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Vita tranquilla di Emanuele Castrucci

Pubblicato il 17 Dicembre 2019 da Fondazione

facebookdi Rino Genovese

Alla fine lo hanno semplicemente sospeso dall’insegnamento a Siena. Neppure il suo profilo Twitter è stato chiuso, perché, almeno secondo una certa interpretazione, la Costituzione italiana vieta la rifondazione del partito fascista ma non l’espressione di simpatie naziste e idee antisemite. Si chiama Emanuele Castrucci, professore di provincia già sconosciuto ai più, che ha avuto la sua ribalta nazionale, il suo quarto d’ora di celebrità, grazie ai nuovi media. Adesso avrà una sua piccola corte di supporters. E immagino che anche questo mio pezzo su di lui gli farà piacere.

Una ventina d’anni fa ebbi modo di andare a colazione con lui per iniziativa di un amico comune che volle metterci in contatto. Si mimetizzava ancora. Non lo si sarebbe detto proprio un seguace di Hitler ma uno che, interessato al pensiero di destra, poteva dialogare a sinistra: come molti di quelli che studiano il  giurista e filosofo nazista Carl Schmitt, o quegli altri che, abbagliati da Heidegger, evitano di misurarsi con il fatto che il suo profondo pensiero era in larga misura una trascrizione dell’ideologia nazionalsocialista. Non mi riuscì simpatico: lo presi come uno dei tanti personaggi universitari imbottiti di erudizione ma dalla testa confusa. Cercò di attirarmi un po’ sul suo terreno, perché aveva letto qualcosa di mio e sapeva che sono un critico dell’universalismo illuministico. Solo che io lo sono dall’interno, cioè nella forma di un’autocritica dell’illuminismo, non in quella di chi, buttando via il bambino con l’acqua sporca, vorrebbe ancorare l’intera vita sociale e politica alle tradizioni, alle radici, a un presunto ethnos dell’Occidente, che essi vedono di volta in volta minacciato dai complotti del cosmopolitismo ebraico e della massoneria, o più di recente dal fenomeno dell’immigrazione (che, nella mente di alcuni allucinati, sarebbe la conseguenza di una specie di macchinazione su scala mondiale).

Per farla breve, qualche tempo dopo mi arrivarono due suoi ponderosi volumi, con tanto di dedica “con amicizia e stima”: una raccolta di saggi e articoli su tutto e di più, da cui, soltanto a sfogliarla, risalta l’inconcludenza di un’erudizione a trecentosessanta gradi ma non ancora il filonazismo e l’antisemitismo. Ecco il punto: nell’istituzione universitaria si può dare prova delle proprie conoscenze senza che nessuno venga a domandarti: ma a che pro tutto questo? Raggiunto lo scopo di una cattedra, uno poi può sfarfalleggiare come gli pare: smettere di occuparsi di qualsiasi altra cosa e diventare un molestatore seriale di studentesse (taluni fanno proprio questo), o magari, indisturbati, fare professione di nazismo. Oggi soprattutto grazie a strumenti come Twitter e Facebook.

Si sente parlare spesso, con qualche scandalo, dell’odio che circola in rete (di recente anche Liliana Segre, a cui vanno la nostra solidarietà e simpatia, ne è stata oggetto). Non si dice però perché sia proprio l’odio, anziché l’amore, a essere diffuso così tanto, e perché sia la contumelia molto più che il discorso ragionato ad avere successo. Cominciarono anni fa gli urlatori televisivi (i vari Giuliano Ferrara e simili), peraltro quasi tutti ancora in servizio permanente effettivo, a sdoganare la parolaccia e l’insulto, che fanno più audience di qualsiasi polemica ragionata. Twitter e Facebook, a differenza della televisione, rendono questa figura della comunicazione, basata su un effimero padroneggiamento della posizione dell’emittente – di chi, parlando o blaterando, può servirsi di qualcosa come un megafono –, alla portata di tutti, senza passare attraverso l’invito in un salotto televisivo. Il risentimento può così scatenarsi. E il “risentito” può essere chiunque: l’ignorantone da bar o il professore da università a cui nessuno dà troppo credito. È sempre un problema d’identità, alla fin fine, a tener banco nella comunicazione: chi è colui che parla? come farà mai ad anticipare quel consenso e, rispettivamente, quel dissenso – meglio ancora, a sollecitare l’applauso o i fischi – nei propri confronti che potranno farlo passare da eroe o vittima, o tutt’e due le cose insieme? Con Twitter e Facebook la soluzione di questo problema è alla portata di ognuno. E l’odio, anche senza capo né coda, è più facilmente coagulante di un’identità rispetto a qualsiasi altro sentimento. Perché produce un certo scandalo rispetto al perbenismo, e soprattutto perché è già serpeggiante in una società in se stessa divisa e odiosa, basata su diseguaglianze vistose ma difficilmente comprensibili nelle loro cause autentiche.

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TagsCarl Schmitt Emanuele Castrucci Facebook Heidegger Liliana Segre Rino Genovese Twitter

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