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Salto di qualità in America

Pubblicato il 7 Gennaio 2021 da Rino Genovese

manifestanti pro trumpdi Rino Genovese

I populismi mettono sotto stress le istituzioni democratiche, è cosa nota, ma il salto di qualità che si è prodotto nella giornata del 6 gennaio negli Stati Uniti è qualcosa che richiede un di più di riflessione. C’è un punto oltre il quale l’effervescenza anche violenta indotta nei sistemi politici dalla combinazione tra l’idoleggiamento di un capo (nel caso specifico Trump) e il costante sconvolgimento dei principi su cui si regge una democrazia – alternanza destra/sinistra in primo luogo, e rispetto dei risultati elettorali – diventa sovversione vera e propria. Il fenomeno Trump, lo si può dire ora con certezza, è stato questo: il passaggio, nella maggiore democrazia del mondo, da una vittoria elettorale risicata quattro anni fa (non si dimentichi che la pur debole candidata democratica aveva comunque preso più voti in cifra assoluta) a un movimento reazionario di massa entro cui riemerge con estrema evidenza il segno sempiterno del fascismo. Forte di un’ideologia, per quanto abborracciata, del tutto esplicita: basata sull’idea di un complotto delle élite mondiali progressiste e “pedofile” contro il presidente che avrebbe incarnato la rinascita del paese dopo gli anni di Obama; sul rinnovato senso di supremazia razziale collegabile al periodo buio, mai del tutto archiviato, del segregazionismo; sulla difesa protezionistica dell’economia americana da quella del resto del mondo, in primis da quella cinese; e infine sul culto delle armi, radicato da sempre nel paese dei cowboy. Questa miscela di elementi ideologici, e perfino fantastici, ha trovato il suo punto di caduta nella favola, raccontata da Trump già prima che le elezioni avessero luogo, dei brogli elettorali, di una vittoria fraudolenta da parte di Biden, complice una pandemia strumentalizzata o scatenata da quelle stesse élite mondiali che cospirano contro la grandezza degli Stati Uniti.

Il risultato, dal punto di vista dello spirito del mondo (per parlare un po’ come Hegel), è lo strano processo per cui quella cultura da sempre fortemente ibridata – mescolanza di violenza mimetica tradizionale e modernizzazione mal digerita –, riscontrabile per lo più in America latina, si è rovesciata in maniera paradossale sulla democrazia statunitense. Affinché ciò potesse avvenire, ci sono voluti i lunghi anni della preparazione neoliberale: da Reagan passando per i due Bush, per l’inconsistente Clinton e, da ultimo, per quell’Obama che qualcosa aveva fatto per risollevare le sorti della democrazia, scontando tuttavia la reazione razzista che ha trovato nel tycoon bianco il proprio paladino.

Se qualcosa insegnano i fatti di Washington, è che a questo punto è provato il legame stretto tra il neoliberalismo – che ha come effetto la perdita, all’interno della democrazia liberale, di qualsiasi elemento di democrazia sociale – e la falsa alternativa di un populismo che può spingersi fino a una sovversione di estrema destra. Ne sappiamo qualcosa noi in Italia. Vedendo in tv le immagini dell’assalto al tempio della democrazia parlamentare statunitense, mi è ritornato alla mente lo scontro tra Berlusconi e il suo ministro dell’interno Giuseppe Pisanu, in quel 2006 che vide la vittoria di misura nelle urne della coalizione di Romano Prodi. Anche Berlusconi all’epoca, come oggi Trump, blaterava di brogli e chiedeva di ricontare le schede, ma il suo stesso ministro rifiutò di seguirlo su questa strada. Era un po’ la preistoria, nel “laboratorio italiano”, di quanto sta accadendo oggi su più ampia scala in America. Com’è noto, Berlusconi riuscì a far cadere due anni dopo il governo Prodi mediante la corruzione, la sua arma preferita, comprando i voti di qualche senatore. Non si arrivò al redde rationem statunitense con l’assalto al parlamento. Il magnate milanese non è mai stato, si sa, un cuor di leone. E tuttavia il nesso tra quanto accadde in Italia una quindicina di anni fa e quanto avviene in America in questo inizio del 2021 balza agli occhi. Come nel caso dei fascismi storici europei, anche stavolta l’Italia può dire di essere stata maestra, sebbene si tratti di un primato molto poco invidiabile.

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TagsBarack Obama Donald Trump Giuseppe Pisanu Romano Prodi

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