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Fondazione per la critica sociale

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Search Results for: Rino Genovese

Rossanda eretica ortodossa

23 Settembre 2020 • Fondazione
Interventi

Rossana Rossandadi Rino Genovese

Scompare Rossana Rossanda, carica di anni e generosi errori, e con lei se ne va un pezzo della storia della sinistra italiana. Ma non si dica, come peraltro avrebbe detto lei stessa, che questa sinistra sia finita “da sconfitta”. Sconfitta da chi? In quale guerra non dichiarata? Durante quale insurrezione mai intrapresa? Rosa Luxemburg o Che Guevara sono stati vinti sul campo. La stragrande maggioranza della sinistra italiana nel dopoguerra, compresa la piccola parte rappresentata da Rossanda e dai suoi, fu invece riformista da cima a fondo, sia pure con varie gradazioni e sfumature all’interno del riformismo. Tutt’al più si potrebbe parlare, come fece una volta Lucio Magri in riferimento alla componente ingraiana del Pci, dalla quale il gruppo del manifesto era uscito, di un “riformismo rivoluzionario”, indicando con ciò che s’intendeva puntare a una trasformazione sociale profonda, a un superamento del capitalismo. Ma riformisti in questo senso furono anche non comunisti come Riccardo Lombardi o quel Vittorio Foa con cui il gruppo del manifesto tentò per un tratto di fare causa comune, fallendo poi a causa del solito settarismo.

“La rivoluzione non è la presa del palazzo d’Inverno” era uno degli slogan con cui Rossanda e i suoi si presentarono come dissidenti, e tuttavia a loro modo continuatori, del partito da cui vennero cacciati: con ciò esprimevano la lontananza dall’idea di una presa del potere mediante un colpo di mano di tipo bolscevico, sulla nozione di “dittatura del proletariato” preferendo sorvolare. Un altro slogan era “dallo stalinismo si esce da sinistra”, volendo significare che non ci si sarebbe dovuti adagiare in una pura e semplice pratica di cogestione del capitalismo, sostanzialmente socialdemocratica, come veniva facendo il Pci sulla base del modello emiliano. Tutto ciò veniva fuori comunque dall’alveo della tradizione comunista e del pensiero gramsciano, di cui si sottolineava il momento democratico consiliare (già criticato dall’ultrabolscevico Bordiga) e quello delle “casematte” del potere, che rinviavano appunto a un’idea di rivoluzione come lungo processo e non come “guerra di movimento”. Un gramscismo alla Togliatti – che per parte sua aveva tenuto fermo al mito dell’Unione Sovietica e, al tempo stesso, ne aveva negato il carattere universale con la ricerca di una via democratica al socialismo – era quello su cui Rossanda e i suoi purtuttavia non cessavano di appoggiarsi quando decisero di rompere gli indugi e dichiarare fallito il cosiddetto socialismo reale dei paesi dell’Est europeo, cominciando però a flirtare con l’altro modello che si delineava in quegli anni, quello della Cina maoista, di cui Rossanda, ancora in anni recenti, negava il carattere stalinista, oggi del tutto palese al retrospettivo sguardo storico.

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Filed Under: Interventi Tagged With: Amadeo Bordiga, Filippo Turati, Lucio Magri, Mario Moretti, Palmiro Togliatti, Rossana Rossanda, Umberto Terracini

Dopo il virus. Osservazioni critiche sull’odierna “critica critica”

5 Luglio 2020 • Fondazione
Interventi, Politica, Sociologia


di Rino Genovese

Si sente spesso ripetere che la recente pandemia avrebbe approfittato della globalizzazione per diffondersi nelle grandi aree metropolitane del mondo. Ciò non fa che registrare un dato: la velocità con cui si è propagato il virus è il frutto dell’intensificazione dei traffici commerciali, della delocalizzazione della produzione industriale, del turismo di massa, e così via. Ma tutto questo, pur vero, non mette a fuoco un aspetto essenziale. Che è il seguente: le epidemie hanno flagellato la storia dell’umanità nel corso dei secoli, magari con più lentezza ma inesorabilmente. Tuttavia da molti decenni non sembrava più possibile qualcosa di così devastante, almeno nello sviluppato mondo occidentale. A voler richiamare il concetto di “società del rischio”, introdotto da Ulrich Beck, ci troveremmo sfasati: perché quella nozione si riferiva piuttosto al rischio nucleare ed ecologico in senso lato, non alla ripresa di un tipo di devastazione che sembrava far parte del passato. Invece la sorprendente novità dell’epidemia consiste proprio nel suo carattere arcaico. Essa è una delle forme in cui il passato ritorna nel presente, mettendo una volta di più fuori causa, se ancora ve ne fosse bisogno, la nozione di un progresso univoco e lineare. Si potrebbe dire (al netto di ogni tesi insulsamente complottista), è la natura che si ripropone nella cultura in quanto suo ineliminabile retroterra. Si tratta di una natura che, mostrando la sua smorfia terribile, si fa beffe della cultura – ma così rientrando in essa come un aspetto ancora una volta proprio della cultura. E di conseguenza come un oggetto interno allo stesso dibattito politico.

Ha dunque pienamente ragione Aldo Garzia, nell’articolo pubblicato nella sezione “commenti” di questo stesso sito, a sostenere che il virus spinge a ripensare alcune delle nostre categorie politiche fondamentali, a cominciare dal nesso tra i diritti e la libertà. C’è un momento “libertario” nel liberalismo dominante che è del tutto vuoto, ed è altra cosa dalla “libertà sociale” propria del socialismo. Il primo si lascia riassumere nel diritto a una libertà di movimento astratta: un individuo non può essere trattenuto in alcun modo se non quando violi la libertà altrui: per esempio nel caso di un’aggressione fisica a un altro individuo, o anche quando metta in questione il “diritto soggettivo” di questi, come può essere il diritto di proprietà, entrando, poniamo, nel suo giardino senza permesso. Ma che questa libertà – detta “negativa” in quanto consiste nel non ledere il diritto altrui – possa essere limitata in senso “positivo”, come quando si tratti di salvaguardare la salute di una collettività colpita da un’epidemia, questa libertà sociale, orientata non a un diritto individuale astratto ma in questo caso a una più concreta “questione di vita o di morte” che riguarda tutti, è vista come qualcosa d’insopportabile dagli esponenti di un liberalismo estremo. E appare altrettanto insopportabile – occorre sottolinearlo – secondo la prospettiva anarco-individualista (neo-stirneriana, la si potrebbe definire) di una parte dell’odierno pensiero cosiddetto critico.

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Sul dibattito intorno a “Città fai-da-te”

5 Giugno 2020 • Fondazione
Interventi, Politica

Dibattitodi Carlo Cellamare

Gli interventi di Massimo Ilardi e Rino Genovese su questo sito, a partire dal mio libro Città fai-da-te, sollevano un dibattito molto interessante e mi sollecitano alcune considerazioni che vorrei condividere. Con prudenza e modestia, data la delicatezza delle questioni.

In primo luogo, non penso che la politica possa ridursi a un conflitto di interessi, a un rapporto di forze in campo. Il conflitto svolge un ruolo fondamentale nella vita politica e si radica nella diversità e nel confronto delle posizioni, a loro volta agganciate a interessi in campo, ma la politica ha anche la funzione di costruire una visione del futuro, un progetto di futuro. Quello che facevano nel passato le ideologie e che ora si è disperso. Il conflitto si aggancia a un sistema di interessi che si coagula in un’idea di società, in una prospettiva di convivenza che costituisce il riferimento per un insieme di forze politiche e sociali. Altrimenti, tra l’altro, non avremmo la possibilità di costruire proposte consistenti, ma soltanto una dispersione di posizioni. Le ideologie sono venute meno a questa funzione sia perché non rispondono più adeguatamente alle esigenze sociali in campo e alle prospettive di futuro, sia perché è cambiata la società cui si riferivano. Sempre più mi pare si richieda una politica che sia “significante”, ovvero che risponda in maniera più pertinente alle esigenze e ai vissuti delle persone. Per questo vi è spesso, in maniera diffusa, quello che a Ilardi non piace molto, cioè la ricerca di un riferimento (in maniera implicita o esplicita) a un sistema di valori (il termine può non piacere e possiamo cercarne un altro, ma il significato è quello), un insieme di elementi che vengono considerati importanti per la propria vita (e qui ci avviciniamo a un sistema di “interessi”) e che costituiscono la base di un progetto di futuro. Ne sono un esempio l’ambientalismo o meglio il tema dell’ecologia integrale, ma anche il valore delle differenze e dell’accoglienza (e quindi la lotta al razzismo), e anche la lotta alle disuguaglianze e alla precarietà urbane. Non si tratta solo di fattori ideali, ma di valori molto concreti in risposta a situazioni che minacciano da vicino la vita delle persone, sia direttamente sia attraverso il modello di sviluppo prevalente (e l’esperienza del coronavirus non ce lo potrebbe confermare meglio).

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La città, l’autorganizzazione, il socialismo

19 Maggio 2020 • Fondazione
Interventi, Politica

di Rino Genovese

Nel suo intervento sul libro di Carlo Cellamare (Città fai-da-te. Tra antagonismo e cittadinanza), che si può leggere qui sotto, Massimo Ilardi compie una specie di operazione nostalgia, riportando il discorso di una critica dell’autorganizzazione e dell’autogestione odierna degli spazi urbani agli anni settanta del Novecento: in particolare alla tematica dell’“autonomia del politico”, introdotta nel dibattito da quella parte dell’operaismo italiano interna al Partito comunista con l’intenzione di orientare il movimento, dopo un decennio d’intensa conflittualità sociale, verso uno sbocco politico-istituzionale e, al tempo stesso, di fare del Pci il partito di un paradossale operaismo di governo. Il richiamo a una linea di pensiero Machiavelli-Hobbes-Carl Schmitt, con l’inserimento in essa più di Lenin che di Gramsci, apparve tuttavia a molti nient’altro che un tentativo di offrire una copertura a sinistra alla strategia berlingueriana del “compromesso storico”. Qualcosa di strumentale e di scarso respiro, entro cui la provocazione della ripresa della coppia schmittiana amico/nemico nella lotta politica, e della famosa definizione del sovrano come colui che decide intorno allo stato di eccezione, era meno qualcosa di fondato teoricamente che una strizzatina d’occhio a un’intellettualità di sinistra disposta ad applaudire ogniqualvolta fosse rotto il quadro monotono della tradizione comunista. Non era fondato, anzitutto, il paragone storico con la repubblica di Weimar (nella cui costituzione, sotto il nome di Diktaturparagraph, vigeva quel codicillo stregato riguardante lo stato di eccezione, che permise a Hitler di prendere il potere per vie legali, e attorno a cui Carl Schmitt costruì la sua teoria della sovranità) perché l’Italia degli anni settanta – pur percorsa da spinte autoritarie, dalla “strategia della tensione”, e anche da un estremismo disposto a cadere nella trappola terrorista – era una democrazia occidentale, in cui la strategia difensiva del “compromesso storico” non mirava a un’alternativa di sistema, ma a evitare una catastrofe come quella occorsa al Cile con il colpo di Stato del 1973. Neppure c’era il minimo fondamento teorico per un qualche rapporto tra l’intervento statale nell’economia, al tempo ancora in auge nella forma di un’economia mista di privato e pubblico, e l’“autonomia del politico” in quanto messa a punto di una cabina di regia tutta politica (o politico-burocratica) della società, caratteristica non delle democrazie ma dei totalitarismi.

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Lo spazio urbano tra socialità insorgente e barbarie

17 Aprile 2020 • Fondazione
Diritto alla Città

A proposito di Una città per tutti. Diritti, spazi, cittadinanza, a cura di Alessandra Criconia (Donzelli 2019)

Mario Pezzella

Nella situazione estrema che stiamo vivendo, il concetto di spazio sociale di Lefebvre mostra una tragica attualità. Lo spazio urbano è sociale perché è o dovrebbe essere fonte di interazioni umane, ma lo è anche in senso negativo e deformato. Diventa allora l’espressione dei rapporti e delle gerarchie di potere del capitale, che si estroflettono nella disposizione delle strade, nelle divisioni tra centro e periferia, nel sorgere di muri virtuali e materiali. Comunque sia, esso implica sempre un’articolazione architettonica e urbanistica di relazioni sociali, la loro espressione. E quando una società entra in una crisi radicale ciò rimane vero: ma il modo in cui le parole e le cose spartiscono lo spazio esprime la disarticolazione e il vuoto di un ordine simbolico in disfacimento.

Leggiamo questa descrizione di Berlino nel 1932, di Siegfried Kracauer: «[…] Ora la crisi si vede a ogni angolo di strada […]. Non sono solo i grandi appartamenti ad essere vuoti, anche i caffè sono semivuoti nei giorni feriali […], le strade sono piene di mendicanti, una foresta di mendicanti che si fatica ad attraversare si è introdotta nella città e ricopre l’asfalto. La sera, nelle strade un tempo animate fino a tarda notte, regna una calma strana che ci interroga. Le persone si disperdono rapidamente, restano a casa o sono finite chi sa dove. Si direbbe che esse si rintanano come animali per essere soli con la loro miseria». Kracauer descrive qui uno spazio devastato dalla crisi economica, mentre noi potremmo dire di essere oggi investiti da un flagello naturale, di cui neanche i potenti del mondo sono direttamente responsabili. Ma chi potrebbe negare che la virulenza del contagio non dipenda in certa misura dal folle atteggiamento che il capitale ha imposto verso la natura e dalla violenza irrazionale con cui ha costruito le sue immense megalopoli?

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Antisemitismo di ritorno

10 Febbraio 2020 • Rino Genovese
Sindrome identitaria

Antisemitismodi Rino Genovese

L’antisemitismo riaffiora, riemerge dalla latenza. Perché è una sorta di basso continuo che accompagna l’intera storia del mondo occidentale, dal medioevo a oggi; e può essere considerato un barometro circa l’aria che tira nei rapporti della nostra cultura con l’alterità in generale. Quando questi rapporti entrano in una situazione di sofferenza conclamata, rispunta un antisemitismo mai veramente scomparso. L’ebreo è l’altro interno per antonomasia, quello che da sempre è qui e da sempre ci minaccia. L’antisemitismo è un razzismo molto specifico, il suo discorso non ha bisogno neppure del termine “razza” in senso biologico per esprimersi: c’era già prima che questa nozione pseudoscientifica si affermasse, nell’Ottocento, e a maggior ragione può esserci dopo il suo declino a partire dalla seconda metà del Novecento. L’antisemitismo non è un razzismo di tipo coloniale come quello sviluppato nei confronti dei neri, dei gialli, dei rossi, le cui differenze somatiche, percepibili a colpo d’occhio, espongono a una discriminazione spesso anche soltanto implicita, tacita, inserita in una comunicazione puramente gestuale – come quando qualcuno si allontana, magari con una smorfia, vedendo salire un immigrato africano sull’autobus. No, l’antisemitismo vive di una “messa in discorso”, addirittura di un atteggiamento militante che può arrivare fino al pogrom. Per questo è adattissimo a fungere da barometro della xenofobia e dei razzismi in generale: quando dall’implicito si passa all’esplicito, e quando riappare una strumentalizzazione politica della questione dell’alterità, il discorso antisemita riprende quota. Talvolta con un curioso spostamento della prospettiva: si consideri la teorizzazione di una “sostituzione etnica”, riferita oggi agli immigrati per lo più islamici, che – per una sorta di complotto, ordito magari dal finanziere ebreo ungherese-americano Soros – si starebbero imponendo in Europa come un’etnia tendenzialmente prevalente, pronta a rimpiazzare quella occidentale tradizionale, beh, questo stesso argomento della “sostituzione” fu già usato ai tempi dell’affaire dallo scrittore antisemita Maurice Barrès, che affermò: “Che Dreyfus sia un traditore, lo deduco dalla sua razza”. Ci sarebbe stata una macchinazione mondiale ordita dall’alta finanza ebraica con l’obiettivo di rimpiazzare gli europei: all’epoca in modo diretto, oggi piuttosto per interposta persona con il favoreggiamento dell’immigrazione.

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