Come se non bastasse

Beppe Grillodi Luca Lenzini

A parte Boris Godunov e Macbeth, tutti, in generale, hanno buona coscienza.
Vladimir Jankélévitch

E insomma non è bastato. Che nel 1994 alla carica di presidente del Consiglio sia assurto il cav. Silvio Berlusconi, padrone di Mediaset. Che un lustro più tardi (luglio 2009) il comico Beppe Grillo, raggiunta ampia notorietà grazie alla televisione e ai media, abbia fondato (non avendogli consentito il Partito democratico di partecipare alle “primarie”) il “Movimento Nazionale Cinque Stelle”, e che oggi (2018) sia giunto al potere alleandosi con la Lega di Matteo Salvini. Che quest’ultimo, ex-comunista padano la cui arte retorica si temprò ai microfoni di Radio Padania Libera, sia attualmente ministro degli Interni e vero dominus del governo. E per inciso, che nel frattempo, ovvero nel corso degli ultimi due anni, abbiamo assistito prima alla “Brexit” (giugno 2016) e poi alla vittoria di Trump (20 gennaio 2017) alle elezioni negli Stati Uniti… no, non è bastato (e neanche che all’origine della meteora-Renzi, per chi avesse così lunga memoria, vi fosse una serie di performance televisive).

Figuriamoci. Tutte coincidenze o meglio, anzi, fenomeni naturali: come la Globalizzazione. Così va il mondo, e in fondo sono cambiati i mezzi (prima radio e giornali, ora televisione e internet) ma siamo sempre nel contesto del democratico formarsi del consenso e della pubblica opinione. Tutto democratico, solo un po’ moderno. A volte ci sono incidenti, chissà come di quando in quando nascono delle “anomalie”; ma bene o male il tutto funziona e i mercati alla fine si calmano. Così a spiegare come stavano andando realmente le cose ci volle nientemeno che Fedele Confalonieri, il quale nel marzo 2017 in un’intervista al Foglio, così si espresse: “Stiamo esagerando”. Si riferiva ad alcuni programmi televisivi della propria azienda, i quali a parer suo avevano contribuito al clima populista dilagante. Lamento non senza conseguenze: l’anno seguente, dopo le elezioni del marzo 2018, non una ma ben tre figure apicali della pregiata ditta (Belpietro, Del Debbio e Giordano) furono d’emblée rimosse e sostituite; né lo stesso Cavaliere mancò di confermare la diagnosi del fedele e chiaroveggente manager, amaramente constatando: “abbiamo nutrito i populisti.” Finalmente qualcuno con le idee chiare, dunque, almeno per quanto riguarda le proprie aziende.

Ma a dire il vero, il fenomeno non fu così circoscritto al perimetro aziendale, se analoghe considerazioni potrebbero valere tranquillamente (si fa per dire, beninteso) per le trasmissioni della Rai, che così rapidamente ebbe fin dagli albori della nuova era a conformarsi con lo stile vincente, quello di “Striscia la notizia” e affini – e poi giù iene, vespe, santori e tutto uno zoo variegato e popolosissimo disperso tra atri muscosi e radio locali, talk show roboanti e salotti di loschi figuri e sbraitanti opinionisti. Ancora oggi, ci credereste?, per quanto possa sembrare quasi indecente a dirsi, c’è chi pensa in perfetta buona fede che un’azienda statale lottizzata nell’ambito di un regime morto e sepolto e che da decenni condivide format e personaggi con il suo concorrente privato sia stata immune dal solleticare gli istinti della “gente del Vaffa”, quella che ora si affaccia sulla soglia della Storia spaventando persino l’Europa, che di genti di ogni risma ne ha viste in abbondanza ma ogni volta si è trovata in qualche guerra, così, senza saper bene perché o per via di qualche grande leader di cattivo umore.

Ma insomma, non è bastato. Avete letto MacLuhan, Eco, Debord, Bourdieu e tutti quanti, ma vi accontentavate di ridacchiare guardando Blob, come se non si trattasse di voi, vero? Tanto il “pluralismo” era assicurato, e guai a chi ce lo tocca. Ma di nuovo, ecco che sul Corriere della Sera un editorialista talora tacciato di conservatorismo un bel giorno ipotizzò quanto segue, quasi gramscianamente: “I Cinque Stelle potrebbero beneficiare di una egemonia culturale non per meriti propri ma per dabbenaggine altrui, perché altri ne hanno creato le condizioni” (così Angelo Panebianco, marzo 2017). Provatevi a negarlo, ora che l’egemonia vi mostra in grande stile i suoi frutti più maturi e perversi. Del resto, la “dabbenaggine” più madornale fu quella di chi volle il partito leggero e modernissimo, pensando con fiducia squisitamente progressista che le masse mediatizzate a dovere avrebbero inseguito le Magnifiche Sorti fin nei gazebo e nelle grigliate di settembre. Invece l’ “egemonia culturale” portò da tutt’altra parte, non avendo nulla a che fare con la giustizia sociale o altri relitti novecenteschi, bensì con la creazione, anno dopo anno e giorno dopo giorno, di uno zoccolo indurito di cinismo rivestito di edonismo, di individualismo collettivo educato dagli spot e dalle giuste dosi di informazione e disinformazione e grazie a enormi rimozioni, a domande mai poste, alla devastazione di scuola e università, all’uso più bieco della crisi che si possa immaginare. Il socialismo reale è da tempo defunto e ora è il turno del progressismo occidentale: che sorpresa poi sarebbe, che il trionfo del Privato coincida con una qualche grandiosa privazione? Basta, in effetti, non esser nati nella parte sbagliata del pianeta. Il numerus clausus non si tocca, e se uno cita il Vangelo rischia grosso. Tale è stato il lavoro profondo e vincente, quello che ha prodotto il “popolo” odierno; e se ora su questo mare di ignoranza e egoismo alzano le vele piccoli e grandi mascalzoni, che volete farci? E dite la verità: non avvertite un disagio crescente, a non essere in sintonia con le masse, a non condividerne il colorito linguaggio e nel tenervi sempre un po’ a distanza, a lato o perfino controcorrente? Da qualcuno prima o poi ve lo sentirete dire, e neanche troppo gentilmente: che siete un intellettuale, un fighetto radicale, uno di cui non è bene fidarsi. Sento odor di bastonate, diceva quel tale e intanto, come se non bastasse, quelli che hanno difeso allo stremo ogni privilegio, corrotto il paese con alati editoriali e ironizzato sulle belle bandiere vi fanno la paternale, vi spiegano come fare perché il volgo disperso dell’ex-sinistra si metta a dieta (di ideologie svanite per sempre) e si prepari degnamente, che diamine, all’alternanza.

Ma via, insomma, non è il caso di farla tanto lunga. Alla fin fine, basterebbe un leader tutto nuovo; magari non così strafottente come quelli allevati in Valdarno. Liberista, ma senza esagerare. Popolare, ma non populista. Europeista ma forse no. Sovranista, però senza parere. Abile a mediare ma capace di alzare la voce e soprattutto di bucare lo schermo. Amico di Putin ma non senza simpatie per The Donald. Pazienza se, poi, il voto è volatile come un “like”: è proprio questa l’essenza della democrazia più che moderna. Basterà che l’eletto dal popolo impari a comunicare comme il faut, con pochi e lapidari caratteri e qualche slide ogni tanto. Siamo sempre in campagna elettorale e ogni twitter fa avanzare di un passo la democrazia, non sentite come ogni smartphone ne riecheggia festoso in ogni continente? Le fake news sono appena un orpello non privo di ingenuità arcaizzante: figuriamoci, ormai siamo già a buon punto con la “profilazione” di ogni cittadino del globo e voi state ancora a parlare di par condicio. Ma nei Big Data rust never sleeps e quanto ai più sfortunati, possiamo sempre inviare un sms caritatevole, prima di andare a letto. Mica siamo inumani, dopo tutto.

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