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Fondazione per la critica sociale

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Interventi

Intorno a Silvia Romano, vittima non perbene

di Stela Xhunga

“Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere”. A dichiararlo fu Fabrizio De André durante il processo ai suoi rapitori. Lui e la sua compagna, Dori Ghezzi, entrambi rapiti il 27 agosto 1979, si costituirono parte civile contro i mandanti, perdonando tuttavia carcerieri e manovalanza. Proprio così, li perdonarono. Pensiamo se a pronunciare parole di cristiano perdono fosse stata Silvia Romano, rapita in Kenya, infine liberata e rientrata in Italia dopo essere stata tenuta prigioniera dai terroristi somali di al Shabaab, ispirati all’islam salafita, per diciotto mesi in Somalia.

Le immagini dell’abito islamico di Silvia Romano sono e saranno potentemente strumentalizzate, sia in Occidente, da “noi” cristiani almeno per tradizione, sia da “loro”, in Somalia e in altre aree in cui vige il fondamentalismo islamico. Triste. Chiaramente nessuno sarebbe contento di saperla convertita per coercizione ed è legittimo chiedersi se scegliere una religione in una condizione di prigionia, in cui l’unico libro che ti permettono di leggere è il Corano, sia catalogabile tra le “libere scelte”. Legittimo, ma non utile ai fini di un discorso interno alla nostra società, per la quale disponiamo di occasioni di analisi semiologiche, per così dire, in presa diretta. Ancora una volta, il corpo di una donna, con tutte le gestualità ed estetiche annesse, è diventato “luogo” in cui si esercita il discorso pubblico. Coperta da capo a piedi, sorridente, ingrassata, colta in un gesto simbolico, la mano sul ventre. Simbolico per noi spettatori, che subito, magari senza formalizzare il pensiero, siamo stati attraversati dall’idea delle violenze fisiche e sessuali che può avere subìto la vittima, in questo caso, donna.

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Filed Under: Commenti, Politica Tagged With: Dori Ghezzi, Fabrizio De André, Silvia Romano, Stela Xhunga

La città e la politica

case occupateA proposito di Carlo Cellamare, Città fai-da-te (Donzelli 2019)

di Massimo Ilardi

Al termine di un lungo percorso di ricerca che ha visto la pubblicazione di due volumi collettivi da lui curati, Roma. Città autoprodotta (manifestolibri 2014) e Fuori raccordo. Abitare l’altra Roma (Donzelli 2016), Carlo Cellamare tenta, con quest’ultimo libro, un’operazione complicata: dare veste teorica alle sue indagini sul campo intorno a quei fenomeni sociali di autorganizzazione, di occupazione di spazi, che costruiscono la città fuori dalla pianificazione e dalle politiche pubbliche, e che hanno nel territorio romano un laboratorio diffuso di sperimentazione. Un’operazione resa difficile dalla contraddittorietà, in certi casi dalla ambiguità, di tali fenomeni che non si fanno facilmente rinchiudere dentro categorie teoriche o forme politiche costituenti.

Cellamare ne è consapevole e, fin dall’inizio del suo lavoro, pur rimarcando la creatività e la capacità di azione che sono all’origine di questi processi, mette in guardia i suoi lettori: “La visione romantica di una città prodotta dall’azione dei suoi abitanti, in termini positivi e collaborativi, crolla miseramente nel confronto con la realtà” fatta anche di interessi privati ed economici che subordinano l’interesse pubblico (p. 5). Un ammonimento opportuno, ma che poi lui stesso in alcuni casi non segue proprio per le difficoltà prima indicate, e anche e soprattutto per le sue convinzioni che cercano di inserire questi fenomeni dentro una visione politica capace di mettere in discussione e superare il modello liberista di città. Obiettivo legittimo e condivisibile che, per essere praticabile, deve però necessariamente rispondere ad alcune domande: se, come afferma Braudel, “ogni realtà sociale è per prima cosa spazio”, pratiche come l’autoproduzione, l’autogestione e l’occupazione sono le più idonee a costruire una spazialità nuova e alternativa? Se sì, come riescono a entrare in sintonia con il resto del territorio? E ancora: perché non sembrano approdare ad alcuna soggettività antagonista e a nessuna forma politica che fuoriesca dalla pura e semplice amministrazione dei luoghi?

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Filed Under: Interventi Tagged With: Carl Schmitt, Carlo Cellamare, Carlo Galli, Massimo Ilardi

Vittorio Sereni, o dell’utopia

Vittorio Serenidi Maria Borio

[Il 25 aprile 2020 avrebbe dovuto tenersi il secondo incontro intorno a “Lirica e società / Poesia e politica” nella sede romana della Fondazione per la critica sociale, rinviato sine die a causa dell’emergenza sanitaria. Pubblichiamo qui il contributo di Maria Borio].

1. Nel 1971 esce il poemetto Un posto di vacanza di Vittorio Sereni. Viene pubblicato nel primo numero dell’«Almanacco dello Specchio», poi nel 1973 in una plaquette da Scheiwiller, per essere infine incluso nella raccolta Stella variabile del 19811. Un posto di vacanza è diviso in cinque parti, con una serie di scene che si incastrano l’una con l’altra e mescolano il racconto oggettivo della realtà con la sua percezione interiore, intrecciando l’epifania lirica, la narrazione, il dialogo. Nella quinta parte leggiamo (vv. 8-17):

Pensavo, niente di peggio di una cosa
scritta che abbia lo scrivente per eroe, dico lo scrivente come tale,
e i fatti suoi le cose sue di scrivente come azione.
Non c’è indizio più chiaro di prossima vergogna:
uno osservante sé mentre si scrive
e poi scrivente di questo suo osservarsi.
Sempre l’ho detto e qualche volta scritto:
segno, mi domandavo, che la riserva è agli ultimi,
che non resta, o non c’era, proprio altro?
Che fosse e sia un passaggio obbligato? Mi darebbe coraggio.

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Filed Under: Lirica e società / Poesia e Politica Tagged With: Antonio Banfi, Eugenio Montale, Luca Lenzini, Maria Borio, Vittorio Sereni

E se l’intellettuale di sinistra tornasse a preoccuparsi delle campagne?

di Stela Xhunga

Con il Covid19 ci siamo riscoperti pizzaioli, fornai, esperti di farine ben presto introvabili, con enorme fastidio di chi già si pensava novello Sorbillo. Farine lievitate di prezzo, senza che nessuno, tra i consumatori, si chiedesse: ma il grano quanto costa? Attualmente, nonostante in alcune aree del Mezzogiorno il prezzo del grano duro sfiori i 30 euro al quintale, in media non si superano i 25-26 euro. Rispetto alla media dei 20 euro degli scorsi anni l’aumento c’è stato, certo, ma nulla che possa lontanamente giustificare il raddoppio dei prezzi di vendita delle farine al minuto, nulla che possa risolversi con la solita legge di mercato per cui all’aumento della domanda il prezzo schizza all’insù.

Uno iato, quello tra gli interessi degli agricoltori e quello delle catene di distribuzione agroalimentare, destinato ad aumentare, per via di un fenomeno preciso, che si chiama speculazione. Con il blocco delle esportazioni della Russia e del Kazakistan, granai del mondo, improvvisamente ci si è accorti che affidarsi quasi solo alle importazioni (come, per esempio, con il mais, 6,4 milioni di tonnellate solo nel 2019) non è stata una grande idea. E non va meglio per la frutta e verdura – definiti di “quarta gamma” – che hanno subìto un calo di fatturato tra il 30 e il 50 per cento nelle ultime settimane, in controtendenza con il fatturato generale della grande distribuzione, compresi i discount, che, stando alle ultime rilevazioni Nielsen, hanno conosciuto incrementi di vendita a due cifre percentuali rispetto alle stesse settimane del 2019.

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Lo spazio urbano tra socialità insorgente e barbarie

A proposito di Una città per tutti. Diritti, spazi, cittadinanza, a cura di Alessandra Criconia (Donzelli 2019)

Mario Pezzella

Nella situazione estrema che stiamo vivendo, il concetto di spazio sociale di Lefebvre mostra una tragica attualità. Lo spazio urbano è sociale perché è o dovrebbe essere fonte di interazioni umane, ma lo è anche in senso negativo e deformato. Diventa allora l’espressione dei rapporti e delle gerarchie di potere del capitale, che si estroflettono nella disposizione delle strade, nelle divisioni tra centro e periferia, nel sorgere di muri virtuali e materiali. Comunque sia, esso implica sempre un’articolazione architettonica e urbanistica di relazioni sociali, la loro espressione. E quando una società entra in una crisi radicale ciò rimane vero: ma il modo in cui le parole e le cose spartiscono lo spazio esprime la disarticolazione e il vuoto di un ordine simbolico in disfacimento.

Leggiamo questa descrizione di Berlino nel 1932, di Siegfried Kracauer: «[…] Ora la crisi si vede a ogni angolo di strada […]. Non sono solo i grandi appartamenti ad essere vuoti, anche i caffè sono semivuoti nei giorni feriali […], le strade sono piene di mendicanti, una foresta di mendicanti che si fatica ad attraversare si è introdotta nella città e ricopre l’asfalto. La sera, nelle strade un tempo animate fino a tarda notte, regna una calma strana che ci interroga. Le persone si disperdono rapidamente, restano a casa o sono finite chi sa dove. Si direbbe che esse si rintanano come animali per essere soli con la loro miseria». Kracauer descrive qui uno spazio devastato dalla crisi economica, mentre noi potremmo dire di essere oggi investiti da un flagello naturale, di cui neanche i potenti del mondo sono direttamente responsabili. Ma chi potrebbe negare che la virulenza del contagio non dipenda in certa misura dal folle atteggiamento che il capitale ha imposto verso la natura e dalla violenza irrazionale con cui ha costruito le sue immense megalopoli?

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Filed Under: Diritto alla Città Tagged With: Agostino Petrillo, Alessandra Criconia, Enzo Scandurra, Ernst Bloch, Francesco Careri, Henri Lefebvre, Mario Pezzella, Massimo Canevacci, Massimo Ilardi, Paul Scheerbart, Rino Genovese, Siegfried Kracauer, Walter Benjamin

Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità

Circolano fake news sul debito di guerra della Germania, mentre l’Italia ha bisogno di aiuti finanziari. Un convegno in Senato, con Liliana Segre, accademici e magistrati, ha spiegato che i debiti per i crimini di guerra tedeschi non sono mai stati pagati. Probabilmente anche fra i cittadini colpiti dal Covid-19 ci sono creditori di Berlino. Comunque l’Europa deve essere solidale.

L’emergenza da Covid-19, oltre ai lutti per le persone, ha gravi effetti economici.
Mentre si chiede che l’Europa venga incontro all’Italia con aperture finanziarie, e occorre il sostegno della Germania, organi d’informazione riprendono la questione del debito tedesco per i danni nella Seconda guerra mondiale.
Sul diritto dei cittadini italiani ai risarcimenti per quei danni, la Fondazione per la critica sociale ha promosso un convegno, svolto in Senato nel 2019, Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità, con la senatrice Liliana Segre, il presidente emerito della Corte costituzionale Giuseppe Tesauro, il presidente di sezione della Cassazione Domenico Gallo, il professor Tullio Scovazzi dell’Università Milano-Bicocca e il magistrato Luca Baiada. Il video è qui:

Il debito tedesco per i crimini in Italia (decine di migliaia di morti nelle stragi, deportazione di 650.000 militari, deportazione e lavoro forzato di civili) non è stato mai estinto né condonato. I commenti secondo cui le norme e i patti internazionali sarebbero definitivamente favorevoli alla Germania, e i crediti ormai sarebbero inesigibili, sono fake news. Con i patti postbellici fu concessa a Berlino una moratoria, non ci fu una rinuncia, e dopo la riunificazione tedesca quel beneficio non è più valido. La Germania è ancora debitrice.

Le famiglie colpite da stragi e deportazioni hanno diritto ai risarcimenti. Considerando l’ampiezza dei numeri, è probabile che anche fra i deceduti nella pandemia, e fra i malati più gravi, ci siano familiari di massacrati e deportati, cioè creditori della Germania. Non c’è stata giustizia penale su questi crimini, i tedeschi colpevoli non sono mai stati consegnati all’Italia; ma i risarcimenti restano dovuti. L’esistenza e la realizzabilità dei crediti è stata ribadita in Cassazione, ultimamente nel 2019. C’è una decisione della Corte internazionale di giustizia del 2012 favorevole alla Germania, ma è stata superata dalla Corte costituzionale nel 2014, e comunque anche la Corte dell’Aia ha riconosciuto il debito tedesco e ha suggerito nuove trattative.

Il credito delle famiglie colpite dai crimini fra il 1943 e il 1945 non può essere confuso con la questione delle aperture finanziarie in favore dell’Italia, che riguardano il sostegno sociale nell’emergenza e il futuro dell’Unione europea. Le autorità devono attivarsi per i diritti dei cittadini e per un’Europa fondata sulla giustizia, l’antifascismo e la solidarietà.

Filed Under: Fondazione, Interventi Tagged With: Giuseppe Tesauro, Liliana Segre, Luca Baiada, Stragi e deportazioni nazifasciste

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