La rivoluzione silenziosa delle imprese recuperate dai lavoratori

Imprese recuperatedi Leonard Mazzone

A volte il meglio che la critica sociale possa fare è deporre le cornici teoriche a cui si aggrappa per inquadrare e mettere a fuoco il suo oggetto, aprire gli occhi, guardarsi intorno. Concedere al mondo che ci circonda il beneficio del dubbio, se non la possibilità di tornare a sorprenderci per le sue promesse mantenute di riscatto. Prendere sul serio ciò che sta sotto i nostri occhi, anziché assoggettare i nostri sensi e la portata di ciò che percepiscono alle rosee speranze dell’immaginazione utopica, alle rassicuranti astrazioni delle teorie normative o alla rassegnazione autocompiaciuta di diagnosi epocali troppo cupe per risultare credibili. Questo gesto potrebbe somigliare a qualcosa di diverso da una resa, se solo il punto di fuga del nostro sguardo coincidesse con quelle silenziose pratiche di ordinaria resistenza che rappresentano delle confutazioni concrete al motto ideologico che ha scandito l’immaginario sociale e politico occidentale nel corso degli ultimi dieci anni: quello secondo cui non esisterebbe alternativa alla tirannia dei mercati (e dei loro sedicenti interpreti).

Ne sono una testimonianza concreta le decine di imprese recuperate dai lavoratori dalla crisi economico-finanziaria a oggi. Designate anche con l’acronimo inglese “W.B.O.” (Workers Buyout), le imprese recuperate sono aziende (o singoli rami di produzione) rilevate dai loro ex dipendenti sotto forma cooperativistica per evitare il fallimento o risolvere problematiche connesse al passaggio intergenerazionale della precedente proprietà.

Il fenomeno non è rimasto confinato al solo Sudamerica, dove le empresas recuperadas por sus trabajadores (ERT) hanno dimostrato la possibilità di una riorganizzazione efficiente della produzione su base cooperativistica. Oltre a salvare posti di lavoro altrimenti a rischio, anche in Italia il fenomeno ha consentito di avviare processi di vera e propria risocializzazione dei luoghi di produzione da parte dei lavoratori, che sono riusciti a superare la rassegnazione e l’isolamento individuale costruendo legami di solidarietà e avviando pratiche di recupero che hanno consentito di convertire, rigenerare e risocializzare risorse (umane e non) altrimenti destinate a diventare scarti per via degli squilibri prodotti dalla competizione economica su scala globale e locale.

Dallo scoppio della crisi economico-finanziaria a oggi, in Italia sono maturate circa un centinaio di esperienze simili, l’80% delle quali sono riuscite a restare attive sul mercato nonostante il fallimento annunciato dalla precedente proprietà, la necessità di assumere o formare nuove figure professionali e le richieste economiche di anticipo per la fornitura di energia elettrica. Di fronte alla chiusura imminente della propria azienda, centinaia di lavoratori hanno scelto di investire le quote del loro TFR e della loro mobilità in un capitale sociale comune per rilevare e recuperare la loro impresa. Da ex colleghi e dipendenti, si sono così trasformati in veri e propri “compagni di fatto”.

Non sarebbe azzardato ribattezzare questo processo come un effetto – non certo un prodotto – ironico della “fine della storia”: a volte è la reale assenza di alternative a ispirare pratiche di resistenza, di solidarietà e riscatto altrimenti relegate alla galleria dei desideri irrealizzabili delle anime belle sopravvissute alla strage delle illusioni del Novecento. È stata la necessità materiale di continuare a lavorare per poter vivere, infatti, a ispirare queste esperienze di “socialismo dal basso”.

In casi come questi, non c’è nulla di nuovo da inventare per chi fa della ricerca sociale la sua passione e dello spirito critico la sua rotta: non ci sono utopie da immaginare, descrivere e realizzare, ma esperienze da riconoscere, valorizzare e mettere in rete fra loro. Più che di un’utopia realizzata, sarebbe il caso di parlare di vere e proprie eterotopie da raccontare: luoghi altri, cioè, in cui la promessa di una modalità diversa di stare al mondo e di vivere il lavoro è sradicata dall’immaginario utopico e diventa esempio concreto di un’alternativa radicale, credibile e autorevole.

L’autorevolezza che promana da queste esperienze è proprio quella che sembra oggi mancare a una parte non irrilevante del mondo cooperativistico: spesso la cooperazione diventa una maschera con cui i diritti dei lavoratori, italiani e stranieri, vengono calpestati. Tutti i dubbi legittimi che queste derive patologiche hanno ingenerato e possono ingenerare vanno in frantumi quando si trovano ad avere a che fare con esempi di autorevolezza come le imprese recuperate. Il modello di cooperativismo da loro incarnato si colloca letteralmente agli antipodi dei modelli neoliberali di successo economico: la libertà propria inizia – anziché finire – là dove comincia quella altrui; si fonda sulla solidarietà, anziché sull’importazione all’interno dei luoghi di lavoro della competizione sfrenata che domina sull mercato. Alla cinica diffusione del motto “mors tua, vita mea”, le imprese recuperate contrappongono un modello di successo cooperativistico infra e intergenerazionale in cui tutti vincono, comprese le future generazioni che erediteranno la proprietà e la gestione dell’impresa.

Da questa autorevolezza discende il potere contagioso di esperienze come queste, che potrebbero ispirare pratiche analoghe in chi ne venisse a conoscenza. È stata questa eventualità a ispirare il progetto di una rete italiana di imprese recuperate, ideato e avviato da un gruppo di lavoratori più o meno precari (ricercatori, docenti, avvocati, impiegati, operai) raccolti nel Collettivo di ricerca sociale. Eravamo e siamo convinti che dalla messa in comune delle esperienze pregresse delle imprese già recuperate si sarebbero potuti (e si potrebbero) aiutare i lavoratori delle aziende in crisi ad avviare analoghi processi di recupero, una volta costruita una rete di risorse e competenze professionali intorno a loro.

Lo strumento adottato per costruire la rete, incentivare l’adesione delle imprese già recuperate e attivare nuovi nodi consiste nella piattaforma digitale www.impreserecuperate.it, il primo sito interamente dedicato alle imprese recuperate dai lavoratori nel nostro paese. I suoi obiettivi sono tre:

1) mappare le realtà esistenti in Italia, dando loro l’opportunità di entrare in rete fra loro, stipulare eventuali accordi commerciali;

2) far conoscere le storie, le esperienze e i prodotti merceologici delle aziende agli utenti del sito grazie alla mappa virtuale delle imprese recuperate;

3) offrire ai lavoratori delle aziende in crisi la possibilità di conoscere le norme, le istituzioni, i fondi a disposizione del recupero della loro impresa e le possibili difficoltà che potrebbero incontrare, grazie alla messa in rete delle informazioni raccolte dalle imprese recuperate che hanno aderito alla rete.

Questo strumento virtuale non vuole essere una semplice vetrina, ma intende tradurre pratiche di ricerca e militanza concrete. Una rete non è la semplice somma di nodi irrelati, ma un moltiplicatore contagioso di relazioni di solidarietà. Per questa ragione i militanti del Collettivo di ricerca sociale hanno tentato e continuano tuttora a svolgere un duplice ruolo: quello di connettori e staffette. Connettori perché si tratta di attivare nuovi nodi della rete fra le imprese già recuperate dai lavoratori, sfidando la ragionevole diffidenza di chi non è più abituato a ricevere una telefonata o una visita in nome di valori come quelli professati e praticati dai membri del Collettivo; staffette, perché si tratta di portare informazioni utili ad aziende in crisi o in via di fallimento.

Qualcosa si muove, dunque, nell’epoca in cui la vigliaccheria si trasforma in una delle passioni politiche più mobilitanti del nostro tempo e il risentimento di massa diviene un capitale emotivo da investire contro chi vive condizioni di vita peggiori delle proprie. Basterebbe riaprire gli occhi, tornare a volgere lo sguardo, il proprio corpo e l’attenzione in direzione di quelle sfere sociali – una su tutte: il lavoro – a lungo disertate da chi pretenderebbe di rappresentarle per rendersene conto.

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