Per il convegno: “La città, una cosa per ricchi? La politica, gli abitanti, la finanza”

Le città sono diventate ormai luoghi artificiali per turisti e benestanti da cui espellere i poveri. Il nostro convegno romano, del prossimo 11 dicembre, prende le mosse da questa amara constatazione. In modo particolare in Italia, nelle sue famose “città d’arte”, un processo, insieme di museificazione e di prostituzione iperturistica, è arrivato a uno stadio avanzatissimo. Firenze o Venezia non esistono più come città per residenti e per chi voglia svolgervi attività di studio, incontri a livello culturale, o anche sviluppare un’imprenditoria di vecchia tradizione artigianale e bottegaia; esistono come “parchi a tema” (in cui organizzare magari fastose giornate di festeggiamenti internazionali, come accaduto di recente a Venezia).

Anche città come Torino e Milano, un tempo a vocazione fortemente industriale, da una trentina d’anni a questa parte si sono andate trasformando. La deindustrializzazione le ha modificate nel profondo: non più città del lavoro operaio e del conflitto tra capitale e lavoro, ma quasi terre di nessuno, “luoghi delocalizzati”, in cui impiantare attività ancora una volta turistiche, insieme con speculazioni edilizie di alto profilo.

Il caso Milano è in questo senso paradigmatico. Non vi sono dubbi sul fatto che la città in questi anni si sia mossa in una direzione dettata unicamente dal mercato, favorendo i grandi interessi proprietari e gli investimenti privati, a spese dei cittadini. È una sorta di patto luciferino, quello tacitamente sottoscritto tra la destra e la sinistra, intorno al destino di Milano, nel segno di una forsennata speculazione immobiliare e finanziaria, alimentata anche dagli investimenti di chi si giova della “tassa piatta” (voluta dal governo Renzi) sui super-ricchi che, dall’estero, si trasferiscono nel nostro Paese. Se fosse poi approvata la legge sul cosiddetto “Salva Milano” – al momento ferma in Parlamento in attesa di larghe intese –, si cancellerebbero molte delle riforme urbanistiche degli anni Settanta, facilitando così una pseudo-rigenerazione urbana basata, in realtà, sull’idea esclusiva di uno sviluppo della rendita.

Ora, senza soffermarci sulle complicate e del resto non definitive vicende giudiziarie milanesi, supponiamo per un istante che tutte le costruzioni (grattacieli e altro) siano state progettate e realizzate, o siano in corso di realizzazione, senza alcuna violazione delle leggi. Ebbene, sarebbe questa la città che vogliamo? Quella dei grattacieli, del bosco verticale, di CityLife, del più grande distretto urbano dedicato allo shopping? Il rischio è che i risultati incerti delle indagini della magistratura creino una cortina fumogena intorno a un modello di città ritenuto, nonostante tutto, progressista e modernizzatore. E che esso anzi diventi un esempio per altre città in affanno di modernismo (come Roma o Napoli). Un modello che omologherebbe le nostre città storiche alle effimere e sfavillanti Dubai, Doha, Abu Dhabi. Un modello generatore di disuguaglianze, privo di quelle virtù che hanno reso celebre il nostro vivere cittadino: senso di comunità, urbanità, tradizioni, bellezza.

Sappiamo bene come i fondi di investimento, la finanza, gli abili immobiliaristi traggano profitto, in un’epoca di smobilitazione dell’industria, dal plusvalore estraibile dalle città e dalle loro infrastrutture, dai centri commerciali, dalle banche e da altre società, dalle locazioni per i turisti, e soprattutto dai quartieri residenziali di lusso, con le loro architetture fantasmagoriche: in una parola, dalla città trasformata in un elemento di marketing. Un esempio è dato proprio dal quartiere di CityLife a Milano, un quartiere esclusivo, residenziale-commerciale, dove torreggiano grattacieli e residenze blindate destinate ai soli ricchi, con un enorme centro commerciale, e ancora tante botteghe di lusso immerse in un parco surreale, come se fosse un mondo a sé. Quella è un’oasi per benestanti, a tal punto autosufficiente che i residenti di quel quartiere non debbono nemmeno uscirne, rischiando di confondersi in una folla anonima. È un’idea di città che consuma suolo e costruisce grattacieli, pur vantandosi di perseguire obiettivi di sostenibilità.

Esempi dello stesso tipo, del resto, si ritrovano anche altrove: a Roma, in un’area che potrebbe essere definita “sacra” per le sue qualità paesaggistiche – la foce del Tevere a Fiumicino –, si progetta un gigantesco porto per le navi da crociera (quelle lunghe 360 metri e alte 70 che consumano in un giorno la quantità di carburante di mille auto). Un porto privato in cui dovrebbero arrivare migliaia di turisti e pellegrini per proseguire (non si sa come) il viaggio verso Roma.

Siamo insomma dinanzi a un gigantesco fenomeno di privatizzazione delle città, complice appunto la “nuova urbanistica semplificata” propria del “modello Milano”, che accelera le procedure e scavalca le soprintendenze, considerate inutili burocrazie conservatrici, realizzando varianti al Piano regolatore, dribblando qualsiasi ostacolo si frapponga ai processi di una presunta modernizzazione, sul cui altare sacrificare norme, diritti e bene pubblico. E a chi si oppone o si prova a ostacolare questa modernizzazione – comitati, associazioni, gruppi di cittadini – qualche volta (nemmeno sempre) l’amministrazione concede generosamente una limitata partecipazione a scelte già fatte, evitando il conflitto e manipolando la pubblica opinione; mentre gli oppositori più radicali vengono tacciati di essere “anime belle”, di non capire il cambiamento, di essere quelli che dicono sempre di no.

Si tratta di processi ormai generalizzati, e che talvolta ricevono dagli abitanti commenti positivi: finalmente si cambia! Gli entusiasmi sono però di breve durata: solo fino a quando i sostenitori di questo cambiamento in negativo si accorgeranno che, a poco a poco, la città sta diventando un bene privato a beneficio di pochi arricchiti. Nella baraonda della retorica del “fare”, comunque, non è sempre facile distinguere quali siano gli elementi della città che possano davvero soddisfare le esigenze dei cittadini: il che poi significa una vita in comune migliore, e non la permanente fiera espositiva dei vantaggi di una presunta bellezza intesa come mera estetizzazione (e spesso, anzi, senza nemmeno questa). Esigenze invece ben note, un tempo, ai costruttori delle città: bellezza, cioè, come “ben fatto”. Le condizioni di vita imposte dal capitalismo, in particolare nella sua versione neoliberista, hanno allontanato la coscienza collettiva da questa visione della città, sostituendola con i falsi idoli del mercato, messi su da stravaganti architetti che hanno generato una frattura dolorosa tra architettura e urbanistica, sostituendo alla pianificazione l’intervento edilizio isolato.