Direi di no. Desideri di migliori libertà

Direi di no. Desideri di migliori libertà

Martedì 29 novembre – Ore 16.30
Aula H Via Fieravecchia 19 (2° piano)
Incontro con Enrico Donaggio a proposito del suo saggio:

Direi di no. Desideri di migliori libertà

Feltrinelli, 2016

Coordinano Rino Genovese e Luca Lenzini

Siamo diventati incapaci di un gesto elementare:
dire di no. L’arma più potente e carica
di speranza per chi desiderava libertà diverse da quelle
concesse dal presente. Libertà migliori di quelle proposte
oggi da un capitalismo che racconta di essere
l’orizzonte unico e privo di alternative.
Come è stato possibile fino a ieri dire di no?
In quale misura potrebbe tornare a esserlo?
Esistono gesti di libertà con cui incidere davvero sul reale?
Queste le domande che ci pone nel suo libro Enrico Donaggio,
al centro anche del nuovo incontro promosso dal Centro Studi Franco Fortini.

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Totalitarismi e populismi

Il nesso tra i totalitarismi e i populismi

di Marco Gatto

[Questo articolo è apparso su “il manifesto” del 17 ottobre 2016]

Totalitarismi e populismiCon Totalitarismi e populismi (manifestolibri, pp. 96, 8 euro) Rino Genovese ripropone una visione della storia come compresenza e ibridazione di tempi storici differenti, legandola all’analisi specifica dei due fenomeni menzionati nel titolo. Nel caso dei totalitarismi novecenteschi e delle loro conseguenze, si tratta di capire come essi siano la manifestazione di una modernità che non riesce mai perfettamente a compiersi, di un passato che non riesce mai a passare, generando così una coalescenza di tempi storici diversi che mette capo a un’impossibile realizzazione delle promesse del moderno. Ciò che appare imprevedibile, tuttavia, di contro all’apparente stasi cui la modernità si condannerebbe, è proprio il modo in cui il passato si miscela al presente, la combinazione in cui vecchio e nuovo si danno. La cultura occidentale moderna, sottolinea Genovese, vive alla luce di questo continuo confronto con l’alterità, che, per essere acquisita o superata, è sottoposta a un processo di ibridazione: l’Occidente da sempre si costituisce a partire dal suo “altro”, ma questo tentativo di assorbimento dell’alterità è costretto alla parzialità, secondo i termini di uno «sradicamento mai completamente portato a termine», che lo condanna alla presenza ossessiva di una non-contemporaneità.

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Sesc Pompéia

Sesc Pompéia di San Paolo, l’individualismo sociale in Brasile

Sesc PompéiaTaccuino di viaggio
di Rino Genovese

[Questo articolo è apparso su “Il reportage”, 26, aprile-giugno 2016. Foto di Alessandro Lanzetta]

Primi a venirmi incontro, sceso dall’aereo, mentre il taxi cerca di farsi largo nel traffico delle sette del mattino, sono gli odori. Le città brasiliane traboccano tutte di friggitorie al chiuso e all’aperto fino a toglierti il respiro con le loro pastelle e salsicce, e soprattutto crocchette di frango, cioè di pollo, che insieme con il churrasco – noi diremmo il barbecue – segnano il ritmo di una vita che non smette di pulsare e nutrirsi a tutte le ore. São Paulo non fa eccezione: ne annuso l’aroma come quello di un appetitoso breakfast, che dà però un po’ fastidio a chi per prima colazione è abituato a un semplice caffè. Scaricato infine sotto il grattacielo che mi ospiterà, sorbisco il liquido nero in una grande tazza al banco di un baretto appena aperto. Ha inizio nell’ascensore che mi porta al ventinovesimo piano dell’edificio Copan l’esperienza reale della mia megalopoli. A questo enorme stabile dalla elegante forma ondulata, costruito da Niemeyer negli anni cinquanta, Regina Rheda ha dedicato un libro di racconti dalla vena surreale, intitolato L’arca senza Noè, per descrivere i suoi abitanti che, fino a non troppo tempo fa, formavano un’eteroclita schiera di poveracci, artisti spiantati e prostitute. Oggi l’edificio, in via di restauro, è popolato dalla nuova “classe media” (giovani coppie o più spesso single con un reddito mensile non superiore ai mille euro) creata dagli anni di Lula, come del resto l’intero centro storico, che conosce un processo di gentrification. Andata via una certa marginalità urbana, arrivano tra gli altri quelli come me, con le loro brave borse da viaggio piene di libri e di guide per fissare le idee e poter fare confronti.

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critica sociale

Critica della cultura e critica sociale

critica socialedi Rino Genovese

Il novantanove per cento di quello che facciamo, o tentiamo di fare, è critica della cultura; l’uno per cento tutt’al più, se ci riusciamo, è critica sociale. Un’affermazione così netta richiede un certo numero di chiarimenti e di definizioni: che cos’è la critica della cultura? che cos’è la critica sociale? in che rapporto stanno tra loro? in che senso si può dire che quando si profila l’una non ci sia più l’altra? e così via…

Inizio allora con un breve elenco degli usi possibili del termine “cultura” come compare nell’espressione “critica della cultura”. Dentro di essa ricadono:

  1. la cosiddetta alta cultura associata alla nozione di umanesimo (cioè più spesso umanistica che tecnico-scientifica, secondo la vecchia e sommaria distinzione tra le “due culture”), la quale fino a un certo punto nel Novecento è stata fatta coincidere con la civiltà in generale, ma che in realtà, all’interno della modernità artistica e letteraria con le sue varie sperimentazioni, aveva già conosciuto la tendenza a una perdita di confini nei confronti della cultura di derivazione popolare o proveniente dalla produzione in serie (la cultura cosiddetta bassa);

  2. i prodotti culturali correnti, che possono essere opere vere e proprie o elementi immessi nel mercato con un effetto d’intrattenimento, al fine di ottenerne un utile economico, da parte delle agenzie dell’estetizzazione diffusa (televisioni, case cinematografiche, case di moda, gallerie d’arte, musei, etc.): nei confronti sia delle prime sia dei secondi si esercita un’analisi critica intesa come controllo riflessivo sul mi piace / non mi piace, schema binario tipico della comunicazione intorno ai giudizi di gusto elementari;

  3. le culture al plurale, in un senso antropologico, nella loro varietà e diversità: facendone la critica, quando è il caso, si è sempre alle prese con il pericolo di una sorta di imperialismo culturale involontario se non si tiene sotto controllo autocritico la tradizione culturale a partire dalla quale si interviene, per noi quella occidentale moderna.

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La legittimità democratica

La legittimità democraticaUna mappa indispensabile per orientarsi nelle trasformazioni in corso nella politica contemporanea.

Questo libro di Rosanvallon (secondo di una trilogia di cui il primo e il terzo titolo sono già disponibili in lingua italiana) presenta una sintesi insieme storica e teorica di una più che trentennale ricerca intorno alla democrazia, qui a partire dalla nozione di legittimazione vista come una complessa pluralità di procedure, non riducibile al semplice raggiungimento di una maggioranza elettorale.

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