Per un’Europa sociale e politica

Europadi Rino Genovese

[Testo dell’intervento al convegno “Quale Europa?”, Firenze, 27/10/2018]

Se si va a vedere, non ci sono mai state le forze soggettive per realizzare l’unità europea, meglio ancora un federalismo europeo. Non c’è mai stato un blocco sociale che ha sostenuto questa prospettiva. Neppure i sindacati hanno mai realmente svolto un ruolo in questo senso. Ci sono state nella storia delle élite tutt’al più che ne hanno parlato, o ne hanno vagheggiato. È il caso, ancora nel pieno della seconda guerra mondiale, del famoso Manifesto di Ventotene. Ma se si va a rileggere questo testo non si trova alcuna indicazione utilizzabile oggi, neppure nel senso di una sua possibile rivisitazione. I suoi estensori sono critici della sovranità statale (che ritengono foriera di imperialismo e di guerre), sono contrari al collettivismo marxista, sono antiprotezionisti e libero-scambisti in economia e giacobini in politica, prendendo anche in considerazione un periodo di dittatura rivoluzionaria al momento della caduta del fascismo, che per loro, quando scrivono, è ancora lontana. Sono coerentemente elitisti, parlano di minoranze rivoluzionarie (e nel testo, pur nella critica del comunismo, c’è un apprezzamento per Lenin che avrebbe saputo imporre l’azione di un’avanguardia rivoluzionaria).

Tutto questo è molto distante da noi. Il nostro problema, infatti, non è come costruire uno spazio di libero scambio che porti l’Europa fuori dalle guerre, perché ciò è già avvenuto, sia pure non nella forma di un federalismo europeo. Il problema di un’Europa sociale e politica oggi è quello del rafforzamento, o meglio di una costruzione ex novo, di un’entità statale sovranazionale capace di legittimazione democratica. Contro i sovranismi di destra o di sinistra che, pur senza voler fare di ogni erba un fascio, vorrebbero riportarci indietro, la questione da porre è quella di riavviare un processo d’integrazione europea con l’obiettivo, alla fine del percorso, di un federalismo europeo con i paesi che vorranno starci, e magari di una confederazione con tutti gli altri.

Il federalismo riguarderebbe anzitutto i paesi della zona euro. Che ci sia un’Europa a due velocità, è un fatto di cui occorre ormai prendere atto. Ma la cosa deprimente è che non si intraveda, neppure tra la Germania e la Francia, che sarebbero entrambi all’incirca nella “velocità 1”, un processo d’integrazione maggiore. Da questo punto di vista, l’Europa è rimasta un continente di nazioni e di Stati nazionali.

I mali dell’Europa attuale sono tutti qua: in un processo d’integrazione difettoso (a dir poco), interrotto già nel momento in cui è stato posto il tema della moneta unica che, come ci si sarebbe potuti aspettare, avrebbe dovuto significare una Banca centrale europea con le stesse prerogative di una qualsiasi Banca centrale nazionale, una conseguente armonizzazione tra i vari paesi delle politiche fiscali, industriali, e così via. Allora, quando con spirito polemico si parla di élite europee, bisognerebbe dire: sono le classi dirigenti dei principali paesi europei che non hanno voluto imprimere un passo deciso verso una costruzione federalistica, preferendo fermarsi in una situazione – quella della moneta unica – la cui difesa è stata delegata a una sorta di tecnoburocrazia impegnata a far rispettare patti che potevano essere validi, ammesso che lo fossero, tutt’al più in una fase transitoria.

Che cos’è, che cosa sarebbe, federalismo? Da un punto di vista filosofico, significa riallacciarsi a una teoria politica radicalmente antihobbesiana. Se Hobbes aveva teorizzato la centralità monolitica della sovranità statale (il celebre Leviatano), è Althusius ai suoi tempi il teorizzatore del foedus, del patto. All’idea di un conflitto di tutti contro tutti, che si risolverebbe soltanto con la creazione dello Stato (“il problema hobbesiano dell’ordine”), Althusius oppone una diversa concezione del conflitto prima ancora che del patto. Per Althusius, infatti, il conflitto non è distruttivo ma produttivo, perché spinge a formare alleanze – appunto patti – all’interno dei diversi schieramenti in campo: non c’è un individuo del conflitto ma, fin da subito, un gruppo che si forma nel conflitto. Non si tratta dunque di sedare gli istinti belluini dei singoli confliggenti, come in Hobbes, ma di giungere a un accordo tra loro che li disponga, successivamente, a stipulare un patto ulteriore, in quanto fuoriuscita dal conflitto, con lo stesso schieramento avversario.

Così impostato, in termini generali, il federalismo non esclude il conflitto ma si trova al tempo stesso all’inizio e alla fine del conflitto. Al contrario dell’antropologia pessimistica hobbesiana, per cui gli esseri umani lasciati a se stessi si sbranerebbero semplicemente tra loro, l’idea di un foedus è quella di una successiva progressione di alleanze e di patti. Questa antropologia politica non è dunque né pessimistica (come quella di Hobbes) né ottimistica (come quella di Rousseau). A mio parere descrive le cose come stanno.

Nella vicenda storica europea e mondiale troviamo di continuo sia il conflitto sia il patto. Si tratterebbe adesso, nella presente situazione, di avanzare ulteriormente nella direzione del patto, di estenderlo e approfondirlo – di prendere coscienza, per esempio, che ritornare indietro sulla via dell’integrazione europea sarebbe un grande regalo fatto agli Stati Uniti d’America. Vorrebbe dire non riuscire a costruire all’interno di un Occidente, che vede da lungo tempo una netta supremazia americana, un polo non radicalmente opposto agli Stati Uniti ma capace di stargli alla pari. E questa sarebbe ancora, sebbene realistica, una concezione minimalistica della federazione europea.

Una diversa concezione, di sapore utopico (considerando che la parola può avere un significato del tutto positivo: utopia non come qualcosa d’impossibile, ma come un possibile irrealizzabile che, nella sua irrealizzabilità, ha tuttavia una ricaduta sul presente, modificandolo), una diversa concezione – dicevo – è quella di un’Europa appunto sociale e politica. Questa Europa si porrebbe come uno spazio specifico d’ibridazione della modernità occidentale. Non tanto cioè uno spazio di resistenza dentro la globalizzazione tecnica ed economica planetaria (questo concetto di globalizzazione lo trovo molto riduttivo se non addirittura sbagliato quando venga spinto fino a vedere un’omologazione culturale generale), quanto piuttosto uno spazio di mescolanza delle culture.

Qui occorre aprire una parentesi. Si sostiene che il capitalismo consista in una forma di vita basata sull’astrazione, sull’accumulazione astratta, e che la modernità, in questo senso, consista perciò in uno svuotamento delle forme di vita concrete caratteristiche dell’età precapitalistica. Vedrei invece la modernità, con il suo sistema economico reso oggi più astratto in virtù della prevalente finanziarizzazione, come una cultura dotata di una notevole plasticità, capace di simbiosi con altre culture anche grazie a quegli aspetti di proiezione “astratta” visti dai più come puramente distruttivi del passato e delle tradizioni. Se il capitalismo è potuto penetrare in Giappone e in Cina è stato in virtù della sua plasticità, della sua straordinaria capacità di adattamento che fa sì che le altre culture possano assimilarlo, annetterselo, e poi magari rispedirlo indietro in Occidente (si pensi, per esempio, a quanto accaduto con l’organizzazione della produzione fordista, trasformata secondo lo “spirito Toyota”, e ritornata indietro come organizzazione della produzione postfordista in Occidente). Perciò il capitalismo, e più in generale la forma di vita moderna, non sono affatto puramente distruttive di un ordine precedente: piuttosto lo trasformano e lo riplasmano a loro immagine e somiglianza. Questo non malgrado l’astrazione, piuttosto in virtù dell’astrazione, che non si limita a forme di vita particolari ma si proietta verso altre forme di vita informandole di sé e plasmandole.

Dunque un’Europa sociale e politica sarebbe in Occidente lo spazio destinato a quella mescolanza delle culture in cui consistono la modernità e il capitalismo. La questione di una rottura con quest’ultimo, liberando per così dire la farfalla utopica del moderno, è una questione che va posta all’interno di questo progresso generale. Sullo sfondo c’è il fenomeno delle migrazioni. Un’Europa sociale e politica è un’Europa aperta ai migranti e al futuro, non ripiegata sul proprio passato, ma consapevole del fatto che la cultura occidentale ha ancora un senso soltanto se riesce a liberare e a dar forma all’utopia che si porta dentro. È la semplicità difficile a farsi, per dirla con Brecht. Semplice perché la mescolanza è, nei fatti, la stessa modernità; difficile perché esistono pesanti concrezioni di potere che tendono a impedire la piena estrinsecazione di questo mondo ibridato.

Non da ultimo il ritorno identitario diffuso è spia e sintomo di questa situazione. La difesa delle identità culturali, con la xenofobia che porta con sé, è l’altra faccia dell’ibridazione inevitabile. Il fatto che l’Europa contemporanea stia cedendo proprio anche sulla questione dei migranti (un fenomeno peraltro presente oggi in tutto il mondo) è indice e contrario di un bisogno di federalismo. Soltanto il federalismo, infatti, come principio di unione tra i diversi Stati europei potrebbe essere al tempo stesso la forma politica di un’ibridazione più ampia, capace di rompere gli steccati tra le culture, trasformandole. Il punto essenziale di un’Europa politica è che il carattere dei suoi conflitti interni dovrà essere propriamente sociale e non culturale. Che significa questo? Significa che dove oggi c’è una ricerca di sopravvivenza, o di un grado di maggiore benessere, da parte dei migranti, tenendo spesso ferme le proprie radici culturali, domani ci sarà la tensione verso una costruzione della cittadinanza europea.

D’altronde è ben noto (e le socialdemocrazie europee dovrebbero essere capaci di assumere fino in fondo questo dato) che non è più possibile basarsi sugli Stati nazionali per le politiche di welfare. Unicamente a livello transnazionale e sovranazionale sarebbe possibile reimpostare il discorso intorno alle riforme sociali, intorno alle stesse politiche d’integrazione degli stranieri nel quadro dell’ibridazione culturale, o a quello della spesa pubblica e dell’intervento dello Stato nell’economia. Solo il federalismo europeo potrebbe allontanare per sempre il “ricatto dello spread” e l’incubo di un fallimento finanziario dei singoli paesi. Questo attiene all’altro lato della questione: in un mondo in cui l’economia e la finanza si muovono su un piano globale, che senso ha tenere ancora in piedi i piccoli Stati europei?

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