Sesc Pompéia di San Paolo, l’individualismo sociale in Brasile

Sesc PompéiaTaccuino di viaggio
di Rino Genovese

[Questo articolo è apparso su “Il reportage”, 26, aprile-giugno 2016. Foto di Alessandro Lanzetta]

Primi a venirmi incontro, sceso dall’aereo, mentre il taxi cerca di farsi largo nel traffico delle sette del mattino, sono gli odori. Le città brasiliane traboccano tutte di friggitorie al chiuso e all’aperto fino a toglierti il respiro con le loro pastelle e salsicce, e soprattutto crocchette di frango, cioè di pollo, che insieme con il churrasco – noi diremmo il barbecue – segnano il ritmo di una vita che non smette di pulsare e nutrirsi a tutte le ore. São Paulo non fa eccezione: ne annuso l’aroma come quello di un appetitoso breakfast, che dà però un po’ fastidio a chi per prima colazione è abituato a un semplice caffè. Scaricato infine sotto il grattacielo che mi ospiterà, sorbisco il liquido nero in una grande tazza al banco di un baretto appena aperto. Ha inizio nell’ascensore che mi porta al ventinovesimo piano dell’edificio Copan l’esperienza reale della mia megalopoli. A questo enorme stabile dalla elegante forma ondulata, costruito da Niemeyer negli anni cinquanta, Regina Rheda ha dedicato un libro di racconti dalla vena surreale, intitolato L’arca senza Noè, per descrivere i suoi abitanti che, fino a non troppo tempo fa, formavano un’eteroclita schiera di poveracci, artisti spiantati e prostitute. Oggi l’edificio, in via di restauro, è popolato dalla nuova “classe media” (giovani coppie o più spesso single con un reddito mensile non superiore ai mille euro) creata dagli anni di Lula, come del resto l’intero centro storico, che conosce un processo di gentrification. Andata via una certa marginalità urbana, arrivano tra gli altri quelli come me, con le loro brave borse da viaggio piene di libri e di guide per fissare le idee e poter fare confronti.

Il piccolo appartamento assegnatomi è arredato con i pochi mobili spartani, ormai piuttosto consumati, di un modernismo integrale secondo i cui princìpi Niemeyer progettò la sua opera. Niente male nel complesso – ma ciò che veramente attira la mia attenzione è l’ampia finestra a vetri scorrevoli, con davanti le staffe in muratura dei frangisole, da cui si vede il largo cielo tropicale velato dallo smog, la linea delle montagne intorno – perché São Paulo è collocata in una conca – e la vita giù in basso, il traffico inimmaginabile da cui sono emerso appena qualche minuto prima. Auscultare la megalopoli – il suo rumore di fondo, che sale su come un brontolio dall’abisso – si può solo dal ventinovesimo piano di un grattacielo. E che cosa sono gli elicotteri se non rombanti ippogrifi capaci di spezzare quel rumore, mediante i quali, potendoselo permettere, ci si sposta da un luogo all’altro della città evitando gli ingorghi? Un giorno o l’altro forse anch’io prenderò il volo da quassù o dalla sommità di un edificio qua attorno. Alla voglia d’ippogrifo non sono estraneo, ma è altro ciò che m’interessa adesso, ovviamente dopo il pisolino di rito.

Sono a São Paulo per scrivere in particolare del Sesc Pompéia. Serviço social do comércio, questo il significato della sigla Sesc, una serie di strutture urbane – luoghi di ritrovo con attrezzature sportive e fitness, ma anche di mostre, di cultura in genere – realizzate a partire dagli anni quaranta, nell’epoca cioè del populismo fascisteggiante di Vargas, dalla corporazione (il termine non è scelto a caso) dei commercianti. Di tutti i Sesc – ce n’è uno anche non lontano dal Copan – quello è di sicuro il più importante, sia per le dimensioni sia per il fatto di essere stato progettato da Lina Bo Bardi, architetta italo-brasiliana di grande talento, che negli anni ottanta intervenne su una vecchia struttura industriale. Ci arrivo, impiegando più tempo del previsto, dalla stazione della metro di Vila Madalena: andando sopra uno scalcagnato marciapiede, tra grattacieli e catapecchie, prima in salita e poi in discesa. La zona è popolare ma tutt’altro che una favela: un tempo lo si sarebbe detto un quartiere operaio. Entro nel complesso dal suo ampio ingresso principale, e sono subito colpito dal rosso, quello delle strutture in ferro dipinte e quello dei mattoni. Non mi aspettavo nulla di così forte. Nella prima sala a destra – che, con tutto il suo cemento, ha ancora molto del capannone industriale – c’è l’emeroteca con alcuni anziani intenti a leggere i giornali, c’è una biblioteca con gli scaffali a vista, ci sono i computer e un paio d’installazioni. Fuori, riprendendo il viale di collegamento, arrivo agli spazi in cui si danno i corsi, per esempio di taglio e cucito, cui iscriversi gratuitamente, e il reparto delle cure dentarie (che in Brasile sono una sorta di bisogno essenziale: nessuno ci sta ad avere i denti guasti o semplicemente storti, e gli interventi del dentista sono a carico del Sesc, se uno è commerciante, ma disponibili per chiunque versando una modica quota); procedendo verso il fondo, ci sono poi la piscina e la zona giochi per i bambini.

Ritorno sui miei passi fino al caffè e al ristorante, dove, essendo ormai quasi mezzogiorno, all’esterno si sta formando una fila piuttosto nutrita. Esiste infatti un programma nazionale di tipo sociale, basato anche sul recupero dei prodotti a scadenza che negozi e supermercati diversamente getterebbero via, che garantisce il diritto al cibo per tutti. Al tempo stesso, questa è una mensa self-service a cui ognuno può accedere, riempiendosi il piatto a suo piacimento e pagandolo all’uscita in base al peso. Mi metto in fila con gli altri: sono studenti, pensionati, gente del quartiere che parlotta nell’attesa. Se il grattacielo è il grande stetoscopio mediante cui auscultare la megalopoli, il Sesc è il prisma attraverso cui scomporla: cosicché, se prima tutto appariva indistinto, ora i suoi abitanti li posso osservare a uno a uno: la vecchina davanti con il suo bastone, i più giovani dietro di lei tranquilli nella coda… È qualcosa che ho già avuto modo di notare: in Brasile si fa la fila serenamente, senza quel nervosismo che si vede in Italia. Perché?

La risposta chiama in causa sia l’individualismo atomistico, ormai da noi predominante, sia il rapporto di scarsa fiducia che qualsiasi italiano ha con il “pubblico”: mettersi in coda in Italia è quasi un’offesa alla dignità umana, ognuno si considera un piccolo re che non può attendere nemmeno dieci minuti. In Brasile l’atteggiamento prevalente è invece quello di individui proiettati nel sociale. In un paese di oltre duecento milioni di abitanti, da pochi anni soltanto sulla via di un’uscita dalla miseria diffusa, la solidarietà non è una parola vuota, e non ha caratteristiche particolarmente religiose: è una forma d’individualismo sociale, la consapevolezza da parte di ciascuno di essere un punto in una rete. Del resto l’idea stessa di una mensa popolare, in parte a pagamento e in parte no, è quella di una condivisione tra gli utenti consumatori, cioè dall’interno di una condizione per eccellenza atomizzata – ma in quanto atomi che si disatomizzano, si potrebbe dire.

La storia – lo si sa – è ambigua e complessa: la circostanza che l’origine dei Sesc sia nel periodo di Vargas (il quale prima fu dittatore e in seguito presidente democraticamente eletto), così come il fatto che la stessa Lina Bo Bardi in Italia sia stata un’allieva di Piacentini – architetto ufficiale del fascismo – e che solo nell’emigrazione dall’altra parte dell’oceano, dopo la guerra, si sia spostata a sinistra, deve certo far riflettere ma non deve far perdere di vista che, dalle possibilità di riuso del passato e di risistemazione degli spazi, come dalle trasformazioni talvolta impercettibili delle ideologie, può venire qualcosa di nuovo. E al Sesc Pompéia il nuovo si respira da ogni parte. È nell’ariosità delle strutture, è nell’atteggiamento delle persone, improntato a uno spirito democratico-sociale che, almeno fino a qualche tempo fa – prima dell’onda degli scandali e della crisi economica e politica che minaccia di risucchiare anche lui –, si riassumeva nel nome di Lula. Può darsi che la “classe media” di recente formazione stia già voltando le spalle a questa esperienza, ma nei volti della classe popolare riuniti all’entrata della mensa, mi sembra di scorgere i segni di un vero e proprio avanzamento, di un progresso (usiamo pure questa parola fuori moda in Europa), rispetto a una situazione precedente.

Mi trovo adesso a riempirmi il piatto al self-service, in una sala molto ampia arredata con lunghi tavoli in legno massiccio in cui mangerebbero comodamente almeno duecento persone. C’è il frango, naturalmente, c’è la carne bovina sempre gustosa in Sudamerica, e le verdure e la frutta tropicale dai nomi esotici. Passo al peso e mi viene consegnato un tesserino in base al quale pagherò all’uscita. Mi siedo a un tavolo semivuoto, con solo una coppia anzianotta già seduta all’altro capo. Sento che bisbigliano qualcosa tra loro mentre comincio a mangiare. Comprendo poco, ma mi sembra che stiano commentando i piatti che hanno davanti. Da buongustaio quale mi reputo, anch’io li giudico: più che passabili, nell’insieme, e se alcuni cibi risultano insapori, altri, come i fagioli neri, sono al contrario saporitissimi. Alla fine del pasto, avendo bevuto anche una birra, spendo l’equivalente di meno di cinque euro.

Vado via dal Sesc Pompéia, incamminandomi nuovamente sulla strada verso la metro non vicina, con la sensazione di avere assaggiato qua l’altra São Paulo, non la megalopoli insalubre, e neppure la città con i suoi mille problemi di viabilità, ma la civitas sociale e solidale, quella che qualsiasi convivenza umana dovrebbe essere capace di prefigurare.

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