da meccanismi disgregativi quali individualismo, derisione per la marginalità sociale e corsa contro un potenziale nemico. Di fatto le classi continuano a esistere, ma manca la coscienza. Si è creduto che il consumismo fosse livellante, democratico, con l’operaio e il manager entrambi in fila al Mac drive, e invece il consumismo non ha cancellato le classi sociali, ha solo cancellato la percezione che le classi sociali hanno di se stesse, rendendole innocue rispetto ai dispositivi di potere. Né, d’altro canto, l’essere interconnessi e digitalizzati ci ha dato strumenti atti a sopperire alla mancanza di coscienza: non più gruppo, comunità, siamo “sciame”, per dirla con Byung Chul Han, intrappolati in un sempiterno presente, incapaci di praticare nella realtà un qualsiasi agglomerato che possa anche solo somigliare a un “noi”. E di fronte alle sparute categorie che ancora si riconoscono tali, come superare le forti implicazioni identitarie che ciascuna categoria inevitabilmente rivendica, come far confluire le rispettive minoranze in una maggioranza condivisa, come, in definitiva, trasformare le singole rivolte in una lotta sociale, dove non ci sia spazio per le infiltrazioni – che comunque, a onor del vero, sono sempre esistite e sempre esisteranno – ora che la pandemia ha fatto esplodere problemi latenti e riconducibili a cause assai precedenti al virus? Non potendo dare loro un volto uniforme, occorre analizzare le loro volontà, chiedersi cosa vogliono. [Read more…] about In rivolta senza un volto

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Trump e Biden, due signori con i capelli tinti che si zittiscono a vicenda. (Mentre tutt’intorno, noi, assistiamo come le foglie d’erba di Whitman)

Trump e Biden
di Stela Xhunga
Il 30 settembre, alle 3 ora italiana, si è tenuto il primo confronto tv tra Donald Trump e Joe Biden. Comunque vada sarà un disastro. Uno ha 77 anni e raccoglie le speranze della massa in attesa del prossimo scandalo da sbandierare. L’altro ne ha 74 e colleziona scandali senza battere ciglio. Biden vincerebbe se lasciasse parlare solo l’altro, invece stanotte ha parlato, interrotto continuamente dall’avversario, tanto da perdere la pazienza e sbottare: “Will you shut up, man?”.

Intendiamoci, in un Paese come gli Stati Uniti, dove basta un niente per venire bollati come comunisti, e dove storicamente sono sempre esistiti due partiti, entrambi moderati, la destra liberista, e il centro liberale, che di tanto in tanto è colto da improvvisa pruderie sociale, il primo scontro tra Trump e Biden non poteva che ridursi a questo, a una prova muscolare intrisa di linguaggio bellico, dove l’altro è un nemico da zittire, screditare, ricorrendo a una retorica votata al pathos anziché al logos. Come dicono negli ambienti della finanza di New York, it’s an old boys club, un circolino dove ricchi e attempati signori bianchi giocano a farsi la guerra. Un’ora e mezzo di dibattito, diviso in sei temi – Corte Suprema, pandemia, economia, ambiente, sicurezza e tensioni razziali, regolarità del voto –, che secondo il sondaggio CNN hanno valso per lo sfidante democratico il favore di sei americani su dieci, con enorme sollievo di tutti noi, che sappiamo quanto le scelte di Trump si ripercuotano in Europa, in Italia, ovunque nel mondo. “Tutti sanno che il presidente Donald Trump è un bugiardo e un clown” ha detto Biden in riferimento all’Obamacare, la riforma sanitaria firmata il 25 marzo 2010 dall’allora presidente Barack Obama. Appena eletto, nel maggio 2017, Trump fece approvare dalla Camera dei Rappresentanti la richiesta di abrogazione totale dell’Obamacare, che passò con 217 sì e 213 no, e tuttavia non passò al Senato, nonostante questo sia a maggioranza repubblicana. Trump allora propose un’abrogazione parziale, ma nemmeno questa piacque al Senato, che declinò ancora, sia pure sul filo del rasoio, con 51 no e 49 sì. Con l’entrata in vigore della riforma, si stima che circa 32 milioni di americani indigenti, attualmente scoperti dall’assicurazione sanitaria, potrebbero accedere a cure mediche.

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Rossanda eretica ortodossa

Rossana Rossandadi Rino Genovese

Scompare Rossana Rossanda, carica di anni e generosi errori, e con lei se ne va un pezzo della storia della sinistra italiana. Ma non si dica, come peraltro avrebbe detto lei stessa, che questa sinistra sia finita “da sconfitta”. Sconfitta da chi? In quale guerra non dichiarata? Durante quale insurrezione mai intrapresa? Rosa Luxemburg o Che Guevara sono stati vinti sul campo. La stragrande maggioranza della sinistra italiana nel dopoguerra, compresa la piccola parte rappresentata da Rossanda e dai suoi, fu invece riformista da cima a fondo, sia pure con varie gradazioni e sfumature all’interno del riformismo. Tutt’al più si potrebbe parlare, come fece una volta Lucio Magri in riferimento alla componente ingraiana del Pci, dalla quale il gruppo del manifesto era uscito, di un “riformismo rivoluzionario”, indicando con ciò che s’intendeva puntare a una trasformazione sociale profonda, a un superamento del capitalismo. Ma riformisti in questo senso furono anche non comunisti come Riccardo Lombardi o quel Vittorio Foa con cui il gruppo del manifesto tentò per un tratto di fare causa comune, fallendo poi a causa del solito settarismo.

“La rivoluzione non è la presa del palazzo d’Inverno” era uno degli slogan con cui Rossanda e i suoi si presentarono come dissidenti, e tuttavia a loro modo continuatori, del partito da cui vennero cacciati: con ciò esprimevano la lontananza dall’idea di una presa del potere mediante un colpo di mano di tipo bolscevico, sulla nozione di “dittatura del proletariato” preferendo sorvolare. Un altro slogan era “dallo stalinismo si esce da sinistra”, volendo significare che non ci si sarebbe dovuti adagiare in una pura e semplice pratica di cogestione del capitalismo, sostanzialmente socialdemocratica, come veniva facendo il Pci sulla base del modello emiliano. Tutto ciò veniva fuori comunque dall’alveo della tradizione comunista e del pensiero gramsciano, di cui si sottolineava il momento democratico consiliare (già criticato dall’ultrabolscevico Bordiga) e quello delle “casematte” del potere, che rinviavano appunto a un’idea di rivoluzione come lungo processo e non come “guerra di movimento”. Un gramscismo alla Togliatti – che per parte sua aveva tenuto fermo al mito dell’Unione Sovietica e, al tempo stesso, ne aveva negato il carattere universale con la ricerca di una via democratica al socialismo – era quello su cui Rossanda e i suoi purtuttavia non cessavano di appoggiarsi quando decisero di rompere gli indugi e dichiarare fallito il cosiddetto socialismo reale dei paesi dell’Est europeo, cominciando però a flirtare con l’altro modello che si delineava in quegli anni, quello della Cina maoista, di cui Rossanda, ancora in anni recenti, negava il carattere stalinista, oggi del tutto palese al retrospettivo sguardo storico.

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Filed Under: Interventi Tagged With: Amadeo Bordiga, Filippo Turati, Lucio Magri, Mario Moretti, Palmiro Togliatti, Rossana Rossanda, Umberto Terracini

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