Quale capitalismo per quale Europa: su Euro al capolinea?

di Nicolò Bellanca

Il senso di questa noterella consiste nel dialogare con Bellofiore, Garibaldo e Mortágua1. I temi che essi trattano sono della massima rilevanza e del massimo impegno. Non su tutti ritengo di avere, al momento, una posizione intellettualmente e politicamente definita2. Mi scuso, quindi, se tralascerò alcune parti del loro libro. Il punto di partenza del confronto è inevitabile: gli autori s’interrogano sulla natura del capitalismo contemporaneo. A loro avviso si tratta «di un money manager capitalism, un capitalismo dei gestori finanziari, che è stato costruito sulla centralizzazione senza concentrazione, su nuove forme di governo societario, sulla concorrenza distruttiva, sull’aumento dei prezzi delle attività finanziarie, e sul consumo a debito» (p.11); a questi tratti essi aggiungono, dal punto di vista delle classi subalterne, «la sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito, […] la ‘traumatizzazione’ del lavoro, la precarizzazione universale» (p.131)3. Ho sempre trovato poco sensato compilare una recensione elencando le cose che un certo libro non dice. Questo perché tali cose sono, ovviamente, in numero infinito, ma anche perché, così procedendo, si evita comodamente di entrare nel merito di ciò che il libro afferma e argomenta. Nel caso in oggetto, tuttavia, i caratteri del capitalismo che gli autori richiamano possono essere soppesati soltanto in base a una concezione alternativa. Devo dunque elencare quello che a mio avviso manca, affinché il lettore possa riflettere e valutare.

Con la sinteticità di una manciata di tweet, ecco la mia pista di ricerca. Per comprendere il capitalismo contemporaneo, occorre (sebbene non basti) mettere a fuoco sette categorie teoriche: il surplus potenziale, il modo di potere capitalista, gli investimenti intangibili, la classe dominante dei manager, l’imperialismo, la Grande accelerazione e la fine del lavoro4.

1) Il surplus potenziale è la differenza tra quello che serve alla riproduzione invariata del capitalismo e quello che il capitalismo potrebbe generare se s’impegnasse alla propria massima espansione. Immaginiamo di dividere l’economia in tre settori, comprendendo nel settore I le attività necessarie a riprodurre l’economia così com’è. Piuttosto, il settore II abbraccia le attività finalizzate all’espansione produttiva e il settore III include la capacità produttiva inutilizzata, la disoccupazione e sottoccupazione, gli sprechi sociali e la finanziarizzazione. Mentre il surplus effettivo è espresso dal settore II, quello potenziale emerge dalla somma dei settori II e III. Ormai il settore III supera di molte volte la grandezza del settore II, mostrando l’enorme divaricazione tra potenzialità ed effettività. Ne segue che la tensione tra surplus potenziale ed effettivo, ovvero il problema dell’assorbimento del surplus potenziale, è centrale nel capitalismo contemporaneo5.

2) Ogni società umana è un reticolo di poteri organizzati che derivano da molteplici fonti: politica, ideologica, militare ed economica6. Il capitalismo classico è il caso storico in cui il surplus economico viene appropriato da chi detiene il controllo delle organizzazioni economiche, e in cui il potere sociale spetta a chi si appropria del surplus economico. Quando però la divaricazione tra surplus potenziale ed effettivo si allarga (vedi il punto 1), la centralità del potere economico s’indebolisce. La massimizzazione del profitto è sempre stata un mezzo per la massimizzazione del potere. Ma, ancor più, vale il contrario: la ricerca del massimo potere, in ogni sua forma non economica, è sempre stato l’unico modo per assicurare il massimo profitto7. Adesso le altre tre forme di potere sociale, che hanno sempre mantenuto nel capitalismo una funzione strategica (vedi il punto 5), tendono a riconquistare una posizione centrale8.

3) Dal 2013 per ogni dollaro di investimento in beni materiali (edifici, macchine, veicoli, e così via), i principali paesi sviluppati spendono 1,10 dollari in beni intangibili (come software, R&S, design, branding, supply chain, le strutture interne e il capitale umano creato attraverso la formazione). Gli asset intangibili sono, rispetto a quelli tangibili, più scalabili, il loro costo è di solito irrecuperabile, tendono a creare esternalità e consentono numerose complementarità. In effetti, la capacità delle imprese di variare la dimensione di offerta degli asset intangibili, è molto superiore a quella riguardante i tangibili: mentre Uber può servire più clienti con lo stesso software, la compagnia locale di taxi deve acquistare più automobili. È difficile commerciare gran parte degli investimenti intangibili, poiché hanno un’elevata specificità. Le imprese non possono utilizzare gli asset tangibili dei loro rivali, mentre possono potenzialmente utilizzare quelli immateriali. Infine, questi investimenti spesso acquistano valore soltanto se combinati con altri intangibili: per esempio, il protocollo MP3 combinato con l’hard disk miniaturizzato, con le licenze concesse dalle case discografiche ad Apple e con le competenze di design, hanno dato vita all’iPod. Le quattro proprietà sono talmente diverse da quelle dei beni canonici, da alterare il funzionamento dell’economia: la già citata Apple, pur essendo l’impresa di maggior valore al mondo, virtualmente non possiede alcun asset fisico. Siamo entrati nel capitalismo senza capitale9.

4) Nel capitalismo classico il potere rivestiva principalmente la forma del controllo sui mezzi di produzione e sugli investimenti di capitale, dove entrambi avevano la finalità di allargare la capacità produttiva. Oggi invece la forma più efficace di potere riguarda il controllo delle grandi organizzazioni (economiche, politiche, ideologiche o militari che esse siano). Nella sua ascesa, la classe manageriale non punta tanto alla massimizzazione del profitto o del surplus10, quanto al potere sulle “megamacchine sociali”. Ciò ha un’implicazione politicamente enorme: negli ultimi decenni la lotta di classe si è svolta e si svolge tra proprietari, top manager e lavoratori. Puntando a diventare la nuova classe dominante, i manager si alleano ora con un gruppo, ora con l’altro: i “modelli di capitalismo”, e le ricette di policy, che si affermano o che tramontano, possono essere spiegati nei termini di questa dinamica conflittuale triadica11.

5) Le strategie volte a massimizzare le varie forme di potere sociale si sono sempre intrecciate nel capitalismo, ora rafforzandosi reciprocamente e ora opponendosi l’una all’altra. Nel periodo classico, l’intreccio tra la competizione economica dei capitali, quella geopolitica degli Stati nazionali, quella ideologica dei patriottismi e quella militare degli eserciti professionali, è stato chiamato imperialismo.12 Nessuna concettualizzazione del capitalismo può evitare di studiare come oggi funziona questo medesimo intreccio (il punto 2 suggerisce un’ipotesi interpretativa).

6) Il capitalismo ha avuto, dal 1950 circa, un prevalente andamento superesponenziale, come nel caso di un investimento che renda il 5% nel primo anno, il 10% nel secondo, il 20% nel terzo e il 40% nel quarto13. Se la crescita fosse puramente esponenziale, come supposto dai malthusiani e dai neomalthusiani, allora la produzione di energia e altre risorse potrebbe almeno in linea di principio tenere il passo con l’espansione, perché le caratteristiche dell’economia rimangono finite, pur continuando ad aumentare di dimensioni e diventando estremamente grandi. Ciò non accade se si cresce in modo superesponenziale, poiché la domanda alla fine diventa infinita in un periodo di tempo finito. È semplicemente impossibile fornire una quantità infinita di energia e di altre risorse in un tempo finito. Se nient’altro cambia, questo porta ineluttabilmente al collasso14.

7) Nell’ambito della Grande accelerazione, il capitalismo tende all’eliminazione del lavoro umano. Come tante altre volte è successo, l’innovazione tecnologica distrugge certe occupazioni per crearne altre. Ma adesso, per la prima volta, il problema consiste nel riuscire a creare nuovi mestieri che gli umani riescano a fare meglio degli algoritmi. Le prestazioni del machine learning sono tali, e in così veloce miglioramento, da lasciare pochi dubbi: la massima parte del lavoro umano potrà scomparire in pochi anni15. Se è questa la direzione del processo, rimane incerta la sua rapidità: poiché il capitalismo è animato da molteplici logiche di potere, quello che appare conveniente al potere economico, può essere contrastato dal potere politico, militare o ideologico. In ogni caso, sta definitivamente svanendo l’orizzonte laborista.

Le sette caratteristiche richiamate raffigurano un sistema socio-economico strutturalmente contraddittorio, nel quale, all’allargarsi della divergenza tra la produttività sociale potenziale e i costi che si sostengono per riprodurla, i comportamenti profit-seeking cedono il passo a quelli power-seeking. A sua volta, le forme del potere sociale sono molteplici, s’intrecciano l’una con l’altra e sfondano qualsiasi confine istituzionale. Per diventare (o rimanere) classe dominante non basta (se mai è bastato!) possedere più ricchezza nella sfera dell’economia, o stare al governo nella sfera della politica, o disporre di più cannoni nella sfera militare, o produrre le credenze più pervasive nella sfera ideologica: bisogna controllare le principali organizzazioni che formano e riproducono le varie forme del potere sociale. Non basta: con il passaggio da modo di produzione a modo di potere, il capitalismo spinge all’estremo la propria distruttività: il capitale-monetario è soverchiato dalla finanza, il capitale fisico è soppiantato da quello intangibile, il capitale umano è eliminato dalla robotica, per conferire alla ricerca del potere un’accelerazione progressiva verso il collasso.

Se questo schizzo ha basi fattuali solide, allora la definizione del capitalismo odierno proposta dagli autori è, semplicemente, fuori fuoco: tende ad addomesticare o ad attutire l’impatto innovativo e spesso devastante di quello in cui siamo immersi. La loro idea per cui «this “new” capitalism was based on the mutually reinforcing Trinity formed by the financialization of capital, the fragmentation of labour via the transnationalization of supply value chains and its permanent restructuring, and by focusing economic policies on monetary ones»16, coglie aspetti significativi, che però costituiscono cause prossime, rispetto a quelle fondamentali.

Un esempio può aiutare a cogliere la differenza. Il totale dei crediti al consumo a fine 2018 ha raggiunto negli Stati Uniti 4 triliardi di dollari, con una crescita del 48% rispetto al dato del dicembre 2007, che era “solo” di 2,7 triliardi di dollari. Ma il consumo vale il 70% del Pil, il quale quindi dipende dal credito privato. Per continuare a espandere il credito privato, bisogna peggiorarne la qualità ed effettuarne la cartolarizzazione, come accadde intorno al 2007 per i mutui subprime. Ne segue che, se ci concentriamo sull’indebitamento privato, possiamo prevedere la prossima crisi finanziaria17. D’altra parte, una simile impostazione (e, entro essa, anche il libro dei nostri autori) nulla è in grado di prevedere intorno alla traiettoria dell’antropocene, ossia al destino dell’ecosistema in cui siamo immersi. Ma un’analisi del capitalismo contemporaneo che non assuma quale oggetto prioritario della teoria l’ecosistema, corrisponde a un generale che muova oggi le sue truppe come se non esistessero i blindati, l’aviazione e i droni; ossia come se il capitalismo non avesse mai imboccato la traiettoria della Grande accelerazione.

Aggiungo che, nel fronteggiare le sue contraddizioni strutturali, il capitalismo planetario si è barcamenato, lungo gli ultimi decenni, fra tre modelli strategici: una crescita trainata dalle esportazioni (realizzata anzitutto dalla Cina, basata su politiche fiscali restrittive, monetarie dirigiste, commerciali e industriali protezioniste e valutarie mercantiliste), ancora una crescita (più debole) trainata dalle esportazioni (nella versione tedesca, basata su politiche fiscali e monetarie restrittive e di stabilizzazione dell’euro) e la crescita trainata dal debito (anzitutto gli Usa, basata su politiche fiscali e monetarie espansive, di deregulation dei mercati finanziari e valutarie colluse con la Cina)18. Quando questi modelli, anche perché l’uno in contrasto con gli altri, hanno perso colpi, si è scatenata la Grande recessione.

Questa Grande crisi, nella quale siamo ancora immersi, ha ricevuto molteplici chiave di lettura. Tagliando con l’accetta, «secondo l’interpretazione neomarxista, è la stagnazione che causa la crisi, mentre stando all’interpretazione neokeynesiana è la crisi che apre le porte alla stagnazione»19. Da parte mia, pur avendo qui sopra delineato un’impostazione che non è più marxista, mi riconosco nella prima opzione: l’analisi delle tensioni strutturali comporta inevitabilmente una maggiore attenzione per i fattori di lungo periodo. Al riguardo, a mio avviso è importante riconoscere che «l’eccessivo rapporto di indebitamento nell’economia reale si era sviluppato nel precedente mezzo secolo. Tra il 1950 e il 2007, il debito del settore privato delle economie avanzate (famiglie e società) era cresciuto dal 50% al 170% del PIL e una adeguata crescita sembrava possibile solo se il debito fosse cresciuto assai più rapidamente del PIL nominale»20. Ne segue che una lettura alla Minsky, per cui la crisi è anzitutto la conseguenza dell’instabilità e della fragilità finanziaria dilatatesi durante la bolla speculativa, rimane epidermica.

Da parte loro, dove si collocano gli autori? Essi si propongono d’integrare il keynesismo minskiano con un marxismo della moneta endogena. La contaminazione avviene in quanto l’immissione di credito, in apertura così come in chiusura, del circuito monetario, si basa non più, come nei contributi neomarxisti canonici, sul finanziamento della produzione, bensì sull’indebitamento delle famiglie (che, a sua volta, poggia sull’esplosione della moneta bancaria privata). Diventa questo il modo per far entrare il money manager capitalism di Minsky nel marxismo di Graziani (seguendo uno spunto che proprio Graziani aveva formulato). L’operazione è, ovviamente, del tutto legittima, ma ha natura fenomenica: cambiare una (pur importante) premessa empirica, non cambia i connotati di una teoria del cambiamento dell’oggetto indagato.

Arriviamo finalmente all’euro, protagonista del titolo del libro. A larghe pennellate, il racconto più diffuso della vicenda dell’euro suona così. Ogni moneta unica richiede, per funzionare, un cambio fisso fra le diverse nazioni e un singolo tasso di interesse. Ebbene, affinché l’integrazione monetaria europea potesse funzionare, i paesi membri avrebbero dovuto convergere tra loro, in particolare allineando il loro debito e deficit in rapporto al Pil, mentre l’Europa politica sarebbe dovuta intervenire con adeguate istituzioni: un’unione bancaria che tutelasse i depositi, programmi di solidarietà verso i paesi che stentavano a convergere, una quota significativa di mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali, un bilancio comunitario con un ministro delle Finanze europeo, tasse comuni sulle transazioni finanziarie e sui grandi patrimoni, un piano di investimenti pubblici finanziato a livello continentale e una banca centrale in grado di orientare l’economia reale. Poiché tutto ciò non è successo, la moneta unica è diventata una camicia di Nesso per le economie nazionali più deboli: un’area valutaria in cui non si possono correggere gli allineamenti sbagliati del tasso di cambio, come quelli che adesso influenzano l’Italia, amplifica le crisi di domanda e le loro ricadute su occupazione e salari.

Non mi sembra che gli autori contestino punti sostanziali di questo racconto. Essi però mettono «in dubbio la tesi che la crisi dell’euro non sia nient’altro che un ulteriore caso di crisi dovuta allo squilibrio delle bilance dei pagamenti» (p.33)21. In un’economia aperta, le partite correnti non rilevano adeguatamente i flussi finanziari, bensì registrano il deflusso/afflusso netto di capitali ossia lo scarto tra risparmio e investimento. Ma il risparmio, e le connesse decisioni di consumo, non determinano il tipo e la direzione dei flussi finanziari. Occorre infatti, annotano gli autori, distinguere tra il risparmio come reddito non consumato, e il finanziamento come accesso al potere di acquisto. Nel capitalismo il secondo precede il primo e tende a rendersi indipendente da esso. Pertanto, l’idea per cui la crisi dei subprime fu dovuta al sovrarisparmio, a sua volta dovuto all’avanzo commerciale della Cina, non li convince. L’origine della crisi ebbe «al centro il problema del ‘finanziamento’ in modo largamente se non del tutto sganciato dagli squilibri commerciali». È questo uno snodo teorico che, come tale, appare condiviso da molti studiosi eterodossi. Gli autori lo traducono meritoriamente in una più adeguata misurazione dei flussi in un’economia monetaria22.

I capitoli VII, Le trasformazioni in corso nell’industria europea e in quella tedesca, VIII, Centralizzazione e frammentazione del capitale industriale, IX, Una crisi da eccesso di capacità produttiva e X, L’Europa e la Cina, sono interessanti, ma la loro base empirica, quando è adeguata, non è originale23, mentre talvolta appare dichiaratamente aneddotica, pur coltivando la pretesa di formulare tesi di ampia portata. Al riguardo, mi limito a un esempio. Come ho riportato all’inizio, la tesi della centralizzazione senza concentrazione è, secondo gli autori, di primaria importanza, in quanto costituisce uno dei tratti salienti del capitalismo contemporaneo. Essi per centralizzazione intendono soprattutto l’incremento delle operazioni di M&A (mergers & acquisitions), mentre la concentrazione viene da loro posta in relazione con la struttura verticalmente integrata dei processi produttivi. Ne segue che, con l’espressione “centralizzazione senza concentrazione”, gli autori si riferiscono al processo per il quale nei settori chiave si è assistito a gigantesche fusioni e acquisizioni, senza che questo abbia formato grandi imprese verticalmente integrate, bensì una rete tra unità produttive frammentate. Ebbene, alla ricerca del basamento empirico di questa tesi, che nel libro è assai debole, sono risalito al paper apparso sul journal accademicamente più autorevole; in esso si rimanda a un altro paper, nel quale, tuttavia, tale basamento non viene esibito24. Aggiungo che gli autori avrebbero tratto notevole vantaggio, per sostenere le loro stesse tesi, nell’attingere a filoni di letteratura molto seri e fecondi, sebbene forse non etichettabili come eterodossi25.

Resterebbero da discutere la diagnosi del declino economico italiano26, i suggerimenti di politica economica (e di politica)27, nonché molti altri spunti. Ritengo però di avere già tartassato eccessivamente il lettore e mi fermo qui.

1 Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo & Mariana Mortágua, Euro al capolinea?, Rosenberg&Sellier, Torino, 2019.

2 L’amico Rino Genovese mi ha “tirato per la giacca”, chiedendomi di recensire il libro in oggetto. Ho accettato volentieri, sia per il piacere di conversare con gli autori, sia perché il sito della Fondazione ben si presta alla pubblicazione di riflessioni preliminari. Una recensione che tocca gli aspetti da me tralasciati è https://www.sinistrainrete.info/teoria/14651-marco-palazzotto-la-finestra-sull-euro.html

3 Per approfondimenti, si vedano: R. Bellofiore, “The Great Recession and the contradictions of contemporary capitalism”. In The Great Recession and the contradictions of contemporary capitalism (ed. by R. Bellofiore & G. Vertova). Edward Elgar, Cheltenham, 2014, pp.7-25; “Which Crisis, of Which Capitalism? A Marxian and Financial Keynesian Interpretation of Neoliberalism and the Great Recession.” In The Great Financial Meltdown. Systemic, Conjunctural or Policy Created? Edited by Turan Subasat, Edward Elgar, 2016, pp. 266-286.

4 Ovviamente, cogliere gli aspetti strutturali dell’attuale capitalismo e rappresentarli mediante categorie concettuali, non equivale ad avere elaborato una teoria del capitalismo. Altrettanto ovviamente, tuttavia, si tratta di un passaggio decisivo per collocare l’impegno teorico entro coordinate che siano all’altezza dei problemi.

5 Il concetto di surplus potenziale, dovuto a Paul Baran, è, a mio avviso, la più importante innovazione teorica del marxismo post-bellico. Nel libro che Baran scrive assieme a Sweezy, la portata radicale del concetto viene annacquata, con una generica nozione di surplus economico in cui implodono tanto il surplus potenziale, quanto quello effettivo. Il surplus potenziale aiuta anche a intendere il processo di finanziarizzazione. Mentre il capitale-monetario D è una forma del surplus effettivo, che nasce da processi di valorizzazione già svoltisi, la promessa di pagamento P fa riferimento ad una forma del surplus potenziale che, pur non esistendo ancora, muove l’economia, attivando consumi e investimenti. Siamo in un sistema economico che, per funzionare, deve ridurre la propria capacità effettiva, ossia deve lasciare potenziale una parte della propria capacità, spostando risorse dal fronte dell’accumulazione a quello dell’assorbimento del surplus e anticipando la liquidità senza attendere il compimento del ciclo produttivo. Finanziarizzandosi, il capitalismo diventa un’economia centrata sul potere di impiegare oggi il valore che (forse) sarà prodotto domani. Sto qui liberamente ricorrendo a E. Lohoff & N. Trenkle, Die große Entwertung, Unrast, Münster, 2012; trad. francese La grande dévalorisation, Post-Editions, Rotterdam, 2014.

6 M. Mann, The Sources of Social Power, 4 voll., Cambridge University Press, Cambridge, 1986-2012.

7 «Un’accumulazione di beni senza fine deve basarsi su un’accumulazione di potere senza fine […in quanto] l’accumulazione del potere [è] l’unica garanzia per la stabilità delle cosiddette leggi economiche». H. Arendt, Le origini del totalitarismo (1951), Einaudi, Torino, 2004, p.246.

8 Al concetto marxiano di “modo di produzione” – che si concentra, per spiegare la società, sulle attività economiche, e in particolare sul processo lavorativo – subentra, in questa prospettiva, quello di “modo di potere”, il quale si focalizza sulla specifica architettura del potere organizzato che crea e perpetua una determinata gerarchia sociale. Nella sua versione classica, il modo capitalistico di potere è un sistema nel quale l’accumulazione di capitale è il meccanismo chiave del potere sociale. Nella sua versione contemporanea, esso riporta alla ribalta le altre tre forme del potere sociale. Si vedano J. Nitzan & S. Bichler, Capital as Power, Routledge, London, 2009; T. Di Muzio (ed.), The Capitalist Mode of Power, Routledge, London, 2014.

9 J. Haskel & S. Westlake, Capitalismo senza capitale, FrancoAngeli, Milano, 2018. La teoria di Haskel e Westlake fornisce una spiegazione (parziale, ma rilevante) di aspetti cruciali del capitalismo odierno come la tendenza alla stagnazione secolare, la finanziarizzazione dell’economia, la disuguaglianza crescente, il ruolo del management e l’affermarsi di corporazioni giganti nelle industrie in cui contano di più gli investimenti intangibili.

10 In ambito economico, anziché massimizzare i profitti, i top manager s’impegnano in strategie di empowerment, per superare il saggio medio di remunerazione del capitale, e quindi per accumulare più rapidamente delle imprese rivali. Peraltro, il distacco della proprietà dal controllo, un processo che risale alla fine del XIX secolo, giunge al culmine con i cosiddetti “investitori istituzionali”: fondi comuni d’investimento, fondi pensione, compagnie di assicurazione. Si tratta di soggetti collettivi che posseggono l’impresa, ma affidano il controllo al top management.

11 Dopo molte oscillazioni nei libri precedenti, è questo l’impianto teorico di G. Dumenil & D. Levy, Managerial Capitalism, Pluto Press, London, 2018.

12 Probabilmente l’autore che ha meglio concettualizzato questo nodo è A. Callinicos, Imperialism and Global Political Economy, Polity, Cambridge, 2009; ma il punto era già stato colto da Arrighi: «Territorialist rulers identify power with the extent and populousness of their domains, and conceive of wealth/capital as a means or a by-product of the pursuit of territorial expansion. Capitalist rulers, in contrast, identify power with the extent of their command over scarce resources and consider territorial acquisitions as a means and a by-product of the accumulation of capital». G. Arrighi, The Long Twentieth Century (1994), II ed., Verso, London, 2010, p.34.

13 Si vedano W. Steffen et al., The trajectory of the Anthropocene: the great acceleration, The Anthropocene Review, 2(1), 2018, pp.81-98; J. R. McNeill, La grande accelerazione, Einaudi, Torino, 2018. Si veda anche http://www.anthropocene.info/great-acceleration.php

14 G. West, Scala, Mondadori, Milano, 2018, cap.X. La circostanza per cui il capitalismo ha assunto un andamento superesponenziale, per molte variabili socio-economiche e ambientali, soltanto da pochi decenni, comporta che, come osserva McNeill, talvolta vi è “qualcosa di nuovo sotto il sole”, e che tale novità richiede, per essere spiegata, una teoria adeguata. Inoltre segnala che la teoria del crollo, molto in voga tra i marxisti della II e III Internazionale, torna sugli scudi, sebbene essa poggi non più su qualche “legge economica”, bensì sulla tensione tra performance sistemiche e aumento della complessità. Al riguardo, il contributo oggi più dibattuto è J. Tainter, The Collapse of Complex Societies (1988), Cambridge University Press, Cambridge, 2003.

15 La punta più alta di questo dibattito è lo scontro tra i docenti del MIT: David Autor da una parte, Erik Brynjolfsson dall’altra. Al riguardo, si veda R. Baldwin, The Globotics Upheaval, Oxford University Press, Oxford, 2019.

16 R. Bellofiore, F. Garibaldo & J. Halevi, “The global crisis and the crisis of European Neomercantilism”, in The Crisis This Time: Socialist Register 2011, L. Panitch, G. Albo, V. Chibber (eds.), Monthly Review Press, New York, pp. 120-146.

18 Condivido, al riguardo, i tre idealtipi enunciati in E. Screpanti, Global Imperialism and the Great Crisis, Monthly Review Press, New York, 2014, cap.6.

19 L. Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013, p.26. Ovviamente, non mancano altre posizioni, tra le quali spicca quella di Joseph Stiglitz, che legge la crisi come un caso di fallimento di mercato, determinato da una deregolamentazione selvaggia che ha ingigantito i problemi di asimmetria informativa, ha ridotto la trasparenza dei mercati nella valutazione dei rischi e quindi ha indotto un numero crescente di investitori ad assumere rischi eccessivi.

21 Per intendere alcuni dei bersagli polemici degli autori, riporto due brani che espongono l’approccio dal quale gli autori prendono le distanze. «L’ipotesi è che il Paese abbia cercato di sedare il conflitto sociale nel Paese, la cui manifestazione è stata un tasso di inflazione relativamente più elevato dei concorrenti e una finanza pubblica mal governata, attraverso un vincolo estero più stretto». «Merito di Emiliano Brancaccio è di aver indicato fra i primi alcuni elementi ora nella “consensus view”, in particolare la natura della crisi europea come crisi di bilancia dei pagamenti, e il nesso che va dagli squilibri esterni verso quelli di finanza pubblica, con i conti esteri che “dominano” su quelli pubblici. Il ragionamento viene sviluppato nello spiegare gli “spread” fra titoli di Stato periferici e tedeschi come dovuti a un debito estero denominato in una moneta straniera, e dunque al timore di una sua ridenominazione in una nuova valuta nazionale». S. Cesaratto, Sei lezioni di economia, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016, corsivi aggiunti.

22 Peraltro, un aspetto che mi sembra carente, nella ricostruzione della vicenda dell’euro da parte degli autori, riguarda la mancata spiegazione della circostanza per cui l’andamento della produttività italiana procede di pari passo con quello della tedesca fino all’inizio degli anni 1990, per poi rallentare e infine bloccarsi nel 1997. Alcuni autori hanno, in maniera piuttosto convincente, parlato del venire meno, con l’integrazione monetaria, di un “vincolo interno”, il quale (finché c’era) stimolava l’innovazione delle imprese, accanto al “vincolo esterno” costituito dalle regole di bilancio e di cui si è detto nella nota che precede. Vedi T. Fazi & W. Mitchell, Sovranità o barbarie, Meltemi, 2018, p.230. Senza entrare nel merito del “sovranismo di sinistra”, il libro di Fazi e Mitchell è, a mio giudizio, una delle migliori interpretazioni critiche dell’euro.

23 Essa si appoggia soprattutto sull’eccellente volume di G. Celi, A. Ginzburg, D. Guarascio & A. Simonazzi, Crisis in the European Monetary Union. A Core-Periphery Perspective, Routledge, London, 2018. In sintesi, «guardando ai cambiamenti del network delle relazioni commerciali della Germania tra il 1999 e il 2008, colpisce la crescita esponenziale del surplus commerciale tedesco soprattutto nei confronti dei paesi del Sud Europa (e della Francia). Inoltre, nello stesso periodo, il valore delle esportazioni dei paesi dell’Est Europa verso la Germania cresce in modo rilevante superando in modo significativo quello delle esportazioni del Sud Europa verso la stessa Germania; questa evidenza segnala come la proiezione verso l’Est della piattaforma manifatturiera tedesca abbia spiazzato in modo significativo i precedenti legami produttivi con i paesi dell’Europa meridionale». A. Ginzburg et al., “La crisi dell’Unione Monetaria e le relazioni centro-periferia in Europa”, Il menabò, 77, 2018.

24 I testi sono, rispettivamente: R. Bellofiore, “Two or three things I know about her: Europe in the global crisis and heterodox economics”, Cambridge Journal of Economics, 2013, 37, p.500: R.Bellofiore & G. Vertova, “Lost in space? The geographical and political dimension of uneven capitalist development”, pp. 23-44 in Vertova, G. (ed.), The Changing Economic Geography of Globalization, Routledge, London, 2006.

25 Per brevità, si vedano i papers, e le connesse bibliografie, di S. Barrientos, G. Gereffi & A. Rossi, “Economic and Social Upgrading in Global Production Networks. A New Paradigm for a Changing World” (pp. 228-252), ora in G. Gereffi, Global Value Chains and Development, Cambridge University Press, Cambridge, 2018; A. Rodríguez-Pose, “The revenge of the places that don’t matter (and what to do about it)”, Cambridge Journal of Regions, Economy and Society 11(1), 2018, pp.189-209.

27 Qualcosa ho detto in N. Bellanca, Dall’eguaglianza all’inclusione, Manifestolibri, Roma, 2018.

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