In memoria di István Mészáros

Mészárosdi Marco Gatto

[István Mészáros è scomparso il 1° ottobre 2017. Per onorarne la memoria, ripubblico qui la mia recensione a Oltre il capitale, apparsa sul quotidiano “il manifesto” il 25 agosto 2017. – M. G.]

István Mészáros, classe 1930, è forse il solo allievo diretto di Lukács che non abbia ricusato la lezione del maestro, con l’ovvia ambizione di riformularla e renderla attuale. Oltre il capitale. Verso una teoria della transizione (Milano, Punto Rosso, pp. 908, euro 40) è un lavoro monumentale, una sorta di compendio sistematico per l’analisi del capitalismo contemporaneo, un’opera per certi aspetti straniante, perché legata a una tradizione di analisi e di proposta filosofico-politica distante dall’impressionismo teorico dei nostri tempi. Per questo la scelta coraggiosa dei curatori (Nunzia Augeri e Roberto Mapelli) di presentarla nella sua completezza marmorea dev’essere apprezzata e sottolineata: del resto, se il marxismo ha l’ambizione di porsi come visione alternativa al dominio del capitale, la sua validità, in un momento che sembra decretarne la scomparsa o l’integrazione, passa da una verifica concettuale permanente, che di certo costa tempo e fatica.

Mészáros è uno hegelo-marxista; da Lukács ha acquisito la necessità di un pensiero della totalità, e ha reso questo concetto più dinamico attraverso lo studio di Sartre. Ma, in ragione di un oltrepassamento di tali importanti riferimenti, è convinto che l’oggetto ultimo della riflessione debba essere il superamento del capitale e, in particolare, la forma assunta dalle sue crisi strutturali. L’offensiva socialista si gioca, per Mészáros, sul terreno di una politica radicale che pone il lavoro come premessa della transizione: proprio perché il capitale gioca la sua partita sulla divisione del lavoro (che perdura, sottolinea lo studioso, anche laddove il capitalismo non sembra sussistere, com’è accaduto in Unione Sovietica) e sul suo controllo, è l’occupazione a costituire il vero fattore della trasformazione sociale. La liberazione pertiene al lavoro e alle modalità con cui quest’ultimo viene strutturato in una società liberata: senza una politica in grado di accordare al lavoro le qualità determinanti che secondo Marx poneva in essere, senza una politica che trovi nel lavoro un esempio differente di socializzazione, non può darsi transizione al socialismo. La lezione dell’ultimo Lukács ridiventa qui centrale.

Questa tesi proviene da un’analisi del capitale che, formulata all’inizio degli anni Novanta, mantiene ancora una sua attualità. Posto che il capitale si dia nella modernità come «irresistibile e indiscutibile fattore totalizzante» che produce concretezza e rapporti sociali, il suo limite consiste nella progressiva incontrollabilità del suo dinamismo (che nessuna “mano invisibile” può arginare). In tal senso, «come sistema di controllo metabolico-sociale, il capitale è pressoché irresistibile fintantoché riesce a estrarre e accumulare pluslavoro – in forma direttamente economica oppure politica – nel corso della riproduzione allargata di una data società. Quando tuttavia il processo dinamico di espansione e di accumulazione per qualsiasi ragione si esaurisce, le conseguenze sono devastanti». Ciò vuol dire che il capitale può essere spiegato ricorrendo a una dialettica del concetto di limite: proprio perché l’estrazione vantaggiosa di lavoro non può conoscere argini, «il capitale si muove implacabilmente fra gli ostacoli e i limiti cui è storicamente esposto, adottando le forme di controllo più sorprendenti e sconcertanti. […] In questa maniera il sistema ridefinisce ed estende costantemente i propri limiti relativi, proseguendo il suo corso mentre le circostanze cambiano».

L’attenzione di Mészáros è allora in parte rivolta ai processi di espansione di tali limiti e alle modalità sociali con cui il capitale si garantisce la sopravvivenza. Una buona sezione del libro è così dedicata alle mediazioni tra capitale e vita sociale, analizzate senza nulla concedere ai teoremi della cosiddetta biopolitica. Qui il modello di Lukács viene attualizzato a partire dal famoso saggio sulla reificazione, nella direzione di una ricerca intorno ai processi di interiorizzazione del capitale. Non manca nepppure una critica del concetto di “marxismo occidentale” e del tracollo della prassi, responsabile, in qualche modo, dell’egemonia assunta da una soggettività di marca neoliberale fortemente adattiva al contesto capitalistico.

È chiaro come l’obiettivo polemico sia la forma subdola di un socialismo realizzato che non rinuncia a una divisione capitalistica del lavoro, o che si adegua soltanto a un riduttivo «rovesciamento politico del capitalismo». In un’intervista che fa da corollario al volume, Mészáros è ancora più netto: dal momento che le crisi del capitale hanno creato insicurezza e depressione ovunque, non si può aver fiducia in una modernizzazione che pretende di rivitalizzare il capitale; la sola alternativa, di cui la classe lavoratrice dovrebbe farsi carico, è «una radicale separazione dalla logica irragionevolmente distruttiva di questo controllo orientato all’accumulazione». Il che vuol dire non cedere all’utopia di una “mercatizzazione” semplice, ma cercare pazientemente la giusta alternativa (la “ricchezza della produzione” di liberi individui versus la “produzione della ricchezza” su cui il capitale lucra), senza ricorrere alla facile strategia di distruggere concetti – come quello di lavoro – che il capitale medesimo ha contribuito a modificare, convertire e infine uccidere.

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