Il discorso del capitalista. Tra Marx e Lacan

di Mario Pezzella

Nel corso di scritti e seminari tenuti negli anni dal 1968 in poi, Lacan ha sempre più distinto un “discorso del capitalista” dal tradizionale “discorso del padrone”. Il primo sarebbe caratterizzato da una inedita “ingiunzione al godimento”, caratteristica del capitalismo nella sua fase di dominio della fantasmagoria consumista delle merci, mentre il secondo era ancora dominato dal rapporto servo-signore e dalla lotta per il riconoscimento.

Questa riflessione di Lacan è direttamente condizionata dagli eventi del Sessantotto e dal difficile dialogo con gli studenti in rivolta, i quali, secondo Lacan, avrebbero continuato a ragionare pensando a un “padrone repressivo” nei riguardi del desiderio, piuttosto che a un capitalista produttore di godimento consumistico. Oltre che essere direttamente ispirata dagli eventi degli anni in cui si svolgeva il seminario, tale riflessione permette di avviare una riflessione sulla categoria di “inconscio sociale” (distinguendolo da inconscio personale e collettivo) e del suo attuale rapporto con le forme del capitale.

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Decodificare il geroglifico. Marx e la letteratura come forma implicita dell’umano

di Daniele Balicco

Se fosse riuscito a finirlo, Marx avrebbe voluto scrivere, dopo il Capitale, un saggio sull’opera di Honoré de Balzac. Perfino nella sua opera principale, del resto, la letteratura non è solo archivio di citazioni con cui corrodere il senso comune borghese, ma un modello operativo di conoscenza e di espressione: il Capitale fu progettato e scritto per essere, nello stesso tempo, trattato scientifico e opera d’arte.

Scopo della relazione sarà di provare a verificare cosa interessi al Moro della letteratura, e per quale ragione l’interrogazione intorno al suo potere conoscitivo resti, fino alla fine, irrinunciabile.

La “Palmerstonite”: Marx e la personalizzazione del potere in Inghilterra

di Michele Prospero

In uno scritto del 1857, Marx (The English Election, in Collected Works, vol. 15, p. 226) osserva che “il futuro storico, che scriverà la storia dell’Europa dal 1848 al 1858, sarà colpito dalla somiglianza tra l’appello alla Francia fatto da Luigi Bonaparte nel 1851 e l’appello al Regno Unito fatto da Palmerston nel 1857”. Si intravede, nei sistemi politici europei più importanti, l’emergere di uno schema inedito con il capo che si rivolge direttamente al popolo scavalcando le mediazioni della rappresentanza.

Al di là delle rilevanti differenze storiche, che a metà del secolo hanno disegnato le specifiche istituzioni di governo operanti nei due regimi costituzionali, esiste un comune processo che caratterizza gli ordinamenti della Francia e dell’Inghilterra. Quando gli istituti politici si imbattono in una crisi funzionale, riconducibile agli effetti dirompenti dei processi di allargamento della partecipazione, le risposte secondo Marx tendono a restringere le eterogeneità riscontrabili tra i vari sistemi e talune somiglianze di fondo affiorano nei fenomeni di gestione del potere pur nella persistenza delle differenze ordinamentali. Dinanzi all’impatto di una stessa dinamica storica (l’allargamento delle basi di massa dello Stato), le risposte tendono a convergere in una assunzione di alcuni nodi (personalizzazione del comando e appello al popolo oltre le forme della mediazione).

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General intellect e individuo sociale

di Francesco Raparelli

Nel celebre Frammento sulle macchine dei Grundrisse, Marx presenta due concetti decisivi, di cui nel Capitale si perdono le tracce: il general intellect, utilizzando l’espressione inglese, e l’individuo sociale. Il primo indica lo sviluppo del capitale fisso, ovvero la trasformazione del sapere sociale generale in “forza produttiva immediata”: le macchine, “organi dell’intelligenza umana”. Il secondo concetto, dal primo conseguente, ha una doppia definizione: per un verso, col suo sviluppo, “grande pilastro della produzione e della ricchezza”; per l’altro, a partire dalla precedente qualificazione, esibisce il comunismo come “utopia concreta”.

Secondo un doppio movimento, la relazione presenta la genealogia (possibile) dei due concetti e, nello stesso tempo, la loro consistenza attuale. Da una parte, le premesse averroiste del general intellect, quelle spinoziane dell’individuo sociale; dall’altra, una diagnosi del capitalismo contemporaneo, sempre più innervato dalla nuova robotica, dall’intelligenza artificiale, dalla mente interconnessa.

Marxismo dell’astrazione e critica della cultura

di Marco Gatto

Nel contributo si sostiene che l’attualità del pensiero di Marx consista nel valore gnoseologico e politico attribuito alla nozione di “astrazione reale”, così come viene sviluppata nelle pagine del Capitale. Tale categoria permette di dar conto oggi del nesso inscindibile tra totalizzazione capitalistica e produzione di soggettività appunto astratta, svuotata delle sue determinazioni concrete e votata a un’esposizione fraudolenta del proprio Sé nelle forme nichilistiche del simulacro e della cultura distrattiva.

Incontrando così un nuovo ordine simbolico, costituito dall’estetizzazione del quotidiano, il capitale si presenta oggi come garante di un sistema culturale profondissimo, entro il quale viene a dissimularsi il suo dominio e, come ha scritto, István Mészáros, la sua ambizione metabolica. Il marxismo dell’astrazione rappresenta il contraltare dialettico di questa dimensione nuovamente alienante, un possibile arnese teorico per riabilitare un sapere critico realmente capace di opposizione che però non resti avvinghiato alle contraddizioni del passato e si presenti aperto alle sfide del presente.

Religioni nella metropoli

Religioni nella metropoli

Religioni nella metropoli

Il mondo globalizzato, tecnologico, laico, ateo e materialista, sembrerebbe non aver alcun bisogno delle religioni. Così quello che era stato definito l’“oppio dei popoli” potrebbe apparire oggi come un mostro patetico e innocuo. Niente di più sbagliato. Le cronache di tutti i giorni ci raccontano di un pianeta in cui soprattutto i grandi monoteismi universalistici, il cristianesimo e l’islam, hanno riacquistato un potere immenso.

Da cosa nasce questo ritorno alla trascendenza e alle “chiese” che costruiscono identità collettive? E soprattutto in che relazione è questo fenomeno con un aspetto centrale del mondo contemporaneo, quello della metropoli e del consumo, che sembrerebbe del tutto impermeabile rispetto a rigurgiti oltremondani?

È possibile che le religioni agiscano sull’apparente assetto egemonico del consumo, al punto da limitarne l’onnipotenza, gli effetti e la portata? O almeno di caratterizzarlo in maniera differenziata e in relazione alle peculiarità culturali, geografiche, storiche? Il libro affronta la questione da diversi punti di vista disciplinari (dalla sociologia alla filosofia) e giovandosi del contributo di esperti specializzati nello studio delle singole religioni.