La democrazia interna ai partiti: una chimera o una frontiera innovativa da esplorare?

Partiti e democraziadi Antonio Floridia

1. Negli ultimi anni la riflessione sui partiti, da sempre tema cruciale della scienza politica, ha visto una ripresa notevole e si sono moltiplicate, in particolare, le opere che hanno cercato di rispondere ad un quesito, variamente formulato, sulla corretta definizione da dare ai fenomeni che investono i partiti nelle democrazie contemporanee: “fine”, “crisi” e “declino”, o “trasformazione” e “adattamento”?[1]

La risposta più convincente ci sembra quella che distingue tra l’indebolirsi dei partiti nella loro capacità di esercitare alcune classiche funzioni di rappresentanza sociale e politica, e la conseguente crisi di legittimazione che ne deriva, da un lato; e dall’altro, la compenetrazione tra partiti e stato, con una crescente dipendenza dei partiti dalle risorse finanziarie e organizzative che da tale simbiosi si possono ottenere. Insomma, mentre le funzioni di “integrazione politica” si stanno erodendo, le funzioni “istituzionali” dei partiti risultano ancora più esaltate. Il partito in the public office appare ipertrofico, quello on the ground sempre più gracile. D’altra parte, sono state smentite dai fatti quelle tesi che preconizzavano, tout court, un esaurimento del ruolo stesso dei partiti, sia come vettore e luogo della partecipazione dei cittadini alla vita politica (sostituiti da nuove, molteplici e più accattivanti, forme di impegno civico), sia come strumento di aggregazione e articolazione degli interessi (sostituiti da gruppi di pressione o lobbies o esautorati dagli assetti neocorporativi di governo dell’economia). Insomma, per quanto oggetto di una diffusa “impopolarità”, i partiti non sembrano destinati ad eclissarsi dalla scena delle democrazie contemporanee: le loro funzioni, vecchie e nuove, semmai, trovano alcuni potenziali concorrenti, ma non vere e proprie alternative.

Molto spesso, poi, la grande varietà di modelli ideal-tipici di partito che la scienza politica ha prodotto viene presentata (con una sorta di cattiva filosofia della storia) in modo lineare o deterministico, come “effetto” delle trasformazioni sociali o, recentemente, come “prodotto” o “indotto” delle nuove tecnologie della comunicazione: ma la realtà è che oggi coesistono e agiscono  molti tipi di partito, nuovi partiti sono nati, vecchi partiti si sono rivelati in grado di rivitalizzarsi, altri mostrano comunque una notevole dose di resilienza. Il quadro, insomma, è molto variegato.

Non c’è dubbio, tuttavia, che una particolare immagine di partito è sembrata dominante, assunta dalla cultura politica diffusa come l’unica forma-partito possibile in questo scorcio del XXI secolo. È un modello che si può etichettare in vari modi, a seconda degli aspetti che si decide di privilegiare: partito “leggero”, “mediatico”, “personale”, “leaderistico”; ma a noi sembra che la definizione più comprensiva sia quella che pone l’accento sulla dimensione elitistica ed elettoralistica che ne caratterizza in modo prevalente il profilo.

I fenomeni che lo contraddistinguono sono noti, e basta qui solo richiamarli: la crescente “professionalizzazione” e specializzazione del personale politico (staff, consulenti e politici-collaboratori, nominati discrezionalmente dal leader, a fronte di quella che Panebianco [1982] definiva la “burocrazia rappresentativa” tipica del partito di massa, funzionari-dirigenti che dovevano comunque passare al vaglio di una qualche procedura elettorale di legittimazione); la prevalenza degli eletti rispetto ai titolari delle cariche politiche di partito (una prevalenza che si esprime anche attraverso l’assottigliarsi di un vero e proprio apparato di funzionari e il rigonfiamento, invece, degli staff retribuiti dalle istituzioni ma che svolgono un lavoro politico per conto dei politici eletti in una qualche carica pubblica); l’esaltazione del ruolo e dell’immagine del leader, come canale fondamentale della proiezione esterna del partito; l’indebolimento e la sottovalutazione del ruolo di una membership diffusa (come canale di un contatto capillare con la realtà sociale e territoriale) e, di contro, la parossistica attenzione ai media e a ciò che dai media può “passare” all’opinione pubblica. È un modello elitista (o anche plebiscitario) di partito, in quanto tutto viene affidato alla “libertà di manovra” e alla capacità della leadership di rivolgersi direttamente alla “gente” o al “popolo”; ed è un modello elettoralista, in quanto privilegia in modo pressoché esclusivo una funzione del partito come mera macchina elettorale.

Questo tipo di partito, tuttavia, ha presentato spesso anche una singolare caratteristica: in molti casi, si è fatto cioè promotore di un ambiguo processo di “democratizzazione”. Così, proprio nel momento in cui la membership perdeva peso, molti partiti hanno affidato alla base il compito di selezionare e legittimare la propria leadership, attraverso procedure elettorali di tipo diretto (in Italia, impropriamente definite come “primarie”). Ma si tratta solo di un apparente paradosso: queste procedure di investitura diretta del leader (spesso accompagnate da una retorica populista, contro le “resistenze” degli apparati che “frenano” le innovazioni dei vertici), sono perfettamente congruenti con la complessiva logica elitistica e plebiscitaria che ispira il modo di essere di questo modello di partito. Non si tratta solo di procedure che permettono di “scavalcare” un tradizionale livello intermedio di dirigenti e militanti, o di rinsaldare una legittimità vacillante: si tratta di una scelta che sottende anche una visione atomizzata e individualistica della partecipazione democratica.[2]

Come per altre fasi storiche, esiste dunque una corrispondenza tra modelli di partito e modelli di democrazia, tout court (Katz, 2006) e occorre chiedersi se non coglievano nel segno due politologi (Poguntke e Webb, 2005, p. 354), quando vedevano nelle democrazie contemporanee la tendenza a “una fusione tra modelli elitisti e modelli plebiscitari di democrazia” e a questa tendenza affiancavano una omologa trasformazione dei partiti. Se così è, il modello “elitistico-elettoralistico” non è il frutto di un’evoluzione naturale dei partiti, ma qualcosa che rimanda ad una vicenda ben più inquietante. Se, a suo tempo, Duverger aveva teorizzato “il contagio da sinistra”, ipotizzando la diffusione del modello del partito di massa dalla sinistra verso partiti che avevano altre matrici, oggi forse potremmo chiederci se non sia in atto un “contagio” di ben altro tipo: le crescenti torsioni in senso elitistico-plebiscitario, cui sono sottoposte le nostre democrazie, sembrano indurre in tutti i partiti, e anche quelli che pure dovrebbero assumere una ben diversa concezione della democrazia, l’introiezione di modelli organizzativi e di forme di democrazia interna che a tali torsioni risultano del tutto congruenti e funzionali.

E dunque, un possibile oggetto di riflessione, oggi, è proprio questo: davvero non esistono alternative a un tale modello? E, soprattutto, chi ha, o vuole avere, una diversa concezione della democrazia, può accettare o rassegnarsi all’egemonia di una siffatta visione?

2. Chi si pone queste domande è facilmente tacciato di nutrire un’anacronistica “nostalgia” per il vecchio partito di massa; e vi sono anche coloro che, pur non apprezzando l’evoluzione recente dei partiti, sembrano rassegnati alla sua ineluttabilità. Ma la questione qui non è certo quella di un impossibile ritorno al modello del partito di massa: si tratta piuttosto di decidere se sia davvero improponibile e impraticabile una visione diversa dei partiti e del loro ruolo democratico. E si tratta anche di uscire da un rischio, che sembra presente anche in una parte della letteratura critica più recente: quello di parlare, genericamente, di “partiti”, senza chiedersi se un modello “elitistico-elettoralistico” non sia un modello perfettamente efficace (altro che “crisi”!) per alcuni tipi di partito, riconducibili a una determinata area dello schieramento politico, e quanto invece, per altri partiti, non risulti perdente e fallimentare.

Se riconsideriamo tutte le “classiche” funzioni che i partiti storicamente hanno svolto (strutturazione del voto, aggregazione e integrazione degli interessi sociali, formazione e selezione del personale politico, integrazione sociale, mobilitazione e partecipazione, definizione delle politiche pubbliche), potremmo infatti notare come alcune di esse siano oggi interpretate a modo loro ma efficacemente, da alcuni partiti mediatici e leaderistici: ad esempio, la “strutturazione” del voto viene perseguita semplicemente attraverso un’adesione alla “spontaneità” dei processi che, in una società altamente esposta all’influenza ibrida dei vecchi e nuovi media, plasmano l’opinione pubblica e il senso comune di vasti strati popolari; o ancora, potremmo vedere come questi stessi partiti siano bene in grado di “rappresentare” interessi diffusi e parcellizzati, senza alcun bisogno di “aggregarli” o “integrarli”, ma semplicemente assecondando il particolarismo e la frammentazione sociale. Di contro, potremmo notare come siano soprattutto i partiti della sinistra democratica a incontrare difficoltà nell’interpretare tali funzioni, soprattutto quelle che possono contrastare o invertire processi sociali e trasformazioni culturali che, quasi naturaliter, alimentano la formazione di orientamenti politici conservatori o anche apertamente reazionari. Sulle ragioni di questo specifico deficit si potrebbe a lungo disquisire: alcune sono ragioni “storiche”, altre forse più contingenti. Ma tra le concause certamente vi è l’allentamento, o anche il disgregarsi, dei legami organizzativi di questi partiti. Insomma: articolare, rappresentare e ricomporre interessi sociali diffusi, proporre obiettivi di trasformazione sociale ispirati da ideali di giustizia e di uguaglianza, promuovere inclusione e coesione sociale, alimentare lo spirito civico dei cittadini attraverso la partecipazione, promuovere una visione della politica come azione collettiva… tutti questi potenziali compiti che i partiti democratici (non da soli, ma certo in modo decisivo) possono proporsi, sono compiti che esigono comunque un ben diverso modello di partito: non possono essere svolti da partiti che funzionino in modo elitistico, elettoralistico o leaderistico. Sarebbe, come dire, una sorta di “contraddizione performativa”.

Si dice che la nostra sia oramai una “società liquida”: ma è una società che, nondimeno, esprime una domanda latente di “identificazione” e di “senso”: ebbene, questa domanda non è soddisfatta in pari misura da tutti gli attori di un sistema politico. E, di fronte alle illusioni di poter rincorrere gli avversari sul terreno della professionalizzazione mediatica delle campagne elettorali, occorre chiedersi se l’unica, vera risposta non sia anche quella di ricostruire partiti in grado di formare e orientare l’opinione pubblica, non solo e non tanto di adeguarvisi; e quindi partiti con un’organizzazione diffusa in grado di attivare dei propri e autonomi canali di orientamento e formazione del senso comune e strumenti in grado di consolidare e strutturare il proprio rapporto con l’elettorato. E di farlo anche attraverso pratiche innovative di democrazia interna. Alcuni partiti, certo, possono fare a meno di questa dimensione democratica e partecipativa; altri partiti, semplicemente, si condannano all’impotenza, se pensano di poter competere su un terreno che, strutturalmente, è favorevole all’avversario.

3. Certo, allo stato dei fatti, almeno in Italia, sembra un compito improbo, quello qui prospettato: abbiamo alle spalle un trentennio che ha visto una programmatica “destrutturazione” dei partiti che si collocano nell’area politica della sinistra. Si è colpevolmente scambiata la necessità di un profondo rinnovamento della cultura politica con il disinvolto smantellamento della struttura organizzativa ereditata dal passato: e, si sa, è molto facile smontare un’organizzazione complessa, molto più difficile ricostruirla ex novo.

Ma, forse, si è ancora in tempo: e si deve ripartire, crediamo, da una riflessione, anche teorica, su cosa significhi e cosa implichi, oggi, per un partito della sinistra, definirsi democratico. Si può cogliere un duplice versante della questione: da una parte (ma qui dobbiamo tralasciare questo aspetto), si può pensare a un partito che assuma la democrazia come paradigma di una critica dell’esistente e della sua possibile trasformazione e che assuma pienamente la democrazia come orizzonte ideale e programmatico della propria azione (ad esempio, ispirando determinate proposte di politica istituzionale); dall’altro lato, un partito che si possa dire democratico in quanto ispira anche la propria vita interna a una concezione ricca ed esigente della democrazia, non a una visione minimalistica, meramente elettorale della partecipazione (come accade quando le “primarie” sono di fatto l’unica occasione di coinvolgimento).[3]

Appare oggi più che mai evidente come sia necessario un partito che sappia elaborare e proporre le proprie idee e i propri valori, e che abbia anche gli strumenti organizzativi (vecchi e nuovi) per elaborarli, diffonderli e radicarli, contrastando giudizi, opinioni, mentalità che alimentano altre visioni della società e del suo possibile futuro. E quindi, se non è riproponibile l’immagine di un partito “pedagogico”, che “dall’alto” dispensa la propria dottrina, rimane intatta l’esigenza di un partito che eserciti, nelle forme e con i canali oggi disponibili, una funzione educativa e formativa, capace di attingere alla ricchezza di esperienze, competenze e saperi che la società può esprimere e capace a sua volta di immetterli in un circuito più ampio.

Appare quindi evidente come la dimensione organizzativa non sia ininfluente o collaterale, un puro mezzo. Se si vuole, si abolisca pure la formula “partito di massa”, perché evoca altre epoche, ma rimane un dato essenziale: un partito democratico deve fondarsi su una dimensione associativa, ampia, diffusa e strutturata; e su un insieme di procedure strutturate di partecipazione, formalmente definite anche in sede statutaria, che leghino stabilmente e coerentemente la fase della discussione e quella della decisione. Un partito che agisca in modo democratico è, per definizione, e dovrebbe esserlo in pratica, una libera associazione di individui che condividono idee, valori e programmi politici, e che si organizzano per affermarli contro visioni alternative della società e del suo possibile sviluppo. Un partito democratico è un’associazione di cittadini che concorrono, con gradi e diversi livelli di partecipazione, all’elaborazione di quelle idee e di quei programmi e che si confrontano, nella sfera pubblica, con altri cittadini, portatori di idee diverse. Nel momento stesso in cui svolge questo ruolo, un partito rafforza la qualità della democrazia, migliora la qualità del rapporto tra istituzioni e società, produce spirito civico, accresce la competenza politica dei cittadini, offre ad essi canali e occasioni di partecipazione. E lo può fare, dovrebbe farlo, anche attraverso la propria vita democratica interna, se questa si alimenta e si esercita attraverso la discussione pubblica, il confronto argomentato, l’interazione comunicativa.

Scartata una visione ambigua e illusoria della democrazia interna fondata su una permanente logica referendaria e plebiscitaria o su una qualche idea di democrazia “diretta”,[4] rimane una sola opzione: quella di una visione che si ispiri ai principi della democrazia rappresentativa. Ma una democrazia “rappresentativa”, anche quella interna ai partiti, può dispiegarsi in forme molto diverse, da quelle minimali a quelle più ricche ed esigenti. Una dimensione associativa, ampia e strutturata, fondata su un insieme di rigorose regole procedurali di partecipazione, che viva attraverso principi di accountability e responsiveness nel rapporto tra i gruppi dirigenti e la base, e quindi su una circolarità permanente di partecipazione e rappresentanza, non è solo un’opzione di valore (qualcosa che si dovrebbe fare, perché è “giusto” e perché è più “democratico”), ma anche un’essenziale risorsa strategica: è solo attraverso l’attivazione di questo circuito di partecipazione che un partito democratico può pensare di creare e mobilitare quegli anticorpi che possono contrastare lo “spontaneo” ritrarsi dei cittadini in una sfera privata e il loro abbandono della sfera pubblica.

Nel prospettare questa idea di partito non vi è alcuna sottovalutazione del ruolo della leadership politica: ma se ne vorrebbe prospettare una visione, per così dire, sobria, non titanica. Un leader veramente “forte” è un leader che ha un partito alle spalle, capace di costruire gruppi dirigenti solidi e responsabili, un partito capace di contribuire creativamente all’elaborazione della linea del partito. Altrimenti, come spesso accade, un leader “solitario” è un leader vulnerabile, esposto alla ciclicità delle ondate di consenso, che si taglia i ponti dietro le spalle.

In fondo, possiamo applicare ai partiti anche le acquisizioni teoriche che provengono dal ricco filone di riflessioni sulla razionalità dei processi decisionali: davvero si pensa che un leader, ancorché legittimato a decidere, sia in grado di possedere una visione sinottica e onnicomprensiva delle scelte da compiere e dei corsi d’azione alternativi che si trova dinanzi? O che possa supplire a questo costitutivo deficit cognitivo e informativo ricorrendo agli staff degli esperti? Ci pare molto più proficuo e saggio adottare un’idea di “razionalità limitata”, e quindi ritenere più proficua, oltre che realistica, una visione dei processi decisionali affidata al confronto argomentato, alla discussione pubblica, e anche alla mediazione tra opinioni diverse (laddove necessaria), in grado di superare, nella misura del possibile, l’inevitabile parzialità dei punti di osservazione e degli schemi cognitivi da cui ciascun individuo (e anche un “grande” leader politico) guarda al mondo che lo circonda e alle scelte che è necessario compiere per affrontarne le sfide.

4. Un’alternativa possibile ad un modello elitistico di partito si fonda dunque su un presupposto: ribadire, o ricostruire, la dimensione associativa dei partiti, non come una mera condizione organizzativa, ma come elemento costitutivo di un organismo collettivo in cui la discussione pubblica, il confronto delle idee e delle opinioni, i processi di apprendimento collettivo, e una partecipazione diffusa, modulata in una molteplicità di sedi e di momenti, svolgano un ruolo essenziale anche nella costruzione di rinnovati legami sociali. In altri termini, essere un partito con una larga membership, in cui si discute e si decide attraverso procedure democratiche che prevedano un coinvolgimento quanto più largo possibile di iscritti e sostenitori, non è soltanto un richiamo a una tradizionale risorsa organizzativa dei partiti di massa, ma la valorizzazione di un antidoto (forse, oggi, il più importante) all’affermarsi di una dimensione populistica e plebiscitaria della democrazia.

La ricca esperienza degli ultimi decenni offre molti esempi di pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa che possono essere efficacemente applicate anche alla vita interna di un partito.[5] Si pensi, ad esempio, alla possibilità di mutuare il modello francese del débat public: la definizione della proposta programmatica di un partito, in una determinata area delle policies, affidata a un dossier preliminare aperto, sottoposto a una discussione pubblica in tutte le sedi e le forme immaginabili, con un rapporto conclusivo che dia conto di tutte le opinioni emerse e affidato poi alle decisioni di un organismo dirigente legittimo e rappresentativo. Questa e altre metodologie (anche quelle fondate sull’estrazione casuale di un campione) sono ipotizzabili e sperimentabili. Ma a una condizione: che il nesso tra partecipazione e decisione sia chiaro, visibile e “tracciabile”. Non è accettabile, e si rivelerebbe peraltro inefficace, un modello in cui, da una parte, ci sia chi partecipa e discute e, dall’altra, ci siano quelli che veramente decidono, magari dietro le quinte.

Concludendo, dunque, la frontiera da esplorare è ben definita: rifuggire da illusorie mitologie di “democrazia diretta” (oggi affidata alle piattaforme digitali) e applicare alla democrazia interna i principi propri di una democrazia rappresentativa, arricchita e interpretata alla luce delle acquisizioni che provengono da uno dei filoni più promettenti del pensiero democratico contemporaneo, quello della democrazia deliberativa.[6] Si tratta di assumere quindi una concezione “forte” ed esigente della rappresentanza come processo che leghi chi è chiamato a svolgere un ruolo di direzione politica alla propria base associativa, attraverso una dimensione comunicativa e deliberativa, in modo strutturato e secondo regole condivise. Un processo di costruzione della rappresentanza e di costante tessitura del suo significato politico, fondato su una formazione dialogica e discorsiva dei giudizi politici: e non un atto isolato e puntiforme che conferisca un mandato di cui rispondere solo a tempo debito. In questa contrapposizione tra processo e atto, si gioca anche il senso in cui è possibile parlare di democrazia nella vita dei partiti.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Bächtiger A., Dryzek J., Mansbridge J., Warren M., (eds.), 2018, Oxford Handbook of Deliberative Democracy, Oxford, Oxford University Press, 2018)

Floridia, A., 2015, Partiti e democrazia deliberativa: un incontro impossibile?, in «Teoria Politica», Annali V, nuova serie.

_  2017a, Un’idea deliberativa della democrazia. Genealogia e principi, Bologna, Il Mulino.

_ 2017b, From Participation to Deliberation. A Critical Genealogy of Deliberative Democracy, Colchester (UK), ECPR Press.

_ 2019, Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel Partito Democratico, Roma, Castelvecchi.

Gerbaudo, P., 2019, The Digital Party. Political Organisation and Online Democracy, London, Pluto Press.

Katz, R.S., 2006, Party in democratic theory, in R.S. Katz e W. Crotty (a cura di), The Handbook of Party Politics, Sage, London, pp. 35-46.

Massari, O., 2004, I partiti politici nelle democrazie contemporanee, con pref. di G. Sartori, Laterza, Bari-Roma

Scarrow, S.E., 2015, Beyond Party Members. Changing Approaches to Partisan Mobilization, Oxford, Oxford University Press.

Ignazi P., 2017, Party and Democracy. The Uneven Road to Party Legitimacy, Oxford, Oxford University Press.

Poguntke T, Webb P., a cura di, 2005, The Presidentalization of Politics, Oxford University Press, Oxford.

Panebianco, A., 1982, Modelli di partito, Il Mulino, Bologna.

Rendueles, C. e Sola, J., Le sfide di Podemos, Manifestolibri, Roma, 2017.

Wolkenstein, F., 2016, A Deliberative Model of Infra-Party Democracy, in «The Journal of Political Philosophy», vol. 24, n. 3, pp. 297-320

[1] Per una rassegna sui modelli di partito e la loro evoluzione, cfr. Massari (2004). Tra gli studi più recenti ed esaustivi, Ignazi (2017) e Scarrow (2014).

[2] Il dilemma tra un’“apertura” alla partecipazione “meno intensa” e più saltuaria di una base più larga, che magari si registra solo attraverso un’adesione on line, e il ruolo dei militanti e degli attivisti, si è riprodotto anche nell’esperienza di nuove formazioni politiche, come Podemos. L’adozione di forme dirette di votazione e partecipazione on line era stata prospettata come un antidoto ai rischi di “elitismo democratico” che potevano derivare da un ruolo preponderante dei militanti più attivi, a scapito di un coinvolgimento più diffuso di aderenti dotati di minori risorse (tempo, interesse, ecc.). In realtà, come notano Rendueles e Sola, “quel potere che era stato tolto ai militanti più attivi di Podemos, per favorire la partecipazione di un gruppo più ampio di simpatizzanti, si concentrò invece nelle mani dei leader del partito” (Rendueles-Sola, 2017, p.68).

[3] Sui guasti prodotti da questa concezione della democrazia interna nella vita e nell’azione del Partito Democratico, cfr. Floridia (2019)

[4] Si veda l’analisi degli effetti “plebiscitari” delle forme di democrazia diretta on line sperimentata, in forme diverse, da Podemos e dal Movimento Cinque Stelle condotta dal pregevole lavoro di Paolo Gerbaudo (2018)

[5] L’argomento sta suscitando un crescente interesse a livello internazionale, si veda, in particolare, Wolkenstein (2016). Per una prima riflessione sul tema del rapporto tra partiti e democrazia deliberativa, cfr, Floridia, 2015.

[6] Floridia, 2017a e 2017b; Bächtiger-Dryzek-Mansbridge-Warren (2018)

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